KARL OVE KNAUSGARD.
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UN UOMO INNAMORATO. 2015.
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Parte 3.
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Traduzione di: Margherita Podest Heir.
2015. Giangiacomo Feltrinelli Editore, MILANO.
Collana: I Narratori.
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Trascrizione elettronica rivista e resa disponibile dalla
          Fondazione Ezio Galiano onlus
             http:\\www.galiano.it
      ad esclusivo uso dei privi della vista.
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A met dicembre venne a trovarci Yngve con i bambini. Aveva con s la carrozzina tanto attesa. Restarono qualche giorno. Linda fu gentile il primo giorno e per qualche ora del secondo, ma poi volse loro le spalle, cominci a mostrare quellostilit che mi faceva impazzire, non quando ero io a pagarne le conseguenze, perch ci avevo fatto il callo e sapevo come affrontarla, ma quando erano altri a doverla subire. Allora dovevo intervenire e fare da mediatore, cercare di rabbonire Linda, cercare di rabbonire Yngve, mandare avanti le cose. Mancavano sei settimane al parto, lei voleva pace e tranquillit e pensava di averne il diritto, e magari lo aveva anche, che ne so, ma questo non voleva dire che allora non bisognava pi essere gentili con gli ospiti. Lospitalit, il fatto che la gente venisse a trovarci e restasse da noi quanto voleva, per me era importante e non capivo come fosse possibile comportarsi come faceva Linda. O forse s, capivo cosa stava succedendo: da una parte avrebbe partorito presto e non voleva un sacco di persone per casa, dallaltra lei e Yngve erano molto distanti luno dallaltra. Yngve aveva avuto un rapporto molto stretto con Tonje, non ce lo aveva con Linda e lei ovviamente se ne accorgeva, ma perch cazzo questo doveva influenzare il suo comportamento? Perch non poteva nascondere i propri stati danimo e recitare la sua parte? Essere gentile con la mia famiglia? Io non ero forse gentile con la sua? Avevo forse mai detto che erano troppo invadenti e che si immischiavano in uninfinit di cose che non li riguardavano affatto? I parenti e gli amici di Linda venivano a casa nostra mille volte in pi dei miei, il rapporto era di uno a mille, e tuttavia, anche se la sproporzione era pazzesca, lei non ce la faceva, non voleva, voltava loro le spalle. Perch? Perch lei agiva in base ai propri istinti. Ma gli istinti esistono per essere repressi.
Non dissi niente, trattenni i miei rimproveri e la mia rabbia, e quando Yngve e i bambini se ne andarono e Linda fu di nuovo felice e leggera e piena di speranze non la punii mantenendo le distanze e facendo lo scontroso, come avrei agito secondo il mio impulso naturale, no, anzi, lasciai perdere, lasciai che le insensatezze rimanessero tali e passammo un bel Natale e delle belle feste natalizie.
In quellultima sera del 2003, in cui io andavo avanti e indietro dalla cucina occupandomi del cibo mentre Geir parlava in continuazione e mi osservava seduto su una sedia, non esisteva pi la vita che avevo abbandonato lasciando Bergen. Tutto quello che ora mi circondava era in un modo o nellaltro connesso alle due persone che a quei tempi non conoscevo neppure. Soprattutto Linda, ovvio, con cui adesso condividevo tutta la mia esistenza, ma anche Geir. Mi ero lasciato influenzare da lui, e non poco, un pensiero che poteva anche risultare sgradevole, il fatto che fossi cos facilmente influenzabile, che il mio sguardo si lasciasse colorare senza grandi difficolt da quello altrui. A volte pensavo che Geir fosse paragonabile a uno di quei compagni di giochi dellinfanzia con cui non era permesso giocare. Stagli lontano, Karl Ove, ha un influsso negativo su di te.
Dopo aver disposto lultima met dellastice sul piatto da portata, appoggiai il coltello prima di asciugarmi il sudore dalla fronte.
Ecco fatto, dissi. Adesso mancano solo le decorazioni".
La gente dovrebbe sapere come impieghi il tuo tempo, comment Geir.
Che cosa vorresti dire?
Lidea pi diffusa riguardo al mestiere di scrittore  che si tratti di una professione eccitante e ambita. Tu invece passi la maggior parte del tempo a pulire e a far da mangiare".
Vero, replicai. Ma adesso guarda qui che bello!
Tagliai in quattro i limoni e li sistemai tra gli astici, poi strappai qualche ciuffetto di prezzemolo e glieli disposi accanto.
La gente vuole scrittori che danno scandalo, lo sai, no? Dovresti entrare al Theatercafen circondato da un harem di donne giovani e belle.  questo che si aspettano. Non che te ne stai qui a mugugnare su quei tuoi secchi del cazzo... Sotto questo punto di vista la pi grande delusione della letteratura norvegese deve essere Tor Ulven, che in vita sua non ha mai messo piede fuori di casa! Ah, ah, ah!
La sua risata era contagiosa. Risi anchio.
E che per chiudere in bellezza si  pure suicidato! aggiunse. Ah, ah, ah!
Ah, ah, ah!
Ah, ah, ah! Ma anche Ibsen, diciamolo,  stato una delusione. Fatta eccezione per lo specchio nascosto dentro il cappello a cilindro. Quello s che merita rispetto. E lo scorpione vivo che teneva sulla scrivania. Bjrnson non  stato una delusione. E di sicuro non Hamsun. Si potrebbe suddividere tutta la letteratura norvegese secondo questo criterio. E tu non ne usciresti molto bene, purtroppo".
No, constatai. Ma perlomeno qui in casa  tutto pulito. Ecco. Adesso manca solo il pane".
A proposito, dovresti darti una mossa a scrivere quel saggio su Hauge di cui avevi parlato".
Lorco di Hardanger? dissi mentre toglievo il filone di pane bianco dal sacchetto di carta marrone.
S, proprio quello".
Prima o poi lo far, risposi mentre sciacquavo il coltello sotto un getto di acqua calda, lo stavo asciugando con un canovaccio prima di mettermi ad affettare la pagnotta. In effetti ogni tanto ci penso. A lui sdraiato nudo nella cantina dove teneva il carbone, dopo aver fatto a pezzi tutti i mobili del soggiorno. O a come i ragazzi del paese gli tiravano i sassi. Cazzo, ci sono stati degli anni in cui doveva essere completamente fuori di testa".
Per non parlare di quando aveva scritto che Hitler era un grande, per poi far sparire dal diario tutto quello che aveva annotato durante la guerra, comment Geir.
Gi, dissi. Ma la cosa pi sorprendente di tutto il diario  quello che scrive quando cominciano i periodi in cui viene assalito dalla malattia. In quei momenti si legge come ogni cosa inizi ad acquistare una velocit sempre maggiore mentre al contempo sparisce ogni tipo di inibizione. Tutto a un tratto eccolo intento a esprimere ci che pensa davvero della gente e di quello che scrivono. Lui che per il resto  sempre cos attento a prodigare a tutti una buona parola. Cordiale e premuroso, gentile e buono. E poi viene come travolto. Non  strano che nessuno ne abbia scritto? Intendo dire, che il modo in cui giudica Vold, per esempio, muti in maniera cos radicale?
Nessuno osa scriverlo, figurati esclam Geir. Sei pazzo? Osano a malapena nominare di sfuggita i periodi in cui dava fuori di matto".
In fondo un motivo c, dissi prima di sistemare le fette di pane nel cestino e cominciare con il secondo filone.
E sarebbe?
Il decoro. Il comune senso del pudore. Una forma di riguardo".
Ah, tra un po mi addormento. Qui  diventata una noia".
No, sul serio. Lo penso davvero".
Certo che lo pensi davvero. Ma stammi un po a sentire:  scritto nel diario, giusto?
S".
E non  possibile capire Hauge senza capire questo?
No".
E secondo te Hauge  un grande poeta?
S".
Quindi che conclusione ne trai? Che in nome del decoro bisogna tralasciare una componente considerevole di un grande poeta e la vita di uno scrittore contenuta nei suoi diari? Eliminare le cose spiacevoli?
Che importanza pu avere se Hauge credeva o meno di venire irradiato da potenze presenti nello spazio? Voglio dire, per le poesie? Inoltre, chi pu mai dire quale fosse la relazione tra lelemento crudo e diretto e quello cordiale e ponderato? Voglio dire, qual  il livello autentico?
Cosa? Ti sei fumato il cervello? Sei proprio tu a raccontarmi ogni dettaglio dei lati pi eccentrici di Hauge e oltretutto a mostrare pure un grande interesse per la cosa! Che limmagine del saggio di Hardanger non pu restare incontestata fino a quando si sa che per lunghi periodi di tempo era veramente pazzo e tutto fuorch saggio. O pi precisamente, che la sua saggezza, qualunque essa fosse, non pu essere compresa senza tener conto della sua vita disgraziata".
Non c fumo senza cervello, come dicono i cinesi, commentai. Forse ha giocato il fatto che noi invece ridessimo di Tor Ulven. Mi sono sentito la coscienza un po sporca".
Ah, ah, ah! Davvero? Non puoi essere cos sensibile e cauto. Ormai  morto. E non era di certo un festaiolo, giusto? Faceva il gruista, vero? Ah, ah, ah".
Tagliai ridendo le ultime fette, non senza provare un certo disagio.
Adesso dovrebbe bastare, dissi mettendole nel cestino. Prendi il cestino con il pane e il burro e la maionese, cos torniamo dagli altri".
Oh, che meraviglia! esclam Helena quando piazzai il piatto da portata sul tavolo .
Sei stato proprio bravo, Karl Ove, aggiunse Linda.
Prego, servitevi pure, dissi. Dopo aver versato ci che restava dello champagne, stappai una bottiglia di vino bianco, prima di sedermi e mettermi nel piatto la met di un astice. Prima spezzai la chela pi grande servendomi della pinza che apparteneva al servizio di posate per crostacei che un tempo avevo ricevuto in regalo da Gunnar e Tove. La carne che spuntava soda e compatta intorno a quella cartilagine bianca e piatta, o cosa diavolo fosse. Lo spazio compreso tra la polpa e il guscio esterno, dove spesso si annidava dellacqua: chiss come ci si sentiva a perlustrare il fondo del mare?
Adesso s che comincia lo spasso, ragazzi! dissi nel mio dialetto sollevando il bicchiere. Cin cin!
Geir sorrise. Gli altri ignorarono quello che non avevano capito e sollevarono i bicchieri.
Cin cin! E grazie per averci invitato! rispose Anders.
Il pi delle volte ero io a preparare da mangiare quando avevamo ospiti. Non tanto perch mi piacesse, quanto perch mi permetteva di nascondermi dietro questa incombenza. Essere in cucina quando arrivavano, farmi vedere per un breve saluto, rimanere l dentro, al riparo, fino a quando, giunto il momento di portare il cibo in tavola, ero costretto a uscire allo scoperto. Ma anche in quel caso potevo celarmi dietro qualcosa: uno dei loro bicchieri andava riempito di vino, laltro di acqua, potevo pensarci io, e, appena finita la prima portata, cera da sparecchiare e apparecchiare per quella successiva.
Feci cos anche quella sera. Be, ero affascinato da Anders, ma non riuscivo a parlarci. Mi piaceva Helena, ma non riuscivo a parlarci. Con Linda s, ma adesso avevamo la responsabilit di far sentire gli ospiti a proprio agio e ovviamente non potevamo rivolgerci luno allaltra. Anche con Geir potevo parlare ma, quando era con altre persone, un altro lato della sua personalit prendeva il sopravvento: con Anders chiacchierava di criminali che conoscevano entrambi, ridevano e ci davano dentro, intratteneva Helena ricorrendo a una franchezza scioccante, lei reagiva con un misto di sospiri e risate. Sotto tutto questo erano sottese anche altre tensioni. Linda e Geir erano come due magneti, si respingevano a vicenda. Helena non era mai del tutto soddisfatta di Anders quando erano fuori, non di rado lui diceva cose su cui lei non era daccordo o che trovava sciocche: quella atmosfera negativa mi penetrava completamente. Christina era capace di lasciar passare lunghi periodi di tempo senza dire niente, anche questo mi toccava nellintimo, perch succedeva, non si trovava bene, era per via di noi, di Geir, era lei stessa?
Quasi non esistevano somiglianze tra di noi, simpatie e antipatie scorrevano in continuazione sotto la superficie, cio quello che veniva detto e fatto, ma nonostante questo, o forse proprio per questo, fu una serata memorabile, soprattutto perch a un tratto raggiungemmo un punto in cui percepimmo che nessuno di noi aveva niente da perdere e quindi poteva raccontare qualsiasi cosa della sua vita, anche quello che di solito ci tenevamo per noi.
La cosa cominci in maniera stentata, come quasi sempre avviene per tutte le conversazioni tra persone che si conoscono per nome pi di quanto lo facciano in realt.
Estrassi la polpa liscia e spessa dal guscio, la suddivisi e, dopo averla infilzata con la forchetta, la tuffai velocemente nella maionese prima che cominciasse il suo viaggio verso la bocca.
Dallesterno giunse un enorme scoppio, pareva unesplosione. I vetri delle finestre tintinnarono.
Quello  illegale, sentenzi Anders.
Eh s, tu dovresti essere un esperto in materia, da quanto ho capito, intervenne Geir.
Abbiamo portato una lanterna volante cinese, disse Helena. La si accende, laria calda riempie il pallone che poi sale verso il cielo. In alto, in alto. Niente scoppi, n esplosioni. Sale silenziosamente.  fantastico".
 possibile farla salire anche in citt? domand Linda. Voglio dire, se atterrasse in fiamme su un tetto?
Tutto  permesso allultimo dellanno, sentenzi Anders.
Si fece silenzio. Mi chiesi se fosse il caso di raccontare di quella volta che io insieme a un mio amico avevo raccattato in giro i razzi che erano stati fatti esplodere il primo dellanno e, dopo averli svuotati della polvere da sparo rimasta, lavevamo infilata in una cartuccia prima di darle fuoco. Avevo ancora chiara in mente la scena: Geir Hkon che si gira verso di me, tutto nero di fuliggine in viso. La paura che mi assal quando mi resi conto che pap poteva aver sentito lo scoppio e che forse la fuliggine non sarebbe andata via del tutto, e che lui lavrebbe notata. Ma la storia non aveva senso in s, pensai, mi alzai e versai il vino, incrociai lo sguardo di Helena che mi sorrise, mi rimisi a sedere, lanciai unocchiata in direzione di Geir, che aveva attaccato con le differenze esistenti tra Svezia e Norvegia, un argomento a cui ricorreva quando la conversazione intorno al tavolo languiva, era un tema di cui tutti potevano parlare.
Ma perch la questione  tra Svezia e Norvegia? chiese Anders dopo un po. Tanto qui non succede mai nulla. E fa pure un freddo cane".
Anders vorrebbe tornarsene in Spagna, spieg Helena.
E allora? riprese Anders. Avremmo dovuto trasferirci l e basta. Tutti quanti. Cos che ci trattiene qui in realt? Niente".
E che cosa avrebbe la Spagna di tanto particolare? gli domand Linda.
Lui spalanc le braccia.
Uno pu fare quello che gli pare e piace. E nessuno simpiccia. E poi fa caldo. Laggi ci sono citt fantastiche. Siviglia. Valencia. Barcellona. Madrid".
Mi guard.
E poi il livello del calcio  tutta unaltra cosa. Noi due dovremmo farci un viaggetto. Andare a vedere El Classico. Dormire l una notte. Ai biglietti ci penso io. Nessun problema. Che ne dici?
Mi sembra una buona idea, risposi.
Mi sembra una buona idea, sbuff. E allora andiamoci!
Linda mi guard con un sorriso. Vai pure, te lo concedo, diceva quello sguardo. Ma esistevano altri sguardi e stati danimo, lo sapevo, che sarebbero sopraggiunti prima o poi. Vai a divertirti mentre io rimango qui a casa da sola, dicevano. Pensi soltanto a te stesso. Se vuoi andare da qualche parte,  con me che devi farlo. Cera tutto questo nel suo sguardo. Un amore sconfinato e una sconfinata inquietudine. Combattevano in continuazione per avere la supremazia. Negli ultimi mesi si era aggiunto qualcosa di nuovo, riguardava il bambino che presto sarebbe nato, ed era presente in lei come qualcosa di cupo. La sua inquietudine era pura, eterea, si agitava veloce e improvvisa nella sua coscienza come laurora boreale che solca il cielo in inverno o come i lampi che squarciano quello dagosto, e il buio che laccompagnava, era anchesso leggero, nel senso che era assenza di luce e lassenza non ha peso. Ci che adesso la colmava era qualcosa di diverso, credevo che avesse a che fare con la terra, con qualcosa di terreno, un appiglio, un punto dancoraggio. Al contempo pensavo che si trattasse di un pensiero stupido, mitologizzante.
Comunque sia. Terra.
E quand che giocano El Classico? dissi chinandomi in avanti per riempire il bicchiere di Anders.
Non lo so. Ma non dobbiamo andare per forza a vedere quella. Pu andar bene qualsiasi partita. A me basta vedere Barcellona".
Mi versai del vino prima di estrarre la polpa che si trovava in fondo alla chela.
S, sarebbe bello, commentai. Per dobbiamo aspettare almeno una settimana dopo il parto. Non siamo mica maschi degli anni cinquanta".
Io s, afferm Geir.
Anchio, disse Anders. O per lo meno mi trovo in una zona di confine. Se avessi potuto, sarei rimasto nel corridoio durante il parto".
E perch non hai potuto? gli domand Geir.
Anders lo guard e i due scoppiarono a ridere.
Avete finito tutti di mangiare? chiesi. Dato che tutti annuirono ringraziandomi, raccolsi i piatti e li portai in cucina. Christina mi segu con i due da portata.
Posso aiutarti a fare qualcosa? chiese.
Scossi la testa e la guardai di sfuggita negli occhi prima di abbassarli.
No, risposi. Ma grazie comunque".
Lei torn di l, io riempii dacqua una pentola e la misi sul fuoco. Fuori era tutto uno scoppiettare ed esplodere di petardi. Il piccolo lembo di cielo che riuscivo a vedere veniva di tanto in tanto illuminato da luci sfavillanti che si spargevano a pioggia prima di spegnersi durante la caduta. Dal soggiorno si sentivano delle risate.
Misi le due pentole nere di ferro sui rispettivi fornelli e li accesi al massimo. Aprii la finestra e le voci dei passanti sotto di me aumentarono di colpo di volume. Andai in soggiorno, misi un disco, lultimo dei Cardigans, adatto come musica di sottofondo.
Non ti chiedo neanche se hai bisogno daiuto, sentenzi Anders.
Anche quello  un bel modo di dirlo, comment Helena voltandosi verso di me. Ti serve una mano?
No, no, va bene cos".
Mi misi dietro a Linda e le appoggiai le mani sulle spalle.
Che bello, disse.
Si fece silenzio. Pensai che fosse meglio aspettare finch non fosse ricominciata la conversazione prima di eclissarmi.
Ho pranzato con della gente al Filmhuset poco prima di Natale, disse Linda dopo un po. Una di loro aveva appena visto un serpente albino, credo che fosse un pitone o un boa, ma fa lo stesso. Tutto bianco con dei disegni gialli. Allora una ha detto che lei aveva avuto un boa. A casa, nel suo appartamento, come animale domestico. Insomma, un serpente enorme. Un giorno allimprovviso  sussultata, era disteso accanto a lei sul letto in tutta la sua lunghezza. Lei lo aveva sempre visto arrotolato, no, ma adesso era dritto come un fuso. Si  spaventata a morte e ha telefonato allo zoo di Skansen per parlare con uno degli addetti che si occupavano di serpenti. Sapete che cosa le ha detto? S, aveva fatto proprio bene a chiamare. Giusto in tempo. Perch i serpenti di grosse dimensioni si distendono in quel modo quando stanno misurando la preda. Per vedere se sono in grado di ingoiarla".
Oh, cazzo! esclamai. Oh, cazzo!
Gli altri risero.
Karl Ove ha paura dei serpenti, aggiunse Linda.
 la storia pi brutta che abbia mai sentito! Oh, cazzo!
Linda si gir verso di me.
Sogna i serpenti.  capace di buttare il piumone sul pavimento e di saltarci sopra nel bel mezzo della notte. Una volta si  alzato ed  balzato gi dal letto.  rimasto perfettamente immobile, come paralizzato, e lo fissava. Cosa c, Karl Ove, stai sognando, vieni a letto, gli ho detto. L c un serpente, mi ha risposto. Non c nessun rettile, gli ho detto. Vieni a letto. E lui, pieno di disprezzo, mi fa: Se usi la parola rettile, non suona di certo cos pericoloso!".
Risero. Geir spieg ad Anders e a Helena la differenza tra rettile e serpente, due parole che in norvegese venivano spesso usate come sinonimi. Io replicai che conoscevo gi il seguito, il significato freudiano di sognare i serpenti, e che non volevo sentirlo, tornai in cucina. Lacqua bolliva e ci buttai le tagliatelle. Lolio nelle due padelle di ferro cominciava a sfrigolare per via del calore. Tagliai dellaglio e ce lo aggiunsi, poi presi le cozze dal lavello e misi anche quelle, coprii il tutto. Poco dopo si sent uno scoppiettio provenire dallinterno. Ci versai del vino bianco, tagliai delle punte di prezzemolo e gliele sparsi sopra, dopo qualche minuto tolsi le padelle dal fornello, scolai le tagliatelle, andai a prendere il pesto da aggiungere e la pietanza era pronta.
Oh, ha un aspetto delizioso, disse Helena quando arrivai con i piatti.
Non  niente di difficile, spiegai. Ho trovato la ricetta nel libro di cucina di Jamie Oliver.  proprio buono".
Senti che profumino meraviglioso, comment Christina.
Ce qualcosa che non sai fare? chiese Anders guardandomi.
Abbassati gli occhi, tolsi il contenuto molliccio di una cozza con la forchetta, era marrone scuro, con una sfumatura di arancione lungo il lato superiore, e quando lo addentai avvertii come uno scricchiolare di sabbia tra i denti.
Linda vi ha raccontato della nostra cena a base di pinnekjtt? dissi alzando gli occhi per guardarlo.
?Pinnekjtt? Che cosa sarebbe?
 un piatto tipico norvegese che si mangia a Natale, spieg Geir.
Costolette di pecora, aggiunsi. Vengono salate e appese a essiccare per qualche mese. Me le ha mandate mia madre per posta..".
Carne di pecora per posta? comment Anders.  anche questa una tradizione norvegese?
Se no dove le trovo? Comunque, mia madre le sala e le mette a essiccare in soffitta da sola. Sono buonissime. Mi aveva promesso di mandarmele per Natale, dovevamo mangiarle la sera della vigilia, Linda non le ha mai assaggiate e per me  impensabile festeggiare il Natale senza pinnekjtt, ma sono arrivate soltanto il 27. Va bene, le ho tirate fuori, abbiamo deciso che quella sera avremmo fatto unaltra cena di Natale, cos nel pomeriggio le ho messe a cuocere al vapore. Abbiamo apparecchiato la tavola, tovaglia bianca, candele, acquavite e tutto quanto. Ma la carne non era mai pronta, non avevamo pentole abbastanza spesse, con il risultato che lunica cosa che abbiamo ottenuto  stato un appartamento che puzzava di pecora. Alla fine Linda  andata a dormire".
Poi lui mi ha svegliata alluna! intervenne Linda. E cos ci siamo seduti qui, soltanto noi due, in piena notte a mangiare cibo natalizio norvegese".
 stato bello, no? dissi.
S, davvero, rispose lei sorridendo.
Erano buone almeno? domand Helena.
S. A vederle non sembrerebbe, forse, ma in effetti lo erano".
Credevo che ci avresti propinato una storia su qualcosa che non sapevi fare, intervenne Anders. Invece sembrava un vero e proprio idillio".
Concedigli almeno un attimo di tregua, dai, disse Geir. Si  creato una carriera raccontando del proprio fallimento. Una sequela di episodi tristi e tragici, uno dopo laltro. Solo vergogna e rimorsi a tutto spiano. Adesso  un momento di festa! Lascialo parlare di quanto  bravo a gestire un cambiamento!
A me sarebbe piaciuto sentirti raccontare di una sconfitta, Anders, comment Helena.
Ricordati con chi stai parlando! replic Anders. Stai parlando a uno che un tempo era ricco. Intendo, veramente ricco. Avevo due auto, un appartamento a stermalm, il conto pieno zeppo di soldi. Potevo andare in vacanza dove volevo, quando volevo. Avevo persino dei cavalli! E ora cosa faccio? Mi hanno dato da gestire una fabbrica di patatine che produce snack al bacon nella contea di Dalarna! Eppure non me ne sto certo qui a lamentarmi come fate voi, cazzo!
Voi, chi? domand Helena.
Tu e Linda, per esempio! Arrivo a casa, e voi siete l sedute sul divano con le vostre tazze di t a lamentarvi di tutto. Tutti quei sentimenti e quelle sensazioni possibili e impossibili su cui vi affannate tanto. Non  mica cos complicato. O va bene o non va bene. E anche quando non va bene,  un bene, perch in quel caso non pu che andare meglio".
La cosa strana di te  che non vuoi mai riconoscere dove sei, riprese Helena. Ma non perch tu manchi di introspezione.  perch non vuoi. A volte ti invidio. Davvero. Fatico cos tanto per capire chi sono e perch mi succede quello che mi succede".
La tua storia non  poi cos diversa da quella di Anders, giusto? domand Geir.
Cosa vuoi dire?
Be, anche tu avevi tutto. Lavoravi fissa al Dramaten, ti affidavano la parte della protagonista in rappresentazioni importanti, dei bei ruoli cinematografici. E poi hai abbandonato tutto. E anche in questo caso si  trattato a mio avviso di una scelta dettata da un certo ottimismo. Sposarsi con un guru americano della new age e trasferirsi alle Hawaii".
Non  stata di certo una mossa strategica per la mia carriera, no, concord Helena. In questo hai ragione. Ma ho seguito il cuore. E non me ne pento. Veramente!
Sorrise guardandosi intorno.
E Christina, same story, continu Geir.
Qual  allora la tua storia? chiese Anders guardando Christina.
Lei sorrise sollevando la testa, mand gi il boccone di cibo che aveva in bocca.
Ero al top quasi prima di aver cominciato. Avevo un mio marchio di abbigliamento e un anno sono stata premiata come la migliore tra i nuovi stilisti nascenti, sono stata selezionata per rappresentare la Svezia alle sfilate di moda a Londra, sono stata a Parigi con la mia collezione..".
La televisione  venuta a casa nostra, intervenne Geir. E il viso di Christina compariva su delle enormi bandiere triangolari, no, che dico cazzo, delle enormi vele lungo la facciata della Kulturhuset. Sul quotidiano DN cera un ritratto di lei lungo sei pagine... Abbiamo preso parte a ricevimenti dove le cameriere erano vestite da elfi. Scorrevano fiumi di champagne. Allora eravamo cos schifosamente felici".
E poi che cosa  successo? domand Linda.
Christina si strinse nelle spalle.
Non entravano soldi. La mia carriera non aveva basi solide. Per lo meno non dove contava per davvero. E cos sono fallita".
Almeno lo hai fatto come si deve, comment Geir.
S, disse Christina.
Il colpo definitivo lo ha dato levento organizzato per presentare lultima collezione, disse Geir. Christina aveva affittato un enorme gazebo che aveva fatto allestire a Grdet. Era una copia del teatro dellopera di Sidney. Le modelle sarebbero arrivate a cavallo attraversando i campi. Le aveva reclutate tra il reggimento delle Guardie del Corpo reali di Svea e la polizia a cavallo. Tutto era imponente e costoso, non aveva badato a spese. Enormi ciotole da ponce con ghiaccio infiammabile, sapete, fumo a volont, ed erano presenti tutti. Tutte le emittenti televisive, tutte le testate pi importanti. Sembrava il set di un colossal. E poi si  messo a piovere. E intendo dire piovere. Si  scatenato il diluvio".
Christina rise prima di portarsi la mano alla bocca.
Avreste dovuto vedere le modelle! prosegu Geir. Avevano i capelli appiccicati alla fronte. Tutti i vestiti erano bagnati fradici e sciupati.  stato un fiasco totale. Eppure cazzo, in tutto questo cera anche qualcosa di bello. Non tutti riescono a fallire in maniera cos grandiosa".
Tutti risero.
Era per questo che lei stava disegnando pantofole quando sei venuto da noi la prima volta, disse Geir guardandomi.
Non erano pantofole, precis Christina.
Fa lo stesso, riprese Geir. Uno dei loro vecchi modelli aveva avuto un successo improvviso perch Christina le aveva utilizzate a una sfilata di moda a Londra. A lei non avevano dato niente. E quindi disegnare scarpe  stato lequivalente di un piccolo cerotto sulla ferita. Era tutto quello che rimaneva del sogno".
Io non sono mai stata al top, disse Linda. Ma quel poco di successo che ho avuto segue esattamente la stessa curva".
A picco? domand Anders.
Gi a picco, s. Ho debuttato, ed  stato un evento fantastico di per s, non che fosse qualcosa di sensazionale per gli altri, ma  stato bello, e poi mi hanno dato niente di meno che un premio giapponese. Ho sempre amato il Giappone. Dovevo andarci a ritirarlo. Avevo comprato un manuale di conversazione giapponese e ogni cosa immaginabile. E poi mi sono ammalata, di colpo non ero pi in grado di gestire nulla, perlomeno non un viaggio in Giappone... Avevo scritto unaltra raccolta di poesie che allinizio era stata accettata, sono uscita a festeggiare quando lho saputo, ma poi hanno ritirato la proposta. Lho portata a un altro editore ed  successa esattamente la stessa cosa. Prima il redattore mi ha telefonato per dirmi che era fantastica e che lavrebbero pubblicata,  stato imbarazzante, avevo sparso la notizia... per richiamarmi dicendomi che non lavrebbero fatto comunque. Ecco qua".
Davvero triste, comment Anders.
Puah, tanto valeva, rispose Linda. Adesso sono contenta che non labbiano pubblicata. Non  un problema".
E tu, Geir? chiese Helena.
Intendi dire se anchio faccio parte della congrega dei perdenti in bellezza?
Esatto".
S-, forse potrei ben dirlo? Sono stato un ragazzo prodigio nel mondo accademico".
Te lo dici da solo? intervenni.
Visto che non lo fa nessun altro. E lo ero. Ma la tesi di dottorato lho scritta in norvegese su un lavoro di ricerca fatto in Svezia. Non  stata una mossa intelligente. Voleva dire che non interessava a nessuna casa editrice svedese e neppure a una norvegese. E non  servito a niente neppure il fatto che abbia scritto sui pugili senza andare a cercare spiegazioni sociali n scuse che giustifichino quello che fanno, cio che sono poveri o svantaggiati o criminali o roba simile. Ritenevo anzi che la loro cultura sia rilevante e pertinente, molto pi rilevante e pertinente della cultura effeminato-borghese del mondo accademico. Neppure quella  stata una mossa astuta. In ogni caso, la tesi  stata rifiutata da tutte le case editrici sia norvegesi sia svedesi. Alla fine sono riuscito a farla pubblicare a mie spese. Non lha letta nessuno. La campagnia pubblicitaria sapete in che cosa  consistita? Un giorno ho parlato con una della casa editrice, mi ha detto che leggeva il mio libro tutte le mattine e tutti i pomeriggi sul traghetto per Nesodden e che pensava che sicuramente qualcuno avrebbe visto la copertina e si sarebbe incuriosito!
Rise.
E adesso ho smesso di insegnare, non scrivo nessun articolo degno di merito a livello accademico, non partecipo ai seminari, me ne sto per conto mio a scrivere un libro che finir come minimo tra cinque anni e che probabilmente nessuno vorr".
Avresti dovuto parlarne con me, disse Anders. Avrei potuto farti andare in televisione. Cos avresti avuto loccasione di promuovere il tuo libro".
E come avresti fatto? intervenne Helena. An offer you cant refuse?
Persino tu non hai agganci sufficienti per riuscirci, riprese Geir. Ma grazie per la proposta".
Adesso manchi solo tu, disse Anders rivolto a me.
Karl Ove? fece Geir. Piange a bordo di una limousine. Glielo dico da quando  arrivato a Stoccolma".
Questo non lo accetto, risposi. Sono passati quasi cinque anni da quando ho debuttato. Ogni tanto mi telefona ancora qualche giornalista,  vero. Ma che cosa  che mi chiedono? Senta, Knausgrd, mi sto occupando di scrittori che hanno un blocco e non riescono pi a scrivere. E mi chiedevo se potessi parlare un po con lei? O ancora peggio: Senta. Stiamo preparando un articolo sugli scrittori che hanno pubblicato un solo libro. Ce ne sono molti, sa. E lei, s, in effetti lei ne ha scritto soltanto uno. Mi chiedevo, avrebbe un po di tempo per parlarne con me? Come ci si sente? S, lei capisce. Adesso sta scrivendo? Si  un po arenato?
Sentite? insistette Geir. Piange a bordo di una limousine".
Ma non ho niente! Scrivo da quattro anni e non c niente! Niente!
Tutti i miei amici sono solo dei falliti, proclam Geir. Non si tratta dei soliti fallimenti che riguardano la media comune dei mortali, sono davvero casi patologici. Uno scrive sempre che gli piacciono i boschi e la campagna e arrostire le salsicce sul fal allaperto e cose simili quando mette degli annunci sui siti per incontri su internet, semplicemente perche non ha i soldi per portare qualcuno in un ristorante o in un caff. Non ha il becco di un quattrino ed  nullatenente. Nada de nada. Uno dei miei colleghi alluniversit ha perso la testa per una prostituta, ha speso tutti i soldi che aveva per lei, pi di duecentomila corone, le ha pagato persino unoperazione perch si rifacesse il seno, pi grande come piaceva a lui. Un altro amico ha deciso di piantare un vigneto. A Uppsala! Un altro ancora sta scrivendo la sua tesi di dottorato da quattordici anni, non riuscir mai a finire perch spunta sempre fuori una nuove teoria o esce qualcosa che lui non ha letto, ma che deve inserire. Continua a scrivere, possiede unintelligenza normale, ma si  completamente arenato. E poi conoscevo uno di Arendal che ha messo incinta una tredicenne".
Mi guard scoppiando a ridere.
Tranquilli, non era Karl Ove. Almeno per quanto ne so. E poi c il mio amico pittore, riprese Geir.  dotato, ha molto talento, ma dipinge solo navi e spade vichinghe e si  andato a impegolare cos tanto a destra che per lui non esiste pi alcuna possibilit di ritorno, e neppure di entrare negli ambienti giusti. Voglio dire, le navi vichinghe non sono un buon biglietto dingresso nel mondo della cultura".
Non tirare in ballo anche me in questa cricca, disse Anders.
No, nessuno di noi ne fa parte, rispose Geir. Non ancora, almeno. Ho la sensazione che stiamo camminando sul filo del rasoio. Che siamo a bordo di un relitto. S, adesso  bello, il cielo  scuro e pieno di stelle e lacqua  calda, ma abbiamo cominciato a inclinarci e fare acqua".
 tutto cos poetico, disse Linda. Ma non  quello che provo".
Sedeva con entrambe le mani sulla pancia. Incrociai il suo sguardo. Sono felice, diceva. Le sorrisi.
Dio mio. Tra due settimane l ci sarebbe stato un bambino.
Sarei diventato padre.
Intorno al tavolo si era fatto silenzio. Tutti avevano terminato, sedevano completamente rilasciati sulle sedie, Anders con il bicchiere del vino in mano. Presi la bottiglia e mi alzai, riempii i bicchieri.
Siamo stati cos aperti, disse Helena. Non lo si  mai, sto pensando in questo momento".
 uno sport, commentai prima di posare la bottiglia e asciugare con il pollice la goccia che stava scendendo sul collo. Chi  conciato peggio? Io!
No, io! replic Geir.
Ho qualche difficolt a immaginarmi che i miei genitori potessero parlare di certe cose con i loro amici, disse Helena. Per loro erano davvero fuori. Noi invece no".
In che senso? chiese Christina.
Mio padre  il re delle parrucche di rebro. Realizza toupe. La sua prima moglie, cio mia madre,  unalcolizzata.  conciata cos male che riesco a malapena ad andarla a trovare. E se ci vado, poi sono distrutta per molte settimane. E quando pap si  risposato, ha scelto unaltra alcolizzata".
Fece un verso seguito da alcuni tic che rappresentavano alla perfezione la moglie del padre. Lavevo vista una volta, al battesimo della loro figlia: era al contempo estremamente rigida ed estremamente sfasciata. Helena rideva spesso di lei.
Quando ero piccola, i miei infilavano delle siringhe nei cartoni dei succhi di frutta, sapete, per riempirli di superalcolici. S, in modo che tutto sembrasse innocente. Ah, ah, ah! E una volta, mentre ero da sola in vacanza con la mamma, lei mi ha dato dei sonniferi, ha chiuso la porta a chiave dallesterno ed  sparita in citt".
Tutti risero.
Adesso per  molto peggiorata.  una specie di mostro. Ci sbrana se andiamo da lei. Pensa solo a se stessa, non esiste nientaltro. Beve ed  sempre orribile".
Mi guard.
Anche tuo padre beveva, vero?
S, risposi. Non quando ero piccolo. Ha cominciato quando avevo sedici anni. Ed  morto quando ne avevo trenta. Quindi ci ha dato dentro per quattordici anni. Ha bevuto fino a togliersi letteralmente la vita. E penso che fosse proprio quello il suo obiettivo".
Non hai qualche storia divertente su di lui? domand Anders.
Magari Karl Ove non possiede lo stesso rapporto godereccio verso le proprie disgrazie come hai tu con quelle altrui, intervenne Helena.
No, no, non c problema, davvero, dissi. Ormai non sto pi male quando ci penso. Non so se sia divertente, ma comunque: alla fine viveva a casa di sua madre. Beveva in continuazione, ovviamente. Un giorno cadde gi dalle scale del soggiorno. Credo che si fosse rotto una gamba. Forse era solo una brutta slogatura. Sta di fatto che non riusciva a muoversi e rimase sdraiato a terra. La nonna voleva chiamare lambulanza, ma lui no. E cos  rimasto in quella posizione, sul pavimento del soggiorno, con lei che lo serviva. Gli portava da mangiare e la birra. Non ho idea di quanto tempo sia durato. Qualche giorno, forse.  stato mio zio a trovarlo. Perlomeno, al suo arrivo era ancora l sdraiato".
Tutti risero, anchio.
E comera quando non beveva? domand Anders. I primi sedici anni?
Era un demonio. Avevo il terrore di lui. Una paura bestiale. Ricordo una volta... s, da piccolo mi piaceva nuotare, andare in piscina dinverno, era il momento pi importante della settimana. Una volta, mentro ero l, ho perso un calzino. Non riuscivo a trovarlo. Ho cercato, ho cercato, ma era sparito. Mi  venuta una tale paura. Era un vero e proprio incubo".
Perch? chiese Helena.
Perch si sarebbe scatenato linferno se lo avesse scoperto".
Per il fatto che avevi perso un calzino?
S, esatto. Le probabilit che lo scoprisse erano minime, mi sarebbe bastato intrufolarmi in casa e infilarmene un altro paio appena arrivato, eppure ero terrorizzato per tutto il tragitto di ritorno. Apro la porta. Nessuno. Comincio a togliermi le scarpe. E chi arriva se non pap? E cosa fa, se non mettersi a guardarmi mentre mi svesto?
Cosa  successo? domand Helena.
Mi ha dato uno schiaffo dicendomi che non sarei pi potuto andare in piscina, risposi sorridendo.
Ah, ah, ah! rise Geir. Quello s che  un uomo come piace a me. Coerente fino in fondo".
Quindi tuo padre ti picchiava? chiese Helena.
Geir si dilung un po sulla questione.
Cerano tutta una serie di elementi nel modo tradizionale di educare i figli in Norvegia. Sapete, piegati sopra le ginocchia e pantaloni abbassati. Ma mio padre non mi ha mai colpito in faccia, neppure picchiato quando non me lo aspettavo, come faceva il padre di Karl Ove. Era una punizione, n pi n meno. La consideravo una cosa giusta. Ma a lui non piaceva. Credo che lo considerasse un obbligo che doveva compiere.  molto buono, mio padre. Una brava persona. Non provo assolutamente nessun sentimento negativo nei suoi confronti. Neppure contro le punizioni. Tutto questo accadeva in una cultura completamente diversa da questa".
Non posso dire altrettanto di mio padre, disse Anders. S, non voglio addentrarmi nella mia infanzia n in tutte queste stronzate di carattere psicologico. Ma da piccolo eravamo ricchi, come ho gi detto, e quando ho finito la scuola sono stato inserito nella sua ditta, come una specie di socio. Ho condotto la classica vita da nababbo. Ma poi allimprovviso mio padre  finito a gambe allaria.  saltato fuori che aveva commesso una serie di truffe e imbrogli. E io avevo firmato tutte le carte che mi aveva passato. Sono riuscito a scampare la prigione, ma devo al fisco somme cos ingenti che tutto quello che guadagner finch campo servir unicamente a saldare questi debiti. Ecco perch non ho pi lavori in regola. Non  possibile, mi porterebbero via tutto".
Che cosa  successo a tuo padre? domandai.
 scappato. Da allora non lho pi visto. Non so dove sia. In qualche posto allestero. E non ci tengo neanche a rivederlo".
Ma tua madre  rimasta, intervenne Linda.
Lo puoi ben dire, s, replic Anders. Risentita, abbandonata e senza il becco di un quattrino".
Sorrise.
Lho incontrata una volta, dissi. Anzi, due.  davvero una donna molto divertente. Seduta su uno sgabello in un angolo, elargisce battute al vetriolo a tutti quelli che hanno voglia di starla a sentire. Possiede un grande senso dellumorismo".
Umorismo? comment Anders mettendosi a scimmiottarla, la voce incrinata di una donna ormai avanti con gli anni che lo chiamava e lo criticava per qualsiasi cosa.
Mia madre soffre dansia, disse Geir. E questo  stato sufficiente per sabotare ogni altro elemento della sua vita, o a sopraffarne lesistenza. Vuole avere tutti stretti intorno a s, sempre. Quando ero piccolo era un inferno, mi  costato tantissimo liberarmi da quel giogo. La sua tecnica per tenermi legato al suo fianco era farmi venire i sensi di colpa. Mi sono imposto di non averli. Cos sono uscito da quella situazione. Il prezzo da pagare  che non ci rivolgiamo quasi pi la parola.  un prezzo alto, ma ne  valsa la pena".
Che tipo di ansia? chiese Anders.
Come si manifestava?
Anders fece un segno con la testa.
Non sono le persone a provocarle lansia. Riesce ad affrontarle, non le teme. Sono gli spazi a scatenarla. Per esempio, quando facevamo qualche gita in macchina portava sempre con s un cuscino. Lo teneva sulle ginocchia. Ogni volta che entravamo in una galleria, si chinava in avanti e se lo metteva in testa".
Davvero? esclam Helena.
Certo. Tutte le volte. Noi dovevamo avvisarla quando eravamo usciti dal tunnel. La cosa poi  degenerata, tutto a un tratto non riusciva pi a viaggiare su strade a pi di una corsia, non ce la faceva a vedere le macchine che la superavano a distanza cos ravvicinata. E poi non era pi in grado di proseguire il viaggio se costeggiavamo un corso dacqua. Le nostre vacanze erano diventate qualcosa di impossibile. Ricordo mio padre curvo sulla cartina a guisa di un generale prima di una battaglia mentre tentava di trovare un percorso privo di autostrade, acqua o gallerie".
Allora mia madre  lesatto contrario, disse Linda. Non ha paura di niente.  la persona pi impavida che conosco. Ricordo che attraversavo la citt in bicicletta insieme a lei quando ci recavamo a teatro. Lei pedala veloce, sui marciapiedi, tra la gente, in mezzo alla strada. Una volta  stata fermata dalla polizia. Non ha reagito ammettendo le proprie responsabilit, scusandosi e assicurando che non sarebbe pi successo. No, a suo dire stava addirittura subendo un sopruso. Spettava a lei decidere dove andare con la bici. La mia infanzia  stata tutta cos. Se degli insegnanti si lamentavano di me, rispondeva loro per le rime. Io non facevo mai niente di sbagliato. Avevo sempre ragione. A sei anni, mi lasci andare da sola in vacanza in Grecia".
Sola? chiese Christina. Solo tu?
No, ero con unamica e la sua famiglia. Ma avevo sei anni, e passare due settimane da sola con una famiglia sconosciuta in un paese sconosciuto era forse un po troppo, non trovate?
Erano gli anni settanta, comment Geir. A quei tempi tutto era lecito".
Mi sono sentita terribilmente in imbarazzo per colpa di mia madre in tantissime situazioni,  una persona priva di pudore, capace di compiere le cose pi inaudite, e quando lo faceva per proteggere me avrei voluto sprofondare".
Tuo padre invece? domand Geir.
Tutta unaltra storia. Era del tutto imprevedibile, poteva capitare qualsiasi cosa quando si ammalava. E poi dovevamo aspettarci che facesse qualcosa di grave e la polizia venisse a prenderlo. Spesso eravamo costretti ad andarcene, la mamma, mio fratello e io. Fuggire da lui, senza tanti giri di parole".
E cosa faceva in quei momenti? le chiesi guardandola. Aveva gi accennato a suo padre in altre occasioni, ma sempre e solo in generale, quasi senza fornire alcun dettaglio.
Oh, tutto era possibile. Era capace di arrampicarsi fino a noi servendosi della grondaia, o di gettarsi dalla finestra. A volte diventava violento. Sangue, vetri rotti e violenza. Ma allora arrivava la polizia. E tutto tornava a posto. Quando cera lui, ero sempre in attesa di una catastrofe. Ma quando poi avveniva, ero tranquilla. Per me  quasi un sollievo quando capita il peggio. So di essere in grado di affrontarlo.  la strada per arrivarci che  difficile".
Ci fu una pausa.
Adesso mi  venuta in mente una storia! prosegu Linda. Una volta siamo stati costretti a scappare da pap e ad andare dalla nonna nel Norrland. Io avevo forse cinque anni e mio fratello sette. Quando siamo tornati a Stoccolma, lappartamento era saturo di gas. Pap aveva aperto il rubinetto lasciando che fuoriuscisse per parecchi giorni. La porta  stata quasi spinta verso lesterno dalla pressione quando mamma lha aperta con la chiave. Si  girata verso di noi e ha detto che Mathias mi avrebbe seguito gi in strada e che dovevamo restare l. Ha aspettato che ce ne fossimo andati prima di entrare nellappartamento e chiudere il gas. L sotto Mathias mi ha detto, me lo ricordo nitidamente, sai che la mamma adesso potrebbe morire? S, gli ho risposto, lo sapevo. Quello stesso giorno ho sentito per sbaglio la mamma che parlava con pap al telefono. Hai tentato di ucciderci? gli aveva chiesto. Non era unesagerazione, ma la constatazione di un fatto. Insomma, hai in mente di ucciderci?
Linda sorrise.
Difficile battere questa storia, disse Anders. Si volt verso Christina. Adesso manchi soltanto tu. Come sono i tuoi genitori? Sono ancora vivi, vero?
S, rispose lei. Ma sono vecchi. Abitano a Uppsala. Fanno parte di una comunit di Pentecostali. Sono cresciuta l, dove mi hanno inculcato tutti i sensi di colpa possibili e immaginabili, per ogni minima cosa. Ma sono brave persone,  il loro progetto di vita. Quando si scioglie la neve e sullasfalto rimane la ghiaietta che  stata sparsa per linverno, sapete cosa fanno?
No? dissi, dato che stava guardando proprio me.
La raccolgono e la restituiscono alla societ per la manutenzione delle strade".
Ma davvero? esclam Anders. Ah, ah, ah!
Ovviamente non toccano alcol. Ma mio padre non beve neppure il caff o il t. Quando la mattina vuole concedersi qualcosa in pi, beve acqua calda".
Non ci credo, disse Anders.
Ma  vero, ribad Geir. Lui beve acqua calda e loro restituiscono alla societ per la manutenzione delle strade la ghiaietta sparsa davanti allingresso di casa. Sono cos buoni che  impossibile stare l. Lessersi beccati un genero come me la considerano sicuramente una prova che il diavolo ha inviato loro di persona, ne sono certo".
Com stato crescere in un posto cos? chiese Helena.
Per molto tempo ho creduto che il mondo fosse quello, che finisse l. Del resto tutti i miei amici e tutti gli amici dei miei genitori facevano parte della comunit. Non esisteva una vita al di fuori di essa. Quando ho rotto con tutto questo, ho rotto anche con tutti i miei amici".
Quanti anni avevi?
Dodici, rispose Christina.
Dodici? le fece eco Helena. Dove hai trovato le forze a quellet? O la consapevolezza?
Non lo so. Lho fatto e basta. Ed  stata dura, s. Ho perso tutti i miei amici".
A dodici anni? intervenne Linda.
Christina annu sorridendo.
Quindi adesso la mattina bevi il caff? disse Anders.
S, rispose Christina. Ma non quando sono l da loro".
Ridemmo. Mi alzai e cominciai a raccogliere i piatti. Anche Geir si alz e, dopo aver preso il suo, mi segu in cucina.
Sei passato al nemico, Geir? comment Anders alle sue spalle.
Buttai i gusci delle cozze nella spazzatura, sciacquai i piatti e li infilai nella lavastoviglie. Geir mi porse il suo, poi, fatto qualche passo indietro, si appoggi al frigorifero.
Affascinante, esclam.
Che cosa? dissi.
Quello di cui abbiamo parlato. O meglio, il fatto che ne abbiamo parlato. Peter Handke usa unespressione per questo. Notti narrative mi sembra che la chiami. Quando qualcosa si apre e tutti contribuiscono con le proprie storie".
S, dissi voltandomi. Vieni fuori con me? Ho bisogno di una sigaretta".
Certo, rispose Geir.
Mentre ci vestivamo, arriv Anders.
Scendete a fumare? Vengo anchio".
Due minuti piu tardi eravamo in mezzo alla piazzetta, io con una sigaretta accesa tra le dita, gli altri con le mani infilate nelle tasche del cappotto. Faceva freddo e tirava vento. Ovunque era unesplosione di fuochi dartificio.
Mentre eravamo in casa, avevo unaltra storia sulla punta della lingua, esord Anders passandosi una mano tra i capelli. Sul perdere ci che si ha. Ma ho pensato che fosse meglio raccontarla qui.  successo in Spagna. Io e un amico avevamo un ristorante. Era una vita fantastica. Stare svegli la notte, andarci gi pesante con la cocaina e gli alcolici, prendersela con calma durante il giorno spaparanzati al sole, ricominciare verso le sette, otto di sera. Credo che sia stato il pi bel periodo della mia vita. Ero totalmente libero. Facevo tutto quello che volevo".
E? disse Geir.
Forse ho fatto un po troppo quello che volevo. Avevamo lufficio sopra il bar, dove mi scopavo la donna del mio amico, non riuscivo a farne a meno, ovviamente lui ci ha colto in flagrante ed  stata la fine. Addio collaborazione. Eppure vorrei tornarci una volta o laltra. Lunico problema  convincere Helena".
Forse non  esattamente la vita che sogna? commentai.
Anders si strinse nelle spalle.
Ma prima o poi dovremmo prenderci in affitto una casa per le vacanze da quelle parti. Un mese, tutti e sei. A Granada, per esempio. Che ne dite?
Sembra una buona idea, dissi.
Io non ho le ferie, rispose Geir.
In che senso? domand Anders. Questanno?
No, mai. Lavoro tutti i giorni della settimana, compresi sabato e domenica, e tutte le settimane dellanno, eccetto Natale e Santo Stefano, forse".
E perch? domand Anders.
Geir rise.
Gettai via il mozzicone prima di calpestarlo pi volte.
Torniamo su? dissi.
La prima volta che incontrai Anders fu quando venne a prendere me e Linda alla stazione di Saltsjbaden, dove avevano preso in affitto un piccolo appartamento, durante il tragitto aveva avuto modo di esprimere il disprezzo che nutriva verso quella caccia ai soldi e allo status sociale che caratterizzava gli abitanti della zona, la vita si basava su tutte altre cose, ma bench avessi intuito che ci facesse da eco affermando soltanto quello che secondo lui noi, in qualit di persone di cultura, avremmo voluto sentir dire, passarono molti mesi prima che mi rendessi conto che in realt pensava esattamente lopposto: le uniche cose che lo interessavano per davvero erano i soldi e la vita che conseguiva dallaverne molti. Era ossessionato dallidea di tornare a essere ricco, tutto ci che faceva ruotava intorno a questo, e dato che la sua attivit non doveva destare lattenzione del fisco, si muoveva nel mondo dei soldi in nero. Quando Helena lo conobbe, tutti i suoi affari erano loschi, ma lei, che aveva combattuto a lungo il proprio innamoramento per poi capitolare, gli aveva imposto delle regole quando, non molto tempo dopo, avevano avuto una bambina, regole a cui lui si era apparentemente adeguato: i soldi che guadagnava erano ancora in nero, ma in un certo senso erano puliti. Che cosa facesse esattamente, non lo sapevo, sapevo soltanto che sfruttava i numerosi contatti che aveva maturato nel periodo in cui era sulla cresta dellonda allo scopo di finanziare progetti sempre nuovi e che essi, per quanto lo riguardava, duravano per qualche motivo solo pochi mesi alla volta. Telefonargli era impossibile, cambiava in continuazione il cellulare, lo stesso valeva per le automobili, le cosiddette auto aziendali che sostituiva regolarmente. Quando andavamo a trovarli, capitava che su una parete del soggiorno troneggiasse un enorme televisore a schermo piatto, o ci fosse un nuovo computer portatile sulla scrivania in corridoio, e che magari la sera dopo fossero spariti. Il confine tra quello che possedeva e quello che aveva a disposizione era palesemente variabile e non esisteva neppure una chiara connessione tra ci che faceva e i soldi che aveva per le mani. Tutti i soldi che incassava, e che spesso non erano pochi, li usava al gioco. Scommetteva su tutto ci che si muoveva. Poich era dotato di una grande capacit di persuasione, non aveva problemi a farsi prestare del denaro, quindi era come intrappolato in una vera e propria palude. Di solito teneva tutto per s non rivelando mai niente, ma ogni tanto le cose venivano a galla, come quella volta che qualcuno aveva telefonato a Helena per informarla che Anders aveva svuotato le casse della ditta in cui era entrato per occuparsi della revisione dei contratti, si trattava di settecentomila corone e avrebbero sporto denuncia alla polizia contro di lui. Anders non aveva battuto ciglio quando lei lo aveva messo di fronte al fatto compiuto: la situazione economica di quellazienda era poco chiara e alquanto dubbia e ora volevano nascondere la situazione scaricando la colpa su di lui. Anche se fosse fuggito con i soldi per andare a giocarseli, quel denaro era in nero e quindi lultima cosa che avrebbero voluto era coinvolgere la polizia, ecco perch da quel punto di vista si sentiva al sicuro. Probabilmente era in grado di valutare chi stava truffando, ma non per questo la cosa era priva di rischi. Una volta qualcuno si era introdotto nel loro appartamento mentre erano fuori, aveva raccontato Helena a Linda, probabilmente soltanto per mostrare di cosa erano capaci. In seguito Anders era diventato comproprietario in un progetto che riguardava un ristorante in grande stile, ma anche in questo caso il suo ruolo si era esaurito dopo qualche mese, poi allimprovviso era passato a dirigere dei cantieri edili, dopo di che si era messo a fornire locali esclusivi a un salone di parrucchieri, infine era stata la volta di una fabbrica di bacon che doveva salvare dal fallimento. Il problema, sempre che lo si potesse definire tale, consisteva nel fatto che era impossibile detestarlo. Era capace di parlare con ogni genere di persone, si tratta di un dono raro, e poi era generoso, cosa che uno notava non appena lo conosceva. E sempre allegro. Quando eravamo alle feste, era lui che si alzava e ringraziava i padroni di casa per la cena e lospitalit o faceva gli auguri per il compleanno o diceva quello di cui cera bisogno al momento, aveva sempre una parola gentile per tutti, indipendentemente da quanto queste persone avessero in comune con lui, e il pi delle volte sapeva come farle sentire a proprio agio. Al contempo non cera in lui niente di forzato, niente di artificiale e forse era questo il motivo per cui mi piaceva cos tanto, nonostante la sua costante abitudine a mentire, uno dei pochi tratti caratteriali che ho difficolt ad accettare. .
Ovviamente lui se ne sbatteva di me, ma quando ci vedevamo non recitava la parte della persona artificiosamente interessata, come spesso accade quando la gente con cui parli lo fa per senso del dovere e il divario tra ci che pensa e ci che fa si manifesta attraverso quei piccoli gesti rivelatori su cui pochi hanno il controllo, come per esempio il rapido sguardo lanciato in direzione di un altro punto del locale, gesti insignificanti in s e per s, che per corrispondono a una specie di sbavatura nellattenzione e che, nel momento in cui essa viene ricollegata nuovamente a te, rendono evidente che la stessa forma appare proprio come forma in quanto tale. Ovviamente la sensazione che ne deriva di essere stati vittima di una commedia potrebbe risultare fatale a uno che vive del fatto di guadagnarsi la fiducia della gente. Anders non recitava, quello era il suo segreto. Lui non era neppure autentico, nel senso che quello che diceva non coincideva necessariamente con quello che pensava, ci che faceva, ci che desiderava. Ma del resto chi lo ? Esiste una categoria di persone che dicono sempre quello che pensano, senza adattarlo alla situazione in cui si trovano, ma sono rare, io ne ho incontrate soltanto un paio, e ci che succede loro  che tutte le situazioni in cui finiscono si caricano immancabilmente di tensione. Non perch la gente non sia daccordo e cominci a discutere o a dissentire, ma perch con i loro argomenti escludono tutti gli altri dallo scopo principe della conversazione, che assume quindi un carattere totalitario di cui loro sono automaticamente ritenuti gli unici responsabili. Questo fa s che a loro venisse attribuita unaura di ingenerosit e rigidezza mentale indipendentemente dalla loro reale natura, che in entrambi i casi era, per quanto fossi in grado di giudicare, amichevole e generosa. Il malessere sociale che io stesso a volte potevo suscitare proveniva da cause opposte. Lasciavo che fosse sempre la situazione contingente a decidere, o rimanendo in silenzio o facendo eco alle affermazioni degli altri. Dire quello che si crede gli altri vogliano sentire  in fondo un modo di mentire. Per questo esisteva soltanto un grado di differenza tra la prassi sociale di Anders e la mia. Nonostante la sua intaccasse la fiducia e la mia intaccasse lintegrit, il risultato era fondamentalmente lo stesso: una lenta erosione dellanima.
Il fatto che Helena, che propendeva verso il lato spirituale dellesistenza e si sforzava in continuazione di capire se stessa, fosse finita con uno che accantonava con un sorriso sulle labbra tutti gli altri valori che non fosse quello dei soldi, era ovviamente ironico, ma non incomprensibile poich entrambi condividevano la cosa pi importante, la leggerezza e la gioia di vivere. Ed erano davvero una bella coppia. Con i suoi capelli scuri, gli occhi caldi e i lineamenti marcati e ben definiti, Helena aveva un aspetto che faceva colpo, la sua natura era avvincente, la sua presenza tangibile. Era unattrice dotata di talento. Lavevo vista in due serie televisive, in una, un poliziesco, recitava la parte di una vedova e il senso di oscurit e cupezza che irradiava me laveva trasformata in unestranea, era come vedere unaltra persona con i lineamenti di Helena. Nellaltra, una commedia, interpretava la parte di una moglie stronza e mi faceva lo stesso effetto, unaltra persona con i suoi lineamenti.
Anche Anders aveva un bellaspetto, sembrava un ragazzino, anche se non era facile dire se ci fosse dovuto allaura che emanava, al bagliore dei suoi occhi, al corpo esile o ai capelli, che negli anni cinquanta sarebbero stati descritti come una chioma, Anders non era un tipo facile da inquadrare. Una volta mi ero imbattuto in lui a Plattan in centro, era appoggiato a un muro, come accasciato su se stesso e molto, molto stanco, lo avevo riconosciuto a malapena, ma quando mi aveva visto si era raddrizzato, come se si fosse sollevato da solo, e in un batter docchio era ritornato luomo energico e gioviale che ero abituato a vedere.
Quando rientrammo, Helena, Christina e Linda avevano sparecchiato e si erano sedute a chiacchierare sul divano. Andai in cucina a preparare il caff. Mentre aspettavo che fosse pronto, entrai nella stanza accanto, completamente vuota e silenziosa, fatta eccezione per il respiro della figlia di Helena e Anders, che dormiva vestita sul nostro letto, con sopra una coperta. Nella penombra la culla vuota, il lettino con le sbarre vuoto, il fasciatoio e il cassettone con i vestiti per neonati che si trovavano di fianco sembravano leggermente inquietanti. Era tutto pronto per quando sarebbe arrivato nostro figlio. Avevamo addirittura comprato un pacco di pannolini, era sul ripiano sotto il fasciatoio insieme a un mucchio di asciugamani e lavette, e sopra avevamo appeso una giostrina formata da tanti aereoplanini che oscillavano appena per via dello spiffero proveniente dalla finestra. Inquietante perch non cera nessun bambino, e il confine tra quello che sarebbe potuto essere e ci che sarebbe arrivato era molto labile in questo genere di cose.
Dal soggiorno venivano delle risate. Dopo essermi chiuso la porta alle spalle, misi su un vassoio una bottiglia di cognac con i bicchieri corrispondenti, le tazze da caff e i piattini, versai il caff dal bricco di vetro in un thermos e portai tutto in soggiorno. Christina era seduta sul divano con in braccio un orsetto di peluche, sembrava felice, il volto era pi disteso e tranquillo del solito, mentre Linda, seduta accanto a lei, quasi non riusciva a tenere gli occhi aperti. Adesso di solito andava a dormire verso le nove. Ora era quasi mezzanotte. Helena stava cercando della musica tra i cd sugli scaffali, mentre Anders e Geir, seduti al tavolo, avevano ripreso a parlare dei criminali che conoscevano entrambi. Evidentemente unintera risma di delinquenti doveva essere passata dal club di boxe negli anni in cui laveva frequentato Geir. Disposi tutto in tavola e mi sedetti.
Tu hai conosciuto Osman, Karl Ove, vero? disse Geir.
Annuii.
Una volta Geir mi aveva portato a Mosebacke per presentarmi due dei pugili che conosceva. Il primo, Paolo Roberto, aveva combattuto per il titolo di campione del mondo, adesso era una star della televisione svedese e al momento si stava allenando per conquistare un nuovo titolo, in quello che voleva essere una specie di comeback. Laltro, Osman, era allo stesso livello, ma non altrettanto conosciuto. Insieme a loro cera un allenatore inglese, a cui Geir era stato presentato con lappellativo di doctor in boxing. Hes a doctor in boxing! Avevo stretto loro la mano, non avevo detto molto, ma avevo seguito con attenzione quello che succedeva, perch in quellambiente era tutto diverso da ci a cui ero abituato. Erano assolutamente rilassati, nellaria non cerano quelle tensioni che per me invece, cosa che mi colp, erano nella norma. Avevano mangiato crpes e bevuto caff mentre osservavano la quantit di gente che passava, strizzando gli occhi contro il sole autunnale basso, ma ancora caldo, avevano parlato dei vecchi tempi con Geir. Anche se il suo corpo era rilassato quanto il loro, era carico di unenergia diversa, pi leggera e concitata, quasi nervosa, si rifletteva nei suoi occhi, che sembravano costantemente alla ricerca di unapertura e nel modo in cui parlava, esuberante, ricco di spunti, ma anche calcolato, perch Geir si adattava a loro e al loro gergo, mentre gli altri partivano da se stessi. Quello che si chiamava Osman indossava una canotta e anche se i muscoli della parte superiore delle braccia erano grossi, forse cinque volte pi dei miei, non erano esageratamente sproporzionati, ma asciutti. Lo stesso valeva per tutto il busto. Se ne stava l seduto al tavolo agile e rilassato, e ogni volta che posavo lo sguardo su di lui pensavo che avrebbe potuto farmi a pezzi nel giro di pochi secondi senza che io avessi avuto nessuna possibilit di difendermi. La sensazione che provai fu quella di sentirmi una femminuccia. Era umiliante, ma lumiliazione era solo mia, non si poteva vedere, n intuire. Eppure cera e la maledivo comunque.
Di sfuggita, risposi. Lanno scorso a Mosebacke. Me li hai mostrati come se si fosse trattato di una coppia di scimmie".
Direi piuttosto che le scimmie eravamo noi, replic Geir. Comunque sia. Osman? Si  fatto arrestare durante un trasporto di valori a Farsta insieme a un amico. Il posto che avevano scelto era a cinquanta metri dalla centrale di polizia. Dal momento che allinizio hanno perso tempo e le guardie giurate sono riuscite a dare lallarme, la polizia  piombata dopo pochi secondi! Cos si sono catapultati in auto dandosela a gambe senza i soldi e a mani vuote. E poi hanno finito pure la benzina! Ah, ah, ah!
Possibile? Sembra di sentir parlare della Banda Bassotti".
Esatto. Ah, ah, ah!
E com finita con Osman? La rapina a mano armata non  di certo un reato su cui possono chiudere un occhio".
Se l cavata abbastanza bene, gli hanno dato solo un paio danni. Invece il suo amico aveva tanti di quei precedenti che rimarr in prigione per un bel pezzo".
 successo da poco?
No, no. Sono passati diversi anni. Molto prima che facesse carriera come pugile".
Aha, feci. Un po di cognac?
Sia Geir sia Anders annuirono. Aperta la bottiglia, lo versai in tre bicchieri.
Qualcuna di voi ne vuole? domandai guardando verso il divano. Scossero la testa.
Io ne prendo un goccio, grazie, intervenne Helena. Mentre veniva verso di noi, la musica prese a diffondersi dalle casse ridicolmente microscopiche dietro di lei. Era lalbum Mali Music di Damon Albarn, che avevamo gi messo prima quella sera e che laveva conquistata.
Tieni, le dissi porgendole un bicchiere il cui fondo era appena coperto da quella bevanda alcolica dal colore giallo dorato tendente al bruno. La luce del lampadario appeso sopra il tavolo lo faceva risplendere.
Se c una cosa di cui sono felice, esord Christina dal divano,  quella di essere adulta.  molto meglio avere trentadue anni che ventidue".
Sei consapevole del fatto che stai tenendo in braccio un orsetto di peluche, Christina? commentai. Attenua in parte leffetto delle tue parole".
Scoppi in una risata. Era bello vederla ridere. Cera in lei qualcosa di contratto, non in modo oscuro, ma dava sempre limpressione di utilizzare tutte le forze che aveva a disposizione per tenere insieme tutto quanto, incluso se stessa. Era alta e magra, sempre ben vestita, naturalmente, in maniera quasi ostinata, e bella con quella sua pelle chiara e le lentiggini, ma superata la prima impressione era proprio quel non so che di chiuso a emergere e a prevalere quando si pensava a lei, perlomeno per me era stato cos. Al contempo cera in lei anche un che di infantile, soprattutto quando rideva o si entusiasmava per qualcosa, e allora quel suo trattenersi veniva sopraffatto. Non infantile nel senso di immatura, ma infantile come nellaccezione di essere giocosi e spensierati. Una cosa simile la vedevo anche in mia madre, le rarissime volte in cui abbandonava il controllo e faceva qualcosa di sfrenato o avventato, perch anche in lei limponderato era inscindibile dal vulnerabile. Una volta che eravamo andati a cena da Geir e Christina, dove lei, come sempre, aveva incanalato tutta la sua energia e concentrazione nel cucinare, ero rimasto da solo in soggiorno, nella penombra davanti alle librerie, quando lei era entrata per prendere qualcosa. Non sapeva che fossi l. Con le voci e il ronzio della ventola della cucina alle spalle, aveva sorriso tra s e s. I suoi occhi scintillavano. Oh, come ero felice di aver assistito a quel momento, ma provavo anche una certa tristezza, poich il fatto che per lei contasse cos tanto averci l non intendeva mostrarlo a nessuno.
Una delle mattine in cui abitavo da loro, Christina stava lavando i piatti mentre io ero seduto al tavolo della cucina a bere il caff, quando lei allimprovviso aveva indicato le pile di piatti che si trovavano nellarmadio.
Quando siamo venuti qui a vivere insieme, ho comprato diciotto pezzi di ogni tipo, spieg. Mi immaginavo che avremmo tenuto delle grandi feste. Un sacco di amici e cene favolose. Invece non li abbiamo mai usati. Neanche una volta!
Dalla camera da letto Geir era scoppiato in una fragorosa risata. Christina aveva sorriso.
Tipico. Erano fatti cos.
Comunque sono daccordo, dissi in quel momento. I ventanni sono stati un inferno. Li ha battuti soltanto il periodo delladolescenza. Ma i trentanni sono okay".
E cos che  cambiato? domand Helena.
Quando avevo vent anni, quello che avevo, intendo dire ci che ero, era cos poco. Ovvio che ne fossi consapevole, allora per me rappresentava tutto. Ma ora che ne ho trentacinque, c molto di pi. Cio, tutto quello che era in me allet di ventanni c ancora. Ma adesso  circondato da molto di pi. Io la vedo pi o meno cos".
Si tratta di una visione estremamente ottimistica, comment Helena. Che le cose migliorino tanto pi si invecchia".
Davvero? disse Geir. Non  invece che meno si ha e pi facile  vivere?
Non per me, almeno, risposi. Adesso le cose non significano pi cos tanto. Prima s. Piccole stronzate potevano avere un peso enorme! Essere determinanti!
 vero, ammise Geir. Comunque non parlerei di ottimismo. Piuttosto di fatalismo, s".
Quel che sar, sar, dissi. E adesso siamo qui. Facciamo un brindisi!
Cin cin!
Mancano sette minuti alla mezzanotte, intervenne Linda. Perch non accendiamo la tv e seguiamo il conto alla rovescia di Jan Malmsj?
Cos? domandai prima di dirigermi verso di lei e tenderle la mano. Lei la strinse e io la aiutai ad alzarsi.
Legge una poesia di Alfred Tennyson. Sonate selvagge campane.  una tradizione svedese".
Accendi, risposi.
Mentre lo faceva, andai ad aprire le finestre. Il fragore dei fuochi dartificio si faceva sempre pi intenso ogni minuto che passava, adesso era un tripudio continuo di esplosioni e crepitii, un muro di suoni che si ergeva sopra i tetti delle case. Le strade si erano riempite di gente. Bottiglie di champagne e stelle filanti luminose in mano, cappotti pesanti su quei corpi vestiti a festa. Niente bambini, solo adulti ubriachi e felici.
Linda and a prendere lultima bottiglia di champagne, la apr e riemp i bicchieri di bollicine. Ci piazzammo davanti alle finestre tenendoli stretti tra le dita. Guardai gli altri. Erano allegri, euforici, parlavano, indicavano, brindavano.
Si sentirono delle sirene.
O  scoppiata la guerra o sta per iniziare il 2004, disse Geir.
Afferrai Linda, la strinsi forte a me. Ci guardammo negli occhi.
Buon anno, le dissi e la baciai.
Buon anno, mio amato principe, rispose. Questo  il nostro anno".
S, hai ragione".
Quando tutti gli abbracci e gli auguri furono terminati e la gente aveva cominciato a ritirarsi dalle strade sottostanti, Anders e Helena si ricordarono della loro lanterna cinese. Ci vestimmo e scendemmo nel cortile posteriore. Anders accese una specie di stoppino, il pallone si riemp lentamente di aria calda e quando alla fine lui la lasci andare, cominci a salire lungo i muri delledificio, silenziosa e scintillante. La seguimmo con lo sguardo fino a quando non scomparve sopra la selva di tetti di stermalm. Tornati dentro, ci sedemmo di nuovo a tavola. Adesso la conversazione era pi diluita, meno concentrata, ma ogni tanto si raccoglieva di nuovo su un punto, come quando Linda raccont della festa esclusiva a cui una volta aveva preso parte ai tempi del liceo, in una villa con una grande piscina, dietro la quale cera unenorme parete di vetro, spieg. Poi prosegu dicendo che nellarco della serata avevano cominciato a fare il bagno e che quando si era tuffata, per prendere la spinta, aveva dato involontariamente un calcio alla parete di vetro che si era infranta in un milione di piccoli pezzi tintinnanti nellattimo in cui lei fendeva la superficie dellacqua.
Quel suono non me lo dimenticher mai, aggiunse.
Anders raccont di una gita sulle Alpi a cui aveva partecipato, mentre sciava lungo un fuoripista, gli si era aperto di colpo il terreno sotto i piedi. Con gli sci ai piedi era precipitato dentro il crepaccio di un ghiacciaio, probabilmente a sei metri di profondit, ed era svenuto. Erano andati a prenderlo con lelicottero. Si era fratturato la colonna vertebrale e rischiava di rimanere paralizzato, era stato operato immediatamente e aveva trascorso molte settimane in ospedale, mentre suo padre, ci disse, ogni tanto sedeva su una sedia accanto a lui, come un sogno ricorrente, e puzzava di alcol.
A quel punto si piazz al centro della stanza e dopo essersi chinato in avanti, si scopr la schiena per mostrarci la lunga cicatrice che gli era rimasta a seguito delloperazione.
Presi a raccontare di quando avevo diciassette anni e lauto su cui stavamo viaggiando a cento chilometri allora nel profondo Telemark aveva cominciato a sbandare, eravamo andati a sbattere contro un palo ed eravamo stati catapultati sopra la strada prima di atterrare in una scarpata, miracolosamente illesi visto che lautomobile era ridotta a un rottame. Spiegai che la cosa peggiore non fu lincidente, ma il freddo, cerano venti gradi sotto zero, in piena notte, indossavamo magliettine, giacche leggere e scarpe da ginnastica, eravamo stati al concerto degli Imperiet ed eravamo rimasti l per ore senza riuscire a rimediare un passaggio.
Versai del cognac ad Anders, Geir e me, Linda sbadigli, Helena cominci a raccontare una storia di Los Angeles, quando di colpo si sent il rumore stridente di un allarme provenire dallinterno del palazzo.
Che cazzo ? esclam Anders. Lallarme antincendio?
Ma  lultimo dellanno, disse Geir.
Dobbiamo lasciare ledificio? chiese Linda raddrizzandosi leggermente sul divano.
Prima vado a controllare, risposi.
Vengo con te, disse Geir.
Andammo nel corridoio. Perlomeno non si vedeva fumo. Il suono proveniva dal pianterreno, quindi scendemmo svelti le scale. La luce sopra lascensore lampeggiava. Mi chinai in avanti per guardare attraverso il vetro della porta. Dentro cera qualcuno steso a terra. Aprii la porta. Era la russa. Era sdraiata sulla schiena, con un piede appoggiato contro la parete. Era vestita a festa, con un abito nero ornato sul petto da una specie di ricamo fatto di paillettes, collant color carne e tacchi alti. Rise quando ci vide. Spinto da una specie di riflesso gli occhi mi caddero sulle cosce, le mutandine nere l nel mezzo, spostai lo sguardo verso il viso.
Non riesco ad alzarmi! disse.
Ti aiutiamo noi, risposi. La presi per un braccio e la tirai su a sedere. Geir si piazz sullaltro lato e insieme riuscimmo a rimetterla in piedi. Continuava a ridere. In quello spazio angusto si sentiva un forte odore di profumo e alcol.
Grazie tante, disse. Mille, mille grazie".
Strinse le mie mani tra le sue e, dopo essersi chinata in avanti, le baci, prima luna, poi laltra. Poi alz lo sguard verso di me.
Oh, uomo bellissimo, aggiunse.
Forza, ti aiutiamo a salire, risposi. Premetti il bottone del suo piano e chiusi la porta. Geir sfoderava un sorriso che gli andava da un orecchio allaltro mentre sbirciava in parte verso di me, in parte verso di lei. Quando lascensore cominci a salire, lei si appoggi pesantemente a me.
Ecco, dissi. Siamo arrivati. Hai le chiavi?
Diede unocchiata nella borsetta che le pendeva dalla spalla, oscillando avanti e indietro come un albero in balia del vento mentre le sue dita frugavano allinterno.
Eccole! esclam trionfante mentre estraeva un mazzo di chiavi.
Geir le pass un braccio sotto le spalle per sostenerla perch sembrava sul punto di cadere quando si sporse per infilare la chiave nella serratura.
Fa un passo in avanti, le sugger. Cos ci riesci".
Esegu. Dopo qualche secondo di tentativi fu in grado di eseguire loperazione.
Grazie mille! ripet. Siete due angeli che stasera sono venuti da me".
Non c di che, disse Geir. E in bocca al lupo, allora".
Mentre salivamo le scale diretti allappartamento, Geir mi guard con aria interrogativa.
Quella era la vostra vicina pazza? chiese.
Annuii.
 una prostituta, vero?
Scossi la testa.
Non mi risulta, risposi.
Ma deve esserlo. Altrimenti come potrebbe permettersi di abitare qui. E quellaspetto... per non sembrava cos stupida".
Adesso smettila, dissi aprendo la porta di casa.  una donna normalissima. Solo molto infelice, alcolizzata e russa. Con una capacit ormai nulla di controllare i propri impulsi".
S, puoi ben dirlo, comment Geir ridendo.
Cos successo? domand Helena dal soggiorno.
Era la vicina russa, spiegai andando da loro. Era caduta dentro lascensore ed era cos ubriaca da non riuscire a rialzarsi. Cos labbiamo aiutata a entrare in casa".
Ha baciato le mani di Karl Ove, aggiunse Geir. Oh, uomo bellissimo, ha detto".
Tutti risero.
E questo dopo che  venuta qui pi volte a insultarmi, proseguii. E ci ha fatto impazzire".
 un incubo, intervenne Linda.  fuori di testa. Quando mi supera mentre sono per le scale, ho quasi paura che tiri fuori un coltello e mi infilzi. Mi guarda con odio. Un odio profondo".
Non le rimane pi molto tempo, osserv Geir. Ed ecco che arrivate voi con un bel pancione e in felice attesa".
Credi che sia per questo? dissi.
Certo, esclam Linda. Se soltanto noi ci fossimo comportati in modo un po pi neutro allinizio. Invece ci siamo aperti con lei. Ora  come se provasse unossessione nei nostri confronti".
S, s, dissi. C qualcuno che ha voglia di mangiare il dolce? Linda ha preparato il suo famoso tiramis".
Oh! fece Helena.
Se  famoso,  soltanto perch  lunica cosa che so fare, dichiar Linda.
Andai a prendere il dessert e il caff e ci accomodammo nuovamente a tavola. Non avevamo finito di sederci che la musica inizi a rimbombare dallappartamento sotto di noi.
Ecco come viviamo qui, dissi.
Non potete farla buttare fuori? domand Anders. Se volete, me ne occupo io".
E in che modo? chiese Helena.
Ho i miei metodi, rispose Anders.
Ah, s?
Fate una denuncia alla polizia, disse Geir. Cos capir che non state scherzando".
Dici sul serio? gli domandai.
Certo. Se non fate qualcosa di drastico, continuer e basta". Poi la musica cess in modo tanto brusco come quando era cominciata. Si sent sbattere la porta del piano di sotto. I tacchi ticchettarono per le scale.
Ma sta venendo qui? dissi.
Tutti rimasero in silenzio ad ascoltare. Ma i passi oltrepassarono la nostra porta e proseguirono su per le scale. Subito dopo tornarono indietro e svanirono ai piani inferiori. Mi affacciai alla finestra. Con indosso soltanto il vestito nero e con una sola scarpa ai piedi, si spinse barcollando sulla corsia bianca della strada. Fece un cenno con la mano, un taxi stava salendo su per la via. Lauto si ferm e lei scivol dentro.
Sta prendendo un taxi, commentai. Con una scarpa sola. Almeno in fatto di forza di volont non le si pu dire nulla".
Mi misi a sedere e la conversazione scivol su altri temi. Verso le due Anders e Helena si congedarono e, infilatisi i loro pesanti indumenti invernali, ci abbracciarono e si avviarono nella notte, Anders con la figlia che dormiva in braccio. Geir e Christina se ne andarono una mezzora pi tardi, Geir dopo essere tornato indietro con in mano una scarpa con il tacco alto.
Come una specie di Cenerentola, disse. Che me ne faccio di questa?
Lasciala davanti alla sua porta, risposi. E adesso vattene, dobbiamo dormire".
Quando andai in camera dopo aver rimesso a posto in soggiorno e acceso la lavastoviglie, Linda dormiva. Ma non tanto profondamente da non aprire gli occhi e sorridermi assonnata mentre mi spogliavo.
 stata una bella serata? chiesi.
S".
Credi che siano stati bene? dissi sdraiandomi accanto a lei.
S, credo di s. Tu no?
S, lo penso anchio. Io perlomeno sono stato bene".
La luce dei lampioni faceva scintillare debolmente il pavimento. In quella stanza non era mai completamente buio. E non cera mai un silenzio totale. Fuori esplodevano ancora i fuochi dartificio, le voci continuavano a crescere e diminuire per la strada, passavano ancora le macchine, con maggiore frequenza adesso che la notte dellultimo dellanno stava per finire.
Comincio a essere davvero preoccupata per via della nostra vicina qui sotto, disse Linda. Non mi sento tranquilla ad averla qui".
No, assentii. Ma non possiamo fare molto".
No".
Secondo Geir  una prostituta".
Ovvio che lo , afferm Linda. Lavora per una di quelle agenzie di escort".
Come fai a saperlo?
Si capisce".
Io non lho capito, dissi. Neppure tra mille milioni di anni mi sarebbe venuta in mente una cosa simile".
 perch sei cos ingenuo, comment Linda.
Forse lo sono".
Oh, s".
Sorrise e si chin in avanti per baciarmi.
Buonanotte,disse.
Buonanotte, risposi.
Che in quel letto fossimo in realt in tre era una cosa difficile da cogliere con il pensiero. Per era cos. Il bambino nella pancia di Linda aveva finito di formarsi: lo separava da noi soltanto una parete di pelle e carne spessa qualche centimetro. Poteva nascere da un momento allaltro e questa eventualit influenz completamente Linda. Non cominciava pi niente di nuovo, usciva a malapena, ma cercava di stare il pi possibile tranquilla, si prendeva cura di se stessa e del proprio corpo, faceva lunghi bagni, sdraiata si guardava dei film, schiacciava un pisolino e dormiva. Pareva caduta in uno stato di letargo, ma lansia non laveva abbandonata del tutto. Adesso era il mio ruolo in tutto questo a infonderle una certa insicurezza. Durante il corso di preparazione al parto ci era stato detto che la sintonia tra la partoriente e lostetrica era importante e qualora non fossero andate daccordo, se ci fosse stata disarmonia, era fondamentale comunicarlo il prima possibile in modo che potesse subentrare unostetrica pi adatta. Ci dissero anche che il ruolo delluomo durante il parto era innanzitutto quello di comunicatore: lui conosceva meglio di chiunque altro la sua donna, avrebbe capito quello che lei desiderava, e doveva, dato che la partoriente aveva gi il suo bel da fare, comunicarlo alle ostetriche. Era qui che entravo in gioco io. Parlavo norvegese, le ostetriche e le infermiere avrebbero capito quello che dicevo? E, peggio ancora, io che rifuggivo da qualsiasi forma di conflitto e in ogni situazione tenevo sempre in considerazione tutti, sarei riuscito a oppormi a uneventuale ostetrica terribile e a chiederne una nuova, con ci che quel gesto avrebbe comportato in fatto di sentimenti feriti?
Rilassati, rilassati, andr tutto bene, le dicevo in questi casi, non ci pensare, ogni cosa andr per il verso giusto, ma questo non bastava a tranquillizzarla, adesso ero diventato io il fattore di incertezza. Sarei stato in grado di chiamare un taxi quando fosse giunto il momento?
Il fatto che non avesse tutti i torti non migliorava di certo le cose. Sentirmi accerchiato e sotto pressione mi mandava in crisi. Volevo cercare di mettere daccordo tutti, ma ogni tanto sorgevano situazioni dove dovevo fare delle scelte e agire, e allora soffrivo le pene dellinferno, era una delle cose peggiori che mi potesse capitare. Nellarco di poco tempo ne avevo dovute affrontare una serie di fila e lei ne era stata testimone. Lepisodio della porta chiusa a chiave, quello della barca, quello con mia madre. Il fatto che per compensare tutto questo fossi intervenuto in quel modo quella mattina alla stazione della metropolitana, quando mi ero intromesso in quella zuffa, non deponeva certo a mio favore, perch in quel caso che tipo di capacit di giudizio avevo dimostrato di possedere? E, cosa pi importante, sapevo che per me sarebbe stato pi difficile mettere alla porta unostetrica che prendermi una coltellata in una stazione della metropolitana.
Un pomeriggio tardi stavo tornando a casa e, nel momento stesso in cui avevo appoggiato per terra la borsa del computer e due sacchetti della spesa per premere il pulsante dellascensore allaperto che saliva verso Malmskillnadsgatan, diedi per caso unocchiata al cellulare e scoprii che Linda aveva chiamato otto volte. Dato che ero nelle vicinanze, non le telefonai. Rimasi ad aspettare lascensore che stava scendendo con esasperante lentezza. Mi girai e incrociai lo sguardo di un barbone che seduto accanto al muro sonnecchiava dentro un sacco a pelo. Era magro e aveva la pelle del viso chiazzata. Non cera nessuna curiosit nei suoi occhi, ma il suo sguardo non era neppure inebetito. Si limitava a registrare la mia presenza. Molto a disagio per via della situazione e della sensazione di insicurezza causata dalle chiamate di Linda, rimasi immobile nellascensore che saliva lentamente lungo la tromba. Non appena si ferm, spalancai di scatto la porta e corsi lungo il marciapiede gi per David Bagares gata, entrai nel portone e salii le scale.
Sono io! esclamai.  successo qualcosa?
Nessuna risposta.
Non era mica andata allospedale da sola?
Sono io, ripetei ad alta voce. Linda?
Mi tolsi gli stivali e andai in cucina, socchiusi la porta della camera da letto. Nessuno. Mi resi conto di avere ancora in mano i sacchetti della spesa, li posai sul tavolo della cucina prima di attraversare la camera da letto e aprire la porta del soggiorno.
In piedi al centro della stanza mi guard.
Cosa c? chiesi.  successo qualcosa?
Non rispose. Mi avvicinai a lei.
Cosa  successo, Linda?
Il suo sguardo era nero.
 tutto il giorno che non avverto niente, disse. Come se qualcosa non andasse. Non sento niente".
Le posai il braccio sulla spalla. Si divincol.
Va tutto bene, ripresi. Ne sono sicuro".
NON VA BENE PER UN CAZZO! grid. Non capisci proprio niente? Non capisci che cosa  successo?
Cercai di abbracciarla nuovamente, ma anche questa volta si sottrasse.
Si mise a piangere.
Linda, Linda, dissi.
Non capisci che cosa  successo? ripet.
 tutto a posto, insistetti. Ne sono sicuro".
Mi aspettavo un altro urlo. Invece abbass le mani e mi guard con gli occhi pieni di lacrime.
Come puoi esserne cos sicuro?
Sulle prime non risposi. Il suo sguardo, che non cedeva, lo avvertivo come una specie di accusa.
Che cosa vorresti che facessimo? chiesi.
Dobbiamo andare allospedale".
Lospedale? dissi. Ma se tutto procede come deve essere. Si muovono sempre meno a mano a mano che il momento del parto si avvicina. Dai, su. Va tutto bene.  soltanto..".
Solo allora, quando incrociai il suo sguardo incredulo, capii che poteva trattarsi davvero di qualcosa di grave.
Vestiti, dissi. Chiamo un taxi".
Prima telefona allospedale e di che stiamo arrivando". Scuotendo la testa, mi diressi verso il davanzale della finestra dove cera il telefono.
Andiamo e basta, risposi mentre afferravo la cornetta per comporre il numero della centrale di smistamento dei taxi. Ci assisteranno al nostro arrivo".
Mentre aspettavo di parlare con loperatore, la seguivo con lo sguardo. Come lentamente, quasi compiendo i diversi movimenti in uno stato di trance, si infilasse la giacca, si avvolgesse la sciarpa intorno al collo, appoggiasse prima un piede poi laltro sul baule per allacciarsi le scarpe. Sullo sfondo buio del soggiorno ogni dettaglio si delineava nitidamente nellingresso dove si trovava. Le lacrime continuavano a rigarle le guance.
Gli squilli si susseguivano senza che succedesse niente.
Lei mi stava guardando.
Non sono ancora riuscito a prendere la linea, dissi. Poi gli squilli si interruppero.
Stockholm Taxi, esord una voce di donna.
S, pronto, vorrei un taxi in Regeringsgatan 81".
S... E dove deve andare?
Allospedale Danderyd".
Va bene".
Quanto tempo ci vuole?
Una quindicina di minuti".
Non  possibile, commentai. Si tratta di un parto. Abbiamo bisogno di un taxi immediatamente".
Di che si tratta, scusi?
Un parto".
Mi resi conto che quello che non capiva era la parola norvegese per parto, fdsel. Pass qualche secondo mentre pensavo al termine corrispondente in svedese.
Frlossning, mi venne in mente alla fine. Abbiamo bisogno subito di un taxi".
Vedr cosa posso fare, rispose. Ma non posso prometterle niente".
Grazie, dissi prima di riattaccare, controllai di avere la carta di credito nella tasca interna della giacca, chiusi a chiave la porta e uscii con Linda nel corridoio. Mentre scendevamo, non incroci il mio sguardo neppure una volta.
Fuori stava ancora nevicando.
Non doveva arrivare subito? chiese Linda quando ci trovammo sul marciapiede.
Annuii.
Il pi in fretta possibile, mi hanno assicurato".
Nonostante il traffico fosse intenso, vidi il taxi sbucare dal fondo della strada. Viaggiava veloce. Gli feci un cenno con la mano e accost proprio davanti a noi. Mi chinai per aprire la portiera, feci salire prima Linda e poi mi sedetti anchio dopo di lei.
Il taxista si gir.
Abbiamo fretta? domand.
Non  come pensa, dissi. Per dobbiamo andare a Danderyd".
Dopo essersi immesso nuovamente sulla carreggiata, scese lungo la Birger Jarlsgatan. Noi sedevamo muti sul sedile posteriore. Le presi la mano. Per fortuna me lo lasci fare. La luce dei fari che fendevano lautostrada scivolavano come dei fasci sopra la macchina. La radio trasmetteva I Wont Let the Sun Go Down on Me.
Non avere paura, le dissi.  tutto come deve essere".
Lei non rispose. Risalimmo un lieve pendio. Tra gli alberi ai lati della strada si vedevano delle ville. I tetti bianchi di neve, le scale che conducevano alla porta dingresso gialle di luci. Qua e l qualche slittino di plastica arancione, qualche automobile costosa, scura. Poi girammo a destra e proseguimmo sotto la stessa strada che avevamo appena seguito, in direzione dellospedale, che con tutte quelle finestre illuminate assomigliava a unenorme scatola piena di fori quadrati. Cumuli di neve erano ammassati intorno agli edifici.
Sa dov? chiesi. Mi riferisco al reparto maternit, precisai pronunciando la parola in svedese.
Davanti a noi, luomo annu, poi svolt a sinistra e indic un cartello su cui cera scritto BB STOCKHOLM.
Si entra di l, spieg.
Davanti allingresso cera un altro taxi con il motore acceso. Lautista si ferm dietro la macchina, io gli porsi la Visa e scesi, presi la mano di Linda e laiutai a mettersi in piedi nel momento in cui unaltra coppia spariva dietro la porta, lui con in mano un seggiolino per auto e un enorme borsone.
Firmai, infilai la ricevuta nella tasca interna della giacca insieme alla carta e seguii Linda dentro ledificio.
Laltra coppia stava aspettando davanti allascensore. Ci fermammo qualche metro dietro di loro. Accarezzavo Linda sulla schiena. Lei piangeva.
Non era cos che me lero immaginato, disse.
Va tutto bene, ripetei.
Arriv lascensore e salimmo dopo laltra coppia. Tutto a un tratto la donna si pieg mentre stringeva con forza le dita sul corrimano che cera sotto lo specchio. Lui guardava per terra con le mani impegnate.
Furono loro a suonare il campanello quando arrivammo al piano. Linfermiera che usc scambi subito qualche parola con loro e ci disse che avrebbe mandato una collega prima di accompagnarli lungo il corridoio.
Linda si mise su una sedia. Io rimasi in piedi e presi a sbirciare il corridoio. La luce era smorzata. Dal soffitto pendeva, davanti a ogni stanza, una specie di targhetta. Alcune erano illuminate di rosso. Ogni volta che se ne accendeva una nuova, veniva emesso un segnale, anchesso attutito, comunque con il suono inconfondibile di struttura pubblica. Ogni tanto compariva uninfermiera che si spostava da una stanza allaltra. In fondo al corridoio un padre camminava cullando un fagotto che teneva tra le braccia. Sembrava che cantasse.
Perch non hai detto che era urgente? disse Linda. Non posso starmene qui seduta!
Non risposi.
Ero totalmente vuoto.
Lei si alz.
Vado dentro, dichiar.
Aspetta un attimo, risposi. Sanno che siamo qui".
Non serviva a nulla cercare di fermarla, cos, quando si avvi lungo il corridoio, la seguii.
Uninfermiera che stava uscendo dagli uffici si ferm davanti a noi.
Serve aiuto? domand.
S, rispose Linda. Doveva arrivare qualcuno. Ma non si  presentato ancora nessuno".
La donna scrut Linda da sopra gli occhiali.
 tutto il giorno che non sento nessun movimento, spieg Linda. Niente".
Quindi  preoccupata, comment linfermiera.
Linda annu.
Linfermiera si volt e guard lungo il corridoio.
Vada in quella stanza, disse.  libera. Arriver al pi presto qualcuno per prendersi cura di lei".
La stanza risultava cos estranea che lunica cosa che vedevo era noi due. Mi sentivo lacerare dentro ogni volta che Linda faceva un movimento.
Si tolse il giaccone e lo appese sullo schienale di una sedia, si mise a sedere su un divano. Io mi piazzai davanti alla finestra, guardai di sotto, il flusso di macchine che passava. Davanti alla finestra la neve cadeva simile a piccole ombre indistinte, pareva quasi che diventasse visibile solo quando i fiocchi entravano nel cono di luce proveniente dai lampioni del parcheggio.
Attaccata a una parete cera una poltrona ginecologica. Accanto a essa erano impilati luno sullaltro diversi strumenti come in una consolle a pi ripiani. Su una mensola sullaltro lato cera un lettore cd.
Lo senti? domand Linda.
Un grido leggero, quasi sordo, giungeva dallaltra parte della parete.
Mi voltai e la guardai.
Non piangere, Karl Ove, disse.
Non so che altro posso fare, risposi.
Andr tutto bene".
Adesso sei tu a consolare me? esclamai. Come andr a finire tutto quanto?
Sorrise.
Poi restammo nuovamente in silenzio.
Dopo qualche minuto bussarono alla porta, entr uninfermiera, chiese a Linda di sdraiarsi sul lettino e di scoprire la pancia, lauscult con uno stetoscopio, sorrise.
Qui  tutto a posto, disse. Ma facciamo unecografia per sicurezza".
Quando mezzora dopo lasciammo lospedale, Linda era risollevata e felice. Io ero sfinito, e anche un po imbarazzato per averli disturbati inutilmente. A giudicare dal viavai in entrata e in uscita dalle porte, avevano gi il loro bel da fare.
Perch eravamo sempre spinti a credere che fosse successo il peggio?
Daltro canto, pensai mentre ero sdraiato a letto accanto a Linda con la mano sul pancione, dove adesso il bambino era ormai cos grosso da avere a malapena lo spazio per muoversi, in effetti il peggio sarebbe potuto accadere, l dentro la vita si sarebbe potuta interrompere, perch capita anche questo, e fino a quando quella possibilit, pur piccola che fosse, esisteva, lunica cosa giusta da fare non era prenderla sul serio e non lasciarsi frenare dal fatto che uno si sentisse in imbarazzo? Non permettere che il desiderio di una persona di non voler arrecare disturbo agli altri la inibisse?
Il giorno dopo tornai in ufficio per continuare a scrivere la storia di Ezechiele, a cui avevo dato vita per riuscire a trasformare in qualche modo il materiale sugli angeli in un racconto, come giustamente mi aveva fatto notare Thure Erik, invece di ridurlo a una semplice rassegna del fenomeno in chiave saggistica. Le visioni di Ezechiele erano davvero grandiose e cariche di mistero, e la proposta che gli aveva fatto Dio di mangiare il rotolo per trasformare cos le parole in carne e sangue assolutamente irresistibile. Al contempo Ezechiele compariva di persona nelle scritture, il profeta pazzo dalle visioni apocalittiche, circondato da una misera quotidianit con tutto ci che essa poteva comportare in fatto di dubbio, scetticismo e passaggi repentini e violenti tra la componente intrinseca delle visioni, dove gli angeli bruciano e gli uomini vengono macellati, e quella esteriore di esse, in cui Ezechiele si ritrova con un mattone che diventer Gerusalemme, e disegna figure che saranno eserciti, fortificazioni e bastioni, tutto per ordine del Signore, davanti alla sua casa, davanti agli occhi degli uomini della citt. La concretezza della resurrezione: Ossa inaridite, udite la parola del Signore. Dice il Signore Dio a queste ossa: Ecco, io faccio entrare in voi lo spirito e rivivrete. Metter su di voi i nervi e far crescere su di voi la carne, su di voi stender la pelle. E poi, quando esso si  compiuto: Ritornarono in vita e si alzarono in piedi; erano un esercito grande, sterminato.
Lesercito dei morti.
Era questo di cui mi stavo occupando e che cercavo di rappresentare senza riuscirvi, gli elementi a disposizione erano pochi, sandali, cammelli e sabbia, forse in aggiunta qualche arido rovo, e la mia conoscenza di quella cultura era pi o meno paragonabile a uno zero, mentre Linda aspettava a casa, assorbita in modo totalmente diverso da quello che sarebbe successo. La data prevista per il parto era passata, non era accaduto niente, le telefonavo quasi ogni ora, ma no, nessuna novit. Non parlavamo daltro. Poi, una settimana dopo, alla fine di gennaio, mentre stavamo guardando la tv, si ruppero le acque. Me lero immaginato come qualcosa di impressionante, una diga che cedeva, ma non fu cos, anzi, usc cos poco liquido che Linda non era del tutto sicura che fosse quello che le era appena successo. Chiam lospedale, erano scettici, di solito non cerano mai dubbi sul fatto che si fossero rotte le acque, ma alla fine dissero di presentarci al reparto e, dopo aver preso il borsone, salimmo su un taxi e ci dirigemmo allospedale, che era illuminato e circondato da grossi cumuli di neve come lultima volta. Linda fu visitata sulla poltrona ginecologica, io guardavo fuori dalla finestra, lautostrada e le macchine che sfrecciavano e il cielo arancione sopra di esse. Una leggera esclamazione di Linda mi fece girare. Ecco il resto delle acque.
Visto che non era successo altro e che per il momento non erano cominciate le doglie, fummo rispediti a casa. Se la situazione fosse rimasta tale, il parto sarebbe stato indotto due giorni dopo ricorrendo a una fleboclisi di ossitocina. Per lo meno adesso avevamo una data a cui fare riferimento. Quando tornammo a casa, Linda era troppo tesa per prendere sonno, io invece dormii come un sasso. Il giorno dopo guardammo un paio di film, facemmo una lunga passeggiata a Humlegrden, dove ci scattammo delle foto, la macchina fotografica tenuta con la mano allestremit del braccio teso, i visi raggianti accostati luno allaltro, il parco sullo sfondo bianco di neve. Riscaldammo uno dei tanti piatti che la madre di Linda ci aveva messo in frigo, da consumare durante le prime settimane, e dopo aver mangiato, mentre preparavo il caff, di colpo sentii un gemito prolungato provenire dal soggiorno. Mi precipitai e trovai Linda china in avanti con entrambe le mani sulla pancia. Ohhh, diceva. Ma il volto che sollev verso di me era sorridente.
Si raddrizz lentamente.
Sono cominciate, disse. Potresti annotarti lora, cos sappiamo quanto tempo passa tra una contrazione e laltra?
Male? chiesi.
Un po, rispose. Ma non pi di tanto".
Andai a prendere un bloc-notes e una penna. Erano passate da poco le cinque. Le contrazioni successive giunsero esattamente ventitr minuti dopo. Poi pass pi di mezzora prima che ne arrivassero altre. And avanti cos per tutta la sera, il lasso di tempo tra una contrazione e laltra variava, il dolore invece pareva in costante aumento. Quando ci coricammo verso le undici, Linda urlava ogni volta che sopraggiungevano. Io ero sdraiato a letto accanto a lei cercando di aiutarla, ma non sapevo come. Lostetrica le aveva dato un cosiddetto apparecchio TENS, le sarebbe servito ad alleviare il dolore ed era composto da piastre conduttrici che andavano applicate sulla pelle nel punto che faceva male, erano collegate a un apparecchio su cui si poteva regolare lintensit, ci armeggiammo per un po, un groviglio di cavi e pulsanti che tentavo di far funzionare, senza altro risultato se non quello di farle prendere la scossa e farla urlare di collera e di dolore, spegni quellaggeggio di merda! No, no, dicevo, provo unaltra volta, ecco, ora credo che vada bene. Oh, porca troia! ulul. Mi becco solo la scossa, la vuoi capire? Mettilo via! Lo misi via e provai invece a massaggiarla con lolio che avevo comprato apposta, ma non andava mai bene, era troppo in alto o troppo in basso, troppo forte o troppo leggero. Una delle cose legate al parto che bramava di pi era la grossa vasca da bagno che avevano in ospedale, che, piena di acqua calda, le avrebbe alleviato il dolore prima che il parto iniziasse veramente, ma ora che le acque si erano rotte non poteva pi farlo, neanche utilizzare la vasca di casa. Allora ci si mise dentro seduta e si serv del docciatore per far scendere sul corpo acqua bollente mentre gemeva e si lamentava ogni volta che era attraversata da una nuova ondata di dolore. Io ero l, in piedi, grigio dalla stanchezza in quella luce tagliente e la guardavo mentre se ne stava l seduta, senza possibilit alcuna di penetrare e raggiungere dovera n tantomeno poterla aiutare. Solo al crepuscolo ci addormentammo e un paio di ore pi tardi decidemmo di andare allospedale, anche se mancavano ancora sei ore al termine che ci avevano dato e bench ci avessero sottolineato in modo molto netto e deciso che larco di tempo tra una contrazione e laltra doveva essere sceso a tre, quattro minuti, se volevamo andare prima. Le doglie di Linda arrivavano pressappoco ogni quindici minuti, ma stava cos male che non era il caso di ricordarle quello che ci avevano detto. Altro taxi, questa volta nella luce grigia del mattino, altro viaggio in autostrada verso Danderyd. Quando visitarono Linda, dissero che si era dilatata di soli tre centimetri, a quanto pareva non era molto, capii, e ne rimasi sorpreso, dopo quello che Linda aveva gi passato credevo che tutto si sarebbe concluso in breve tempo. Invece no, era il contrario, in realt saremmo dovuti tornarcene a casa, precisarono, ma dato che per caso avevano una stanza libera, e probabilmente sembravamo oltremodo stanchi e malconci, ci permisero di restare. Dormite un po, ci dissero, prima di chiudere la porta.
Perlomeno eccoci qui, commentai appoggiando il borsone per terra. Hai fame, vuoi qualcosa?
Scosse la testa.
Vorrei farmi una doccia. Vieni anche tu?
Annuii.
Mentre eravamo abbracciati sotto la doccia, arrivarono altre contrazioni, Linda si chin in avanti mentre si aggrappava alla maniglia del muro ed emetteva lo stesso suono che avevo sentito per la prima volta la sera precedente. Le accarezzai la schiena, ma sembrava pi una presa in giro che una consolazione. Si raddrizz e io incrociai il suo sguardo nello specchio. I nostri volti erano come prosciugati di tutto, sembravano vuoti, e pensai: in questo siamo completamente soli.
Entrammo in camera, Linda indoss i vestiti che le avevano dato, io mi sdraiai sul divano. Un attimo dopo dormivo pesantemente.
Qualche ora dopo entr nella stanza una piccola delegazione e cominciarono i preparativi per indurre il parto. Linda non voleva antidolorifici chimici, quindi la sottoposero a qualcosa che chiamarono iniezioni sottocutanee di acqua sterile, secondo il principio per cui il dolore serve a sconfiggere il dolore. In piedi al centro della stanza mi teneva la mano mentre le due infermiere le iniettavano lacqua. Urlava e gridava CAZZO! con tutta la forza che aveva nei polmoni, mentre distinto tentava di liberarsi e le due infermiere la tenevano ferma con gesti ormai rodati. Mi vennero le lacrime agli occhi nel vederla soffrire tanto. Al contempo intuivo che quello non era ancora niente, che il peggio doveva ancora arrivare. E come avrebbe fatto, con una soglia di sopportazione del dolore cos bassa come aveva dimostrato di avere?
Con indosso il camice bianco usato dai pazienti dellospedale era seduta a letto mentre le infilavano nel braccio lago della flebo, che a sua volta era collegato a una busta trasparente appesa a un sostegno di metallo tramite un tubicino di plastica. Per via della flebo avrebbero controllato il pi possibile il feto, dissero, e gli fissarono sulla testa una specie di piccola sonda, da cui partiva un cavo che uscendo dal corpo di Linda correva sopra il letto fino a collegarsi a un apparecchio a lato, dove un attimo dopo cominci a lampeggiare un numero. Era il battito cardiaco del feto. Come se non bastasse, misero una cinghia intorno a Linda, dotata di sensori che grazie a un ulteriore cavetto era collegata a un altro monitor. Anche su quello lampeggiava un numero e sopra di esso si vedeva una linea ondeggiante elettronica che si impennava improvvisamente quando cominciavano le contrazioni. Inoltre, da quella macchina usciva anche un foglio che riproduceva graficamente lo stesso tracciato.
Sembrava che avessero intenzione di spedirla sulla luna.
Quando la sonda fu infilata sulla testa del feto, Linda emise un grido e lostetrica le diede un buffetto sulla guancia. Perch la trattavano come una bambina? pensai mentre osservavo, costretto nella mia inoperosit, tutto quello che succedeva di colpo intorno a me. Era per via della lettera che aveva mandato loro, che probabilmente adesso si trovava nella postazione di guardia delle infermiere, in cui aveva scritto che aveva bisogno di molto sostegno e incoraggiamento, ma che in verit era forte e felice di affrontare quello che sarebbe successo?
Linda incroci il mio sguardo in quella baraonda di mani e mi sorrise. Le sorrisi anchio. Unostetrica dai capelli scuri e dallaspetto severo mi spieg come leggere i monitor, in particolare il battito cardiaco del feto era importante, se fosse aumentato o diminuito drasticamente, avrei dovuto chiamarle premendo un pulsante. Se scendeva a zero, non dovevo spaventarmi, probabilmente era la connessione che si era interrotta. Dobbiamo rimanere veramente da soli qui dentro? avrei voluto domandarle, ma non lo feci, e non chiesi neppure quanto tempo ci sarebbe voluto. Invece annuii. Sarebbe venuta a controllarci a intervalli regolari, disse, e poi se ne andarono.
Non molto tempo dopo le contrazioni si fecero pi frequenti. E a giudicare dal comportamento di Linda erano molto pi forti. Urlava mentre aveva cominciato a muoversi in modo diverso, come se cercasse qualcosa. In preda allinquietudine cambiava posizione di continuo, gridava e capii che quello che cercava era una via di fuga dal dolore. In questo cera un che di animalesco.
Le contrazioni passarono e lei si sdrai.
Non credo di farcela, Karl Ove, disse.
Ma certo, risposi. Non  pericoloso. Fa male, ma non  pericoloso".
Fa cos tanto male! Un male di merda!
Lo so".
Mi faresti un massaggio, ti va?
Certo".
Si tir su e strinse la sponda del letto che era stata abbassata.
L? chiesi.
Un po pi in gi, rispose.
Sullo schermo la linea del grafico cominci a salire.
Sembra che adesso stiano arrivando, dissi.
Oh, no".
Crebbe come londa di una marea. Linda grid pi gi!, cambi posizione, gemette, ricambi posizione, strinse le dita pi forte che poteva sul bordo del letto. Nellattimo in cui il grafico cominci a scendere e quellondata di dolore prese a ritrarsi, vidi che il battito del feto era aumentato vertiginosamente.
Linda si afflosci.
 servito un po il massaggio? domandai.
No, rispose.
Decisi che avrei chiamato linfermiera se il battito non fosse diminuito alle prossime contrazioni.
Non ce la faccio, disse Linda.
Ma certo, ripetei. Sei bravissima".
Tienimi la fronte".
Le appoggiai la mano sulla fronte.
Ora ne stanno arrivando altre, dissi. Si raddrizz, gemette, si lament, url, si riaccasci. Premetti il pulsante, una targhetta rossa si mise a lampeggiare sopra la porta.
Il battito  aumentato notevolmente, spiegai allinfermiera.
Mmm, fece lei. Dobbiamo diminuire la flebo, forse era un po troppo".
Si avvicin a Linda.
Come va? chiese.
Fa un male terribile, rispose Linda. Manca ancora tanto?
Lostetrica annu.
S".
Dovete darmi qualcosa, non ce la faccio. Non ci riesco. Crede che potrei avere del gas esilarante?
 un po presto per quello, disse lostetrica. Leffetto cala con il passare del tempo. Meglio usarlo pi tardi".
Non  possibile, esclam Linda. Ne ho bisogno adesso! Non ce la faccio!
Aspettiamo ancora un po, okay?
Linda annu e lostetrica usc.
Lora successiva prosegu allo stesso modo. Linda cercava la maniera per gestire il dolore, non ci riusciva, era come se tentasse di schivarlo, mentre la colpiva e le martellava dentro. Era terribile a vedersi. Non potevo fare altro che asciugarle il sudore e tenerle una mano sulla fronte, ogni tanto tentavo senza troppa convinzione di massaggiarle la schiena. Fuori nel buio, che era calato senza che me ne accorgessi, inizi a nevicare. Erano le quattro, era passata unora e mezzo da quando era cominciato il travaglio del parto. Non era niente, lo sapevo, Kari Anne non ci aveva impiegato venti ore o qualcosa del genere quando aveva messo al mondo Ylva?
Bussarono alla porta, entr lostetrica fredda, dai capelli scuri.
Come state? domand.
Linda si gir dalla sua posizione raggomitolata.
Voglio il gas esilarante! grid.
Lostetrica ci riflett un po sopra. Poi, annuendo, usc per rientrare con unasta, a cui erano appesi due flaconi, che posizion davanti al letto. Dopo che la donna aveva armeggiato per qualche minuto, era pronto e a Linda fu messa in mano una maschera.
Mi piacerebbe poter fare qualcosa, intervenni. Massaggiarla, per esempio. Potrebbe mostrarmi il punto dove ha maggiore effetto?
In quel momento ripresero le contrazioni, Linda si premette la maschera sul viso e inal avidamente il gas mentre torceva il bacino. Lostetrica appoggi le mie mani allaltezza delle reni di Linda.
Qui, credo, disse. Okay?
Okay, risposi.
Mi cosparsi le mani di olio, lostetrica chiuse la porta dietro di s, misi una mano sopra laltra e premetti il palmo di quella sottostante allaltezza delle reni di Linda.
S! grid. La voce era cavernosa dentro la maschera. L! S, s!
Quando le doglie furono passate, si gir verso di me.
Il gas esilarante  fantastico, disse.
Bene, risposi.
Quando giunsero le doglie successive qualcosa in lei era cambiato. Non tentava pi di fuggire, non cercava pi disperatamente una via duscita da quel dolore, in quel modo che a vedersi mi aveva spezzato il cuore, qualcosaltro aveva preso possesso di lei, era come se ora Linda penetrasse il dolore, ne accettasse lesistenza e lo affrontasse a viso aperto, allinizio quasi con una certa curiosit, poi in modo sempre pi serio, come un animale, mi venne da pensare nuovamente, ma non in maniera ingenua, impaurita e nervosa, perch ora quando arrivava il dolore lei si tirava su, stava con entrambe le mani strette sul bordo del letto, muoveva avanti e indietro il bacino mentre urlava dentro la maschera, ogni volta esattamente allo stesso modo, e la cosa si ripet, ancora e ancora e ancora. Pausa, maschera in mano, il corpo sul materasso. Poi arrivava londa, io la vedevo sempre un po prima di lei sul monitor e cominciavo a massaggiare con tutte le mie forze, lei si alzava, iniziava a oscillare avanti e indietro, urlava, fino a quando londa si ritirava e lei si afflosciava nuovamente. Non era pi possibile stabilire un contatto con lei, era sparita del tutto dentro se stessa, non si accorgeva pi di ci che aveva intorno, adesso si trattava soltanto di andare incontro al dolore, riposare, andargli incontro, riposare. Quando entrava, lostetrica mi parlava come se Linda non fosse stata presente e in un certo senso era vero, sembrava che per lei fossimo molto, molto lontani. Ma non del tutto, di colpo poteva mettersi a urlare, in maniera sproporzionatamente alta, ACQUA! oppure UN ASCIUGAMANO! e quando le venivano dati GRAZIE!
Oh, fu una serata strana. Allesterno il buio era fitto e saturo dei chicchi di neve che cadevano. La stanza era piena dei sibili di Linda che inalava il gas, del suo pesante muggire quando le doglie erano al massimo, dei bip elettronici dei monitor. Non pensavo al bambino, quasi non pensavo neppure a Linda, tutto in me era concentrato solo sul massaggio, leggero quando Linda era sdraiata, sempre pi intenso quando le onde elettroniche iniziavano a salire, il che rappresentava per Linda il segnale che doveva alzarsi e allora la massaggiavo pi forte che potevo finch londata non diminuiva di nuovo, mentre al contempo tenevo sottocchio la frequenza cardiaca. Numeri e grafici, olio e reni, sibili e urla, era tutto. Secondo dopo secondo, minuto dopo minuto, ora dopo ora, era tutto. Il momento mi assorbiva, era come se il tempo si fosse fermato, e invece continuava a scorrere, ogni volta che capitava qualcosa di estraneo a quella routine, ne venivo trascinato fuori. Entr uninfermiera per chiedere se andava tutto bene ed erano gi le cinque e venti. Ne entr unaltra per domandarmi se volevo mangiare e di colpo erano gi le sei e trentacinque.
Mangiare? dissi, come se fosse la prima volta che ne sentivo parlare.
S, pu scegliere tra lasagne vegetariane e quelle normali, spieg.
Oh, volentieri, risposi. Lasagne normali, grazie".
Sembrava che Linda non avesse affatto notato che cera qualcuno. Arriv unaltra ondata, linfermiera richiuse la porta dietro di s, premetti le mani sulle reni di Linda con tutta la forza che avevo, seguii il grafico, quando pass e Linda non lasciava andare la maschera, gliela tolsi con cautela. Lei non reag, rimase impassibile come se stesse fissando un punto dentro di s con la fronte madida di sudore. Il grido che emise quando cominci una nuova contrazione continu cavernoso dentro la maschera, che si premette forte contro il viso. Poi la porta si apr, linfermiera appoggi un piatto sul tavolo, erano le sette. Chiesi a Linda se per lei andava bene che mangiassi, lei annu, ma nellistante stesso in cui tolsi la mano, url, no, non farlo! e io continuai, premetti il pulsante, entr la stessa infermiera, se poteva prendere il mio posto e continuare il massaggio? Certo, rispose, e riprese da dove avevo lasciato. Linda si mise a gridare. No, deve farlo Karl Ove! Deve farlo Karl Ove!  troppo leggero! mentre io cercavo di mangiare il pi in fretta possibile, cos che due minuti dopo potei ricominciare il massaggio e Linda riprese tranquilla il suo ritmo.
Doglie, gas, massaggio, pausa, doglie, massaggio, gas, pausa. Non cera altro. Poi entr lostetrica, con fare autoritario gir Linda su un fianco, controll a che punto era la dilatazione, Linda gridava ogni volta, ma era un urlo diverso, qualcosa che emetteva lei stessa buttandolo fuori, non andandogli incontro.
Si alz di nuovo, ritrov il ritmo, spar dal mondo, e passavano le ore.
Url allimprovviso.
Siamo soli?
S, dissi.
TI AMO, KARL OVE!
Era come se giungesse dal suo profondo, da un posto dove lei non era mai, o dove per la precisione non era mai stata. Mi vennero le lacrime agli occhi.
Ti amo, risposi, ma non lo sent, dentro di lei stava crescendo una nuova ondata.
Si fecero le otto, si fecero le nove, si fecero le dieci. Non cera pi un unico pensiero nella mia testa, la massaggiavo e tenevo docchio i monitor, fino a quando di colpo ebbi una folgorazione: sta per nascere un bambino. Sta per nascere nostro figlio. Ancora qualche ora. Poi lavremo qui.
Quella consapevolezza svan, tutto era grafici e numeri, mani e reni, ritmo e urla.
La porta si spalanc. Entr una nuova ostetrica, una donna pi anziana. Dietro di lei una giovane. La pi vecchia si ferm accanto a Linda, il viso a pochi centimetri di distanza, e si present. Disse che Linda era brava. Aggiunse che aveva con s una tirocinante, era daccordo? Linda annu e si guard intorno in cerca della suddetta. Annu quando la vide. Lostetrica disse che tra poco sarebbe finito tutto. Che doveva visitarla.
Linda annu di nuovo e la guard come una bambina guarda la mamma.
Ecco, cos, comment lostetrica. E brava la mia ragazza".
Questa volta non url. L sdraiata fissava il vuoto con i suoi grandi occhi scuri. Le accarezzai la fronte, non si accorse di me. Quando lostetrica ritir la mano, Linda esclam:
CI SIAMO?.
Ancora un pochino, rispose lostetrica. Linda si tir su con pazienza e riprese la sua posizione.
Unora, forse meno, mi disse lostetrica.
Guardai lorologio. Le undici.
Linda era l da otto ore.
Questo possiamo toglierlo, comment lostetrica liberando Linda da tutte le cinghie e i cavi. Di colpo era libera dalle diverse apparecchiature, un corpo in un letto, e quel dolore contro cui aveva combattuto non era pi rappresentato da onde verdi e numeri crescenti che osservavo sullo schermo, ma era qualcosa che stava accadendo dentro di lei.
Prima non lo avevo capito. Era dentro di lei, e in questo era completamente sola.
Era cos.
Era libera. Tutto quello che accadeva, accadeva dentro di lei.
Stanno arrivando, disse, e giungevano dentro di lei, le premetti le mani sulle reni con quanta forza avevo. Cerano solo lei e quello che era dentro di lei. Niente ospedale, niente monitor, niente libri, niente corsi, niente cassette, nessuno di tutti quei corridoi che i nostri pensieri avevano seguito, niente di tutto questo, soltanto lei e ci che albergava dentro di lei.
Il suo corpo riluceva di sudore, i capelli erano scompigliati, il camice bianco che si muoveva qua e l. Lostetrica disse che sarebbe tornata presto. La tirocinante rest. Asciug la fronte di Linda, le porse dellacqua, and a prendere una barretta energetica. Linda la accett con avidit. Mancava pochissimo, doveva sentirlo, era quasi impaziente durante le pause, che adesso duravano solo qualche breve attimo.
Lostetrica rientr. Abbass le luci.
Sdraiati e riposati un po, le disse. Linda si sdrai. La donna laccarezz sulla guancia. Andai alla finestra. Neppure una macchina gi in strada. Laria illuminata dalla luce fitta di neve. Silenzio totale nella stanza. Mi voltai. Linda sembrava dormire.
Lostetrica mi sorrise.
Linda gemette. Lostetrica lafferr per un braccio e lei si mise a sedere. Il suo sguardo era scuro come un bosco di notte.
Ora spingi, le disse lostetrica.
Avvenne qualcosa di nuovo, qualcosa era cambiato, non capivo cosa, ma mi misi dietro di lei e ricominciai a massaggiarle la schiena. Le doglie non finivano mai, Linda afferr la maschera con il gas esilarante, inspir avidamente, ma non sembr che funzionasse, emise un urlo prolungato che sembrava le fosse stato strappato da dentro, non finiva mai.
Poi tutto pass. Linda si afflosci. Lostetrica le asciug il sudore dalla fronte e le disse che era brava.
Vuoi sentire il bambino? le chiese.
Linda alz lo sguardo verso di lei e annu lentamente. Si tir su in ginocchio. Lostetrica le prese la mano e gliela condusse in mezzo alle gambe.
Questa  la testa, spieg. La senti?
S! esclam Linda.
Tieni l la mano quando spingi. Ce la fai?
S! rispose Linda.
Vieni, le disse lostetrica, e accompagn Linda al centro della stanza. Stai qui".
La tirocinante and a prendere uno sgabello che era rimasto per tutto il tempo accanto alla parete.
Linda si mise in ginocchio. Io mi piazzai dietro di lei, anche se intuivo che ormai il massaggio non sarebbe pi servito.
Urlava con tutto il fiato che aveva nei polmoni, tutto il suo corpo si muoveva mentre al contempo teneva la mano sulla testa del bambino.
La testa  uscita! disse lostetrica. Ancora una volta. Spingi".
La testa  uscita, esclam Linda. Ho capito giusto?
S. Ora spingi".
Un altro urlo, che sembrava provenire da un luogo lontanissimo dentro di lei.
Vuole prenderla lei? domand lostetrica rivolta a me.
S, risposi.
Venga, si metta qui".
Girai intorno allo sgabello, mi misi di fronte a Linda, che mi guard, ma senza vedermi.
Ancora una volta. Adesso spingi, ragazza mia. Spingi".
Avevo gli occhi pieni di lacrime.
La bambina scivol fuori dal suo corpo come una piccola foca, dritta nelle mie mani.
Oooohhh! gridai. Oooohhh!
Quel corpicino era liscio e caldo, stava quasi per sfuggirmi dalle mani, ma ecco la giovane tirocinante l pronta ad aiutarmi.
 uscita?  uscita? chiese Linda, s, dissi, sollevai verso di lei il corpicino e lei se lo pos sul seno e io singhiozzavo di felicit e Linda mi guard per la prima volta dopo tante ore e mi sorrise.
Cos? domandai.
Una femmina, Karl Ove, disse.  una femmina".
Aveva i capelli lunghi e neri appiccicati alla testa. La pelle era grigiastra e simile alla cera. Url, non avevo mai sentito un suono simile, era quello di mia figlia, e io ero al centro del mondo, non cero mai stato prima, ma adesso ero l, eravamo l, al centro del mondo. Intorno a noi tutto era silenzio, intorno a noi tutto era buio, ma dove eravamo noi, lostetrica, la tirocinante, Linda, io e la piccina, cera la luce.
Aiutarono Linda a tornare a letto, lei si sdrai per bene sulla schiena e la bimba, con la pelle gi rossastra, sollev la testa per guardarci.
I suoi occhi erano come due fari neri.
Ciao..". disse Linda. Benvenuta tra noi..".
La piccola alz un braccino e lo riabbass. Quel movimento era quello di un rettile, di un coccodrillo, di un varano. Poi laltro. Su, leggermente di lato, gi.
Gli occhi neri erano puntati su Linda.
S, riprese Linda. Io sono la tua mamma. E l c il tuo pap! Lo vedi?
Le due donne cominciarono a rimettere un po in ordine, mentre noi non ci stancavamo di guardare quella creatura che allimprovviso era l. Linda aveva del sangue sulla pancia e sulle gambe, anche la bambina era coperta di sangue, e da entrambe saliva un odore pungente, quasi metallico che continuava a sembrarmi insolito ogni volta che lo respiravo.
Linda si port la bambina al seno, ma lei non era interessata, era gi impegnata a osservarci. Lostetrica entr con un vassoio di cibo, un bicchiere di succo di mele e una bandierina svedese. Presero la bambina, la misurarono e la pesarono mentre noi mangiavamo, lei piangeva, ma smise quando torn sul seno di Linda. Il modo in cui Linda si apriva verso di lei, quelle premure e quellamore totale presenti nei suoi gesti, non li avevo mai visti.
 lei Vanja? dissi.
Linda mi guard.
S, certo, non lo vedi?
Ciao, piccola Vanja, dissi. Guardai Linda. Sembra una creatura che abbiamo trovato nel bosco".
Linda annu.
La nostra piccola troll".
Lostetrica si ferm davanti al letto.
 arrivato il momento di trasferirvi nella vostra stanza, spieg. Magari la vestiamo un po?
Linda mi guard.
Vuoi?
Annuii. Presi quellesile corpicino e la posai in fondo al letto, tirai fuori il pigiamino dal borsone e iniziai a vestirla con infinita cautela mentre piangeva con quella sua strana vocina.
Sei davvero brava a partorire, disse lostetrica a Linda. Dovresti farlo pi spesso!
Grazie, rispose Linda. Credo che sia il pi bel complimento che abbia mai ricevuto".
E pensate che bellinizio per la bambina. Lo porter con s per tutta la vita".
Crede?
Oh, s. Ha la sua importanza. Comunque buonanotte, e auguri. Forse far una capatina domani, ma non  sicuro".
Grazie mille, disse Linda. Siete state fantastiche".
Qualche minuto pi tardi Linda arrancava lungo il corridoio diretta verso la nostra stanza mentre io camminavo accanto a lei con Vanja stretta al petto. La piccola guardava il soffitto con gli occhi sgranati. Giunti in camera spegnemmo la luce e ci mettemmo a letto. Restammo sdraiati a lungo a parlare di quello che era successo mentre ogni tanto Linda si portava la bambina al petto, senza che a lei la cosa sembrasse importare pi di tanto.
Adesso non dovrai pi avere paura di niente, dissi.
Lo so, rispose Linda.
A poco a poco si addormentarono mentre io rimanevo sveglio, pieno di irrequietezza e assalito dal bisogno di fare qualcosa. In fondo non avevo fatto niente, forse era per quello. Scesi di sotto con lascensore e mi sedetti fuori al freddo, accesi una sigaretta e telefonai alla mamma.
Ciao, sono Karl Ove, dissi.
Come va? chiese svelta. Siete allospedale?
S. Abbiamo avuto una bambina, risposi prima che mi cedesse la voce.
Ooohh, fece la mamma. Pensa, una bambina! Linda sta bene?
S,  andato tutto benissimo. Benissimo. Va tutto bene".
Congratulazioni, Karl Ove, disse.  una cosa fantastica".
S. Avevo chiamato per dirtelo. Parleremo di pi domani. Sono... S... adesso non riesco a dire niente".
Lo capisco, comment la mamma. Salutami Linda e falle i complimenti da parte mia".
Lo far, risposi prima di riattaccare. Telefonai alla madre di Linda. Si mise a piangere quando glielo dissi. Mi accesi unaltra sigaretta e le ripetei le stesse cose. Riattaccai, chiamai Yngve. Accesi unaltra sigaretta, parlare con lui era pi facile, gironzolai per qualche minuto nel parcheggio illuminato dai lampioni con il cellulare attaccato allorecchio, caldo anche se dovevano esserci dieci gradi sotto zero e avevo indosso soltanto una camicia, riattaccai, mi guardai in giro in preda alla frenesia, volevo che quello che mi circondava fosse in un certo senso in sintonia con quello che avevo dentro, ma non fu cos e ricominciai a camminare, su e gi, accesi lennesima sigaretta, la gettai via dopo un paio di tiri e corsi verso lingresso, che cosa avevo in testa, loro erano lass! Adesso! Erano l adesso!
Linda dormiva con quel corpicino sopra di s. Per un attimo le osservai, presi il mio taccuino, accesi una lampada, mi sedetti sulla sedia e cercai di scrivere qualcosa su quello che era successo, ma le parole che trovai erano troppo stupide, non funzionava, allora andai nel soggiorno dove cera la televisione, di colpo mi venne in mente che quando nasceva un bambino bisognava mettere uno spillo su un cartellone che riportava le date di ogni nascituro, rosa per le femmine, azzurro per i maschi, lo affissi, uno spillo per Vanja la bella, feci di nuovo un paio di giri avanti e indietro per il corridoio, ripresi lascensore per scendere a fumarmi unaltra sigaretta, ne fumai due, tornai su, mi misi a letto, non riuscivo a dormire, perch dentro di me si era aperto qualcosa, tutto a un tratto ero ricettivo nei confronti di tutto, e il mondo nel cui centro mi trovavo era carico di significato. Comera possibile dormire?
S, alla fine si poteva dormire anche in quel caso.
Tutto quanto era cos fragile e nuovo che il semplice fatto di vestirla era una grossa impresa. Mentre Helena, che era venuta a prenderci con la sua macchina, ci stava aspettando di sotto, ci impiegammo mezzora per prepararla, per poi essere accolti dalle risate di questultima quando uscimmo dallascensore, con questo freddo non avete mica intenzione di portarla fuori vestita cos?
Non ci avevamo pensato, no.
Helena la avvolse nella sua giacca a vento e poi attraversammo di corsa il parcheggio con Vanja che dondolava dentro il seggiolino che tenevo in una mano. Una volta soli nel nostro appartamento, Linda scoppi a piangere, seduta con in braccio Vanja piangeva per tutto il bello e il brutto che adesso esistevano nella sua vita. Io ero preso dallo stesso bisogno estremo di muovermi, non riuscivo a stare fermo, dovevo fare qualcosa, preparare da mangiare, pulire, correre fuori a fare la spesa, qualsiasi cosa, bastava che io fossi sempre in movimento. Linda, da parte sua, voleva starsene seduta tranquilla, immobile con la bambina al petto. La luce non ci abbandon, e neppure la quiete, era come se si fosse creata intorno a noi una zona di pace.
Era fantastico.
Colmo di pace e tranquillit, unite a quellirrefrenabile bisogno di stare in attivit, trascorsi i dieci giorni successivi. Poi dovetti riprendere a lavorare. Accantonare tutto quello che era avvenuto nella mia vita, e che continuava a succedere in quel momento nellappartamento, e scrivere di Ezechiele. Aprire la sera la porta di quella famigliola, e pensare che era la mia.
Felicit.
La vita di tutti i giorni, improntata da tutte le nuove esigenze imposte dalla piccola, prese a scorrere in modo quasi automatico. Linda non si sentiva tranquilla al pensiero di restare da sola con lei, ma io dovevo lavorare, il romanzo doveva uscire in autunno, avevamo bisogno di soldi.
Ma un romanzo pieno di sandali e cammelli, impensabile.
Una volta avevo scritto in un quaderno La Bibbia ambientata in Norvegia e Abramo tra le colline della valle di Setesdal. Era unidea stupida, al contempo troppo grande e troppo piccola per un romanzo, ma, adesso che mi si era ripresentata di colpo alla mente, potevo utilizzarla in maniera del tutto diversa e pensai, fanculo, inizio e poi vedo cosa succede. Immaginai Caino intento a spaccare una roccia a colpi di mazza avvolto nel crepuscolo di un paesaggio scandinavo. Chiesi a Linda se potevo leggerglielo, lei rispose, s, certo, dissi, ma si tratta di una cosa incredibilmente stupida, sai, lei replic, di solito  proprio quando dici cos che dai il meglio di te, s, commentai, ma non questa volta. E leggi! esclam dalla sedia su cui era seduta. Lessi. Mi disse continua,  fantastico,  davvero fantastico, devi proseguire, e cos feci, scrissi fino al battesimo di Vanja, che celebrammo a maggio nello Jlster dalla mamma. Rientrati da l, andammo a Id, sullarcipelago di isolotti davanti a Vstervik, dove Vidar, il marito di Ingrid, aveva una casetta estiva. Mentre Linda e Ingrid si occupavano di Vanja, io scrivevo, era giugno, il romanzo doveva essere assolutamente pronto entro sei settimane, ma, bench la storia di Caino e Abele fosse finita, il testo era ancora troppo esiguo. Per la prima volta mentii al mio redattore, dicendogli che dovevo soltanto apportare delle migliorie in alcuni punti, ma in realt mi gettai a capofitto nella stesura di una storia che sapevo sarebbe diventata il vero romanzo. Scrivevo come un pazzo, non ce lavrei mai fatta, pranzavo e cenavo con Linda e gli altri, la sera guardavo con lei gli Europei di calcio, per il resto me ne stavo chiuso in uno sgabuzzino martellando senza tregua sui tasti del computer. Quando tornammo a casa, capii che mi stavo giocando il tutto per tutto, cos dissi a Linda che mi sarei trasferito nel mio ufficio, dovevo scrivere giorno e notte. Non puoi, replic, non  possibile, hai una famiglia, te lo sei scordato?  estate, lo hai dimenticato? Dovrei occuparmi da sola di tua figlia? S, risposi.  cos. No, disse lei, non te lo permetto. Okay, ribattei, tanto lo faccio lo stesso. E cos fu. Ero come in preda a una forma maniacale. Scrivevo senza fermarmi, dormivo due o tre ore al giorno, lunica cosa che contava era il romanzo che stavo scrivendo. Linda se ne and da sua madre e mi telefonava pi volte al giorno. Era cos arrabbiata che urlava, gridava davvero nella cornetta. Io mi limitavo a tenere il telefono lontano dallorecchio mentre continuavo a scrivere. Disse che voleva lasciarmi. Risposi, lasciami. Non mi importa, devo scrivere. Ed era vero. Che se ne andasse, se era quello che voleva. Disse, lo faccio. Non ci vedrai mai pi. Risposi, bene. Scrivevo venti pagine al giorno. Non vedevo n lettere n parole, n frasi, n forma, solo paesaggi e persone, e Linda telefonava e sbraitava, diceva che ero uno sugar daddy, che ero un porco, che ero un mostro privo di empatia, diceva che ero la persona pi spregevole del mondo e che malediceva il giorno in cui mi aveva incontrato. Dicevo, bene, vattene allora, non mi interessa, e lo pensavo davvero, non mi importava, niente e nessuno doveva frapporsi tra me e il mio lavoro, lei riattaccava, richiamava due minuti dopo continuando a maledirmi, adesso ero solo, lei avrebbe cresciuto Vanja senza il mio aiuto, per me va bene, dicevo, lei piangeva, pregava e implorava, perch quello che le stavo facendo era la cosa peggiore che si potesse fare, lasciarla sola. Ma non mi importava, scrivevo giorno e notte e poi allimprovviso lei chiam per dire che sarebbe tornata a casa il giorno dopo, volevo andare alla stazione a prenderle?
S, volevo.
Alla stazione mi venne incontro con Vanja che dormiva nel passeggino, mi salut con voce fievole prima di chiedermi come stavo, dissi bene, aggiunse che era molto dispiaciuta per tutto quanto. Due settimane dopo le telefonai per dire che il romanzo era finito, miracolosamente proprio entro la data che la casa editrice mi aveva concesso come scadenza, il primo agosto, e quando arrivai a casa lei mi aspettava nellingresso con un bicchiere di prosecco per me, mentre in salotto suonava il mio disco preferito e il mio piatto prediletto era sul tavolo. Avevo finito, il romanzo era stato ultimato, ma quello che avevo vissuto, o meglio, il luogo in cui avevo la sensazione di essermi trovato, con quello non avevo chiuso. Andammo a Oslo, partecipai a una conferenza stampa, alla cena che segu mi ubriacai a tal punto da trascorrere tutta la mattina a vomitare nella stanza dellalbergo, riuscii a trascinarmi a fatica fino allaeroporto, dove un ritardo fu la goccia che fece traboccare il vaso per Linda, fece una scenata al personale che lavorava al bancone dellaeroporto, io nascosi la testa tra le mani, eravamo tornati al punto di prima? Laereo ci avrebbe portato a Bringelandssen, dove ci aspettava la mamma, per tutta la settimana seguente facemmo lunghe camminate sotto quelle splendide montagne, e tutto andava bene, tutto era come doveva essere, eppure non era abbastanza, per tutto il tempo anelavo di tornare l dove ero stato, provavo quasi un dolore fisico. Il maniacale, il solitario, il felice.
Quando tornammo, Linda cominci il secondo anno di DI mentre io sarei rimasto a casa con Vanja. La piccola veniva rifocillata di latte al mattino, allora di pranzo io passavo alla scuola, dove faceva unaltra generosa poppata, e poi la sera Linda rientrava a casa pedalando il pi velocemente possibile. Non potevo lamentarmi di niente, tutto andava bene, il libro aveva ricevuto delle buone recensioni, i diritti erano stati comprati da alcune case editrici straniere, e mentre questo succedeva, io spingevo un passeggino per la bella citt di Stoccolma con una figlia che amavo pi di ogni altra cosa, mentre la mia compagna era a scuola e avvertiva follemente la nostra mancanza.
Lautunno lasci il passo allinverno, quella vita fatta di pappe e vestitini per neonati, pianti e rigurgiti infantili, di mattine futili e ventose, di pomeriggi vuoti, cominciava a logorarmi, ma non potevo lamentarmi, non potevo dire niente, dovevo soltanto tenere la bocca chiusa e compiere il mio dovere. Nel palazzo continuavano le piccole forme di molestie, quello che era successo la sera dellultimo dellanno non aveva cambiato minimamente latteggiamento della russa nei nostri confronti. Lidea che non si sarebbe pi sforzata in tutti i modi di tormentarci si rivel ingenua, perch avvenne proprio il contrario, aument il ritmo e lintensit. Se una mattina accendevamo la radio in camera da letto, se mi cadeva un libro sul pavimento, se piantavo un chiodo nel muro, un attimo dopo si sentiva rimbombare nelle tubature. Una volta che nella lavanderia comune nel seminterrato avevo dimenticato una borsa dellIkea contenente dei vestiti puliti, qualcuno laveva piazzata sotto il lavello dove si sciacquavano i panni, poi aveva allentato il tubo, in modo che tutta lacqua che scendeva attraverso lo scarico, per lo pi sporca, finisse dritta nella borsa. Una mattina dinverno inoltrato Linda ricevette una telefonata dallagenzia proprietaria della casa, avevano avuto delle lamentele su di noi, corredate da una serie di punti aggravanti, se potevamo essere cos gentili da fornire loro delle spiegazioni? Per prima cosa suonavamo la musica ad alto volume in orari non consoni. Secondo, lasciavamo i sacchetti della spazzatura nel corridoio davanti alla nostra porta. Terzo, anche la nostra carrozzina era sempre piazzata l. Quarto, fumavamo nel cortile posteriore e buttavamo i mozziconi dappertutto. Quinto, ci dimenticavamo i vestiti nella lavanderia, li lasciavamo l sporchi, usavamo la lavatrice quando non era il nostro turno. Cosa potevamo replicare? Che la vicina ce laveva con noi? Era la nostra parola contro la sua. Inoltre non era lunica ad aver firmato il reclamo, lo aveva sottoscritto anche la sua amica del piano di sopra. Oltretutto alcune delle rimostranze erano giuste. Dato che la sera tutti gli altri condomini mettevano i sacchetti della spazzatura davanti alla porta per poi portarli nella stanza adibita alla raccolta dellimmondizia il mattino dopo, lo facevamo anche noi. Non potevamo negarlo: le due zelanti vicine avevano scattato delle foto della nostra porta con davanti i sacchetti. E la carrozzina, anche quella la lasciavamo l fuori, era vero, pensavano forse che dovevamo portarci la bambina e tutto quello di cui aveva bisogno su e gi dallo scantinato pi volte al giorno e tutti i santi giorni? I turni che ci spettavano per usare la lavanderia, quelli capitava che ce li dimenticassimo, ma non accadeva a tutti? No, dovevamo gestirci meglio e fare in modo di rispettare tutte le regole. Per questa volta lasciamo andare, ma qualora ricevessimo altre lamentele, saremo costretti a rivedere il contratto. In Svezia i contratti daffitto valgono per tutta la vita, sono difficili da ottenere e uno come il nostro, in pieno centro, o lo si conquistava faticando per tutta la vita per riuscire a guadagnarselo, o lo si comprava per almeno un milione di corone al mercato nero. Linda aveva avuto il nostro da sua madre. Perdere il contratto daffitto per noi equivaleva a perdere lunico oggetto di valore che possedevamo. Lunica cosa che potevamo fare da quel momento in poi era essere estremamente attenti e scrupolosi in tutto. Uno svedese questo ce lha nel sangue, non esiste svedese che non paghi le proprie bollette entro la scadenza, perch in caso contrario si riceve una segnalazione, e ne basta una, non importa se la cifra in questione sia irrisoria, per vedersi negare un mutuo in banca, sottoscrivere un abbonamento per il cellulare o noleggiare una macchina. Per me, che non ero cos attento alle cose e che ogni sei mesi ero abituato a risultare moroso e a trovarmi coinvolto in un paio di piccoli casi di recupero crediti, ovviamente non poteva funzionare. Che fosse una cosa seria, non lo capii se non dopo qualche anno, quando ebbi bisogno di un prestito e mi fu seccamente negato. Un prestito, lei! Gli svedesi, loro s che erano scrupolosi, cos precisi con la propria vita e disprezzavano tutti coloro che non lo erano. Oh, quanto odiavo quel piccolo paese del cazzo. Quel loro sentirsi cos bravi, buoni e perfetti! Tutto quello che facevano loro era la norma, tutto quello che era diverso era anormale. Questo mentre al contempo abbracciavano tutto ci che riguardava la multiculturalit e sapeva di minoranza etnica! Poveri quei negri che arrivavano dal Ghana o dallEtiopia e si trovavano ad avere a che fare con le lavanderie in comune svedesi! Prenotarsi con due settimane di anticipo e poi prendersi una magistrale lavata di capo se osavano dimenticare un calzino nellasciugatrice o ritrovarsi davanti alla porta di casa un uomo con in mano una di quelle borse di merda dellIkea che con il suo atteggiamento ironicamente servizievole ti chiede se quella non  per caso tua? La Svezia non subisce guerre sul proprio territorio dal Seicento, e quante volte ci ho pensato, che qualcuno dovrebbe invadere la Svezia, bombardarne gli edifici, depredarne la campagna, sparare ai suoi abitanti, violentare le sue donne e poi lasciare che qualche paese lontano, per esempio il Cile o la Bolivia, abbracci amorevolmente i suoi profughi dicendo loro che amano ci che  scandinavo prima di relegarli in un ghetto alla periferia di una delle loro metropoli. Giusto per vedere che cosa direbbero.
La componente peggiore di tutto questo era forse dettata dal fatto che in Norvegia la Svezia godeva di cos tanta ammirazione. Condividevo anchio lo stesso sentimento quando abitavo l. Non sapevo niente. Ma ora che sapevo e tentavo di riferirlo a casa in Norvegia, nessuno capiva cosa volessi dire.  impossibile descrivere con precisione quanto sia conformista questa nazione. Anche perch il conformismo si mostra attraverso lassenza: opinioni diverse rispetto a quelle dominanti di fatto non esistono nella vita pubblica. Ci vuole tempo per accorgersene.
Questa era la situazione quella sera del febbraio 2005 quando con un libro di Dostoevskij in una mano e un sacchetto dei grandi magazzini NK nellaltra superai la russa mentre salivo le scale. Che evitasse il mio sguardo, non era poi cos strano: quando nel pomeriggio lasciavamo la carrozzina nel vano delle biciclette, il giorno seguente la ritrovavamo spesso schiacciata contro la parete, con la capottina premuta con forza verso il basso nelluna o nellaltra direzione, a volte con il piumino gettato per terra, gesti palesemente compiuti in preda alla fretta e alla rabbia. Il piccolo passeggino che avevamo comprato usato, qualcuno lo aveva spostato sotto il cartello con scritto RIFIUTI INGOMBRANTI, cos che una mattina se lera portato via il camion della spazzatura. Era difficile credere che dietro tutto questo ci fosse lo zampino di qualcun altro a parte il suo. Ma non impossibile. Neppure gli sguardi che ci lanciavano gli altri condomini erano particolarmente cordiali.
Aprii la porta ed entrai, dopo essermi chinato in avanti, mi slacciai gli scarponcini.
Ciao? esordii.
Ciao, rispose Linda dal soggiorno.
Nessuna ostilit nella voce.
Scusami se ho fatto tardi, dissi mentre mi raddrizzavo, mi tolsi la sciarpa e il giaccone e li appesi a una gruccia nel guardaroba. Ma ho perso la cognizione del tempo mentre leggevo".
Non importa, rispose Linda. Ho fatto il bagnetto a Vanja e lho messa a dormire con tutta calma. Una meraviglia".
Bene, dissi e la raggiunsi in soggiorno. Seduta sul divano, stava guardando la televisione, con indosso il mio maglione verde scuro lavorato a mano.
Ti sei messa il mio maglione?
Spense la televisione con il telecomando e si alz.
S? comment. Mi manchi, capisci".
Ma io abito qui, dissi. Praticamente sono sempre io".
Sai cosa voglio dire, continu allungandosi per darmi un bacio. Rimanemmo abbracciati per un po.
Ricordo che la fidanzata di Espen si lamentava molto del fatto che la madre portasse il maglione del figlio mentre lei era presente, dissi. Credo che pensasse che in quel modo la donna volesse comunicarle lesistenza di una specie di relazione di possesso nei confronti del figlio. La considerava unazione ostile".
Mi sembra che la cosa fosse palese, dichiar Linda. Ma qui ci siamo solo tu e io. E noi non siamo nemici, no?
No, certo, che dici? risposi. Vado a preparare qualcosa da mangiare. Un bicchiere di vino nel frattempo?
Mi guard.
Ah, gi, stai allattando, dissi. Ma cosa vuoi che sia un bicchiere? Dai!
Mi sarebbe piaciuto. Ma preferisco aspettare. Bevitene uno tu!
Prima vado a vedere Vanja. Dorme, vero?
Linda annu e andammo in camera da letto, era nel lettino con le sponde, che avevamo piazzato accanto al nostro. Sembrava inginocchiata, con il sederino in aria e la testa affondata nel cuscino, le braccia aperte ai lati.
Sorrisi.
Linda la copr con la coperta e io uscii nel corridoio, portai il sacchetto in cucina, accesi il forno, lavai le patate, le bucai una a una con la forchetta, le disposi sulla teglia che avevo unto con un po di olio, la infilai nel forno, riempii una pentola dacqua per i broccoli. Linda entr e si sedette al tavolo.
Oggi ho finito di montare una versione grezza, disse. Potresti ascoltarla pi tardi? Magari non ci devo lavorare ancora perch va gi bene cos".
Certo, risposi.
Stava realizzando un documentario sul padre che doveva consegnare quel mercoled. Nelle ultime settimane lo aveva intervistato alcune volte e in quel modo lui era rientrato a far parte della sua vita dopo esserne stato assente per diversi anni, nonostante abitasse in un appartamento a cinquanta metri da noi.
Misi le costate di manzo sul largo tagliere di legno, strappai un po di carta da cucina e le asciugai.
Sembrano buone, comment Linda.
Spero proprio di s, risposi. Non ho il coraggio di dirti quanto costano al chilo".
Le patate erano cos piccole che non avevano bisogno di pi di dieci minuti di cottura in forno, cos presi la padella e la appoggiai sul fornello prima di immergere i broccoli nella pentola, dove lacqua aveva appena cominciato a reagire.
Posso apparecchiare, disse Linda. Mangiamo in soggiorno, giusto?
Perch no".
Si alz, prese dalla credenza due dei piatti verdi e due bicchieri da vino e li port in soggiorno. Io la seguii con la bottiglia del vino e lacqua minerale. Quando entrai, stava appoggiando il candelabro.
Hai laccendino?
Annuii, frugai nella tasca per ripescarlo e glielo porsi.
Non  pi carino, cos? disse sorridendo.
S, risposi. Aprii la bottiglia e versai del vino in uno dei bicchieri.
Mi spiace che tu non possa berlo, aggiunsi.
Un goccio me lo potr pur concedere, disse. Giusto per assaggiarlo. Per aspetto che sia pronto da mangiare".
Okay".
Ritornando in cucina mi fermai di nuovo davanti al lettino di Vanja. Ora era adagiata sulla schiena, con le braccia spalancate ai lati, come se fosse stata gettata l da una grande altezza. Aveva la testa perfettamente rotonda e il corpicino corto era ben in carne. Linfermiera del consultorio da cui facevamo i controlli lultima volta ci aveva suggerito di farla dimagrire. Che forse non cera bisogno di darle il latte tutte le volte che piangeva.
Erano pazzi in questo paese.
Mi appoggiai al letto e mi chinai su di lei. Dormiva con la bocca aperta e respirava emettendo dei piccoli sibili. A volte ero in grado di riconoscere i tratti di Yngve sul suo viso, ma era una cosa che andava e veniva: per il resto non assomigliava minimamente n a me n ai miei.
Non  bella? disse Linda, che passando mi accarezz la spalla.
S, concordai. Ma non so proprio a cosa potr servirle".
Quando la dottoressa laveva visitata, poche ore dopo il parto, Linda aveva cercato di farle dire non solo che era una bella bambina, ma che era una bambina particolarmente bella. Del tono stereotipato e professionale della dottoressa, quando aveva affermato di essere daccordo, Linda non si era curata affatto. Lavevo guardata con un certo stupore. Era cos che funzionava lamore materno, che ogni tipo di riguardo doveva cedere davanti a quello di una persona sola?
Oh, che periodo era stato quello! Poco abituati comeravamo ai bambini piccoli, ogni minima operazione era accompagnata da un misto di ansia e gioia.
Adesso ci eravamo abituati.
In cucina dalla padella si levava il fumo del burro, che era diventato marrone scuro. Dalla pentola accanto saliva il vapore. Il bordo del coperchio vibrava. Adagiai le due fette di carne nella padella che sfrigolava, tolsi le patate dal forno e le misi in una ciotola, scolai i broccoli lasciandoli nellaltra pentola prima di farli asciugare sul fornello per qualche secondo, girai le costate, mi venne in mente che avevo dimenticato gli champignon, presi unaltra padella, ce li misi, insieme a due mezzi pomodori, e portai il calore al massimo. Poi aprii la finestra per far uscire tutto lodore che immediatamente venne come risucchiato dalla stanza. Adagiai la carne su un piatto da portata bianco insieme ai broccoli prima di mettere la testa fuori dalla finestra mentre aspettavo che i funghi finissero di cuocere. Laria fredda mi si pos sul viso come una morsa. Gli uffici sullaltro lato della strada erano vuoti e bui, ma sul marciapiede sottostante la gente passava, silenziosa e imbacuccata nei pesanti vestiti invernali. Cerano alcune persone sedute a un tavolo nella parte pi interna del ristorante, che non doveva andare molto bene, mentre i cuochi nella stanza adiacente, invisibili ai clienti, ma non a me, erano affaccendati tra ripiani e fornelli, e si muovevano avanti e indietro con movimenti veloci e decisi. Davanti allentrata del Nalen l accanto si era formata una piccola coda. Un uomo con un cappellino con la visiera scese dal pullman dellemittente radiofonica SR ed entr nel locale. Qualcosa che doveva trattarsi di un tesserino di riconoscimento gli pendeva dal collo, appeso a una cordicella. Mi voltai e agitai leggermente la padella con gli champignon in modo da farli girare. In quella zona della citt non abitava quasi nessuno, era composta per lo pi da uffici e negozi, quindi quando chiudevano nel tardo pomeriggio la vita in strada moriva. Quelli che passavano di qui la sera erano diretti a uno dei tanti locali che si trovavano nel quartiere. Far crescere qui i bambini era impensabile. Non cera niente per loro.
Spento il fornello, versai sul piatto da portata i piccoli funghi bianchi che ora erano chiazzati di marrone. Il piatto era bianco, decorato con un bordo blu pi centrale e uno doro allesterno. Non era molto bello, ma lavevo preso quando io e Yngve ci eravamo divisi quel poco lasciato da pap. Doveva esserselo procurato con i soldi che aveva ricevuto quando si era separato e la mamma aveva rilevato la sua parte della casa a Tveit. Allora lui aveva comprato in una volta sola tutte le cose che gli servivano per la casa e il fatto che gli oggetti che gli appartenevano risalissero tutti alla stessa epoca li svuotava di significato, in essi non cera nessuna aura, se non quella di neoimborghesimento e mancanza di appartenenza. Per me era diverso; le cose di pap, che a parte quel servizio consistevano in un binocolo e in un paio di stivali di gomma, mi aiutavano a mantenerne viva la memoria. Non in modo forte e chiaro, era pi una constatazione continua che anche lui faceva parte della mia vita. Nella casa della mamma gli oggetti svolgevano un ruolo piuttosto diverso, cera per esempio un secchio di plastica che avevano comprato a suo tempo negli anni sessanta, quando erano studenti e vivevano a Oslo, che una volta negli anni settanta era rimasto troppo vicino a un fal e quindi, sciogliendosi su un lato, aveva assunto una forma che quando ero piccolo mi pareva somigliasse al viso di un uomo, con gli occhi, un naso con la gobba e la bocca distorta. Era ancora il secchio, che lei usava per lavare, e quando lo prendevo e lo riempivo dacqua continuavo a vedere quel volto, e non il secchio. Dentro la testa di quel poveretto venivano versati prima lacqua calda e poi il sapone. Il cucchiaio di legno con cui la mamma girava il riso e latte era lo stesso con cui lo aveva mescolato fin da quando ne ho memoria. I piatti marroni che aveva, in cui facevamo colazione quando ero da lei, erano gli stessi in cui avevo fatto colazione da piccolo, seduto con le gambe penzoloni sullo sgabello nella cucina di Tybakken negli anni settanta. Gli oggetti nuovi che acquistava si armonizzavano con quelli che gi possedeva, e le appartenevano, non come le cose di pap, che erano tutte sostituibili. Il prete che aveva celebrato il suo funerale aveva toccato largomento durante lomelia, perch aveva detto che bisognava trovare un punto su cui fissare lo sguardo, un punto su cui fissarci in modo stabile nel mondo, sottintendendo che mio padre non laveva fatto, e il pastore aveva perfettamente ragione. Ma passarono diversi anni prima che capissi che cerano anche molte buone ragioni per lasciarsi andare, non attaccarsi n fissarsi a nulla, lasciarsi semplicemente cadere e cadere, fino a schiantarsi alla fine sul fondo.
Cosa cera di insito nel nichilismo, che risucchiava a s tutti i pensieri in quel modo?
Dalla camera da letto Vanja inizi a piangere. Infilai la testa nella stanza e vidi che in piedi con le manine strette sulle sponde saltellava su e gi in preda alla frustrazione mentre al contempo Linda si dirigeva quasi correndo verso di lei.
 pronto, dissi.
Tipico! comment, prese Vanja, si sdrai sul letto insieme a lei, sollev il maglione sopra uno dei seni e sganci la coppa del reggiseno. Vanja si acquiet allistante.
Si riaddormenta subito tra qualche minuto, disse Linda.
Ti aspetto, risposi prima di tornare in cucina. Chiusi la finestra, spensi la ventola, presi i piatti e li portai in soggiorno passando dal corridoio per non disturbare. Mi versai un bicchiere dacqua minerale e lo bevvi mentre rimanevo l in piedi a guardarmi intorno. Un po di musica per loccasione non sarebbe guastata. Mi spostai davanti agli scaffali con i cd. Scelsi Anthology di Emmylou Harris, che nelle ultime settimane avevamo messo spesso, e inserii il cd nel lettore. Era facile proteggersi da quella musica quando si era preparati, o quando la si lasciava in sottofondo, perch era semplice, priva di raffinatezze e sentimentale, ma quando ero impreparato, come adesso, o quando lascoltavo davvero, mi colpiva. I sentimenti facevano breccia e crescevano rapidamente dintensit e prima che me ne accorgessi avevo gi gli occhi lucidi. Solo in momenti come quelli mi rendevo conto di quanto poco sentissi normalmente a livello emotivo, quanto mi fossi intorpidito. Quando avevo diciotto anni, mi sentivo sempre colmare da sensazioni simili, il mondo sembrava pi forte e intenso ed era per questo che volevo scrivere, era quello lunico motivo, volevo smuovere le stesse cose che la musica sapeva mettere in moto. Il gemito e il dolore, la gioia e la felicit della voce umana, tutto quello di cui ci colmava il mondo, era quello che volevo risvegliare.
Come avevo potuto dimenticarlo?
Posai la custodia del cd e mi misi alla finestra. Che cosa aveva scritto Rilke? Che la musica lo innalzava al di l di se stesso e non lo riportava mai dove lo aveva trovato, ma pi in profondit, in qualche luogo dellincompiuto?
Sicuramente non era la musica country quella che aveva in mente...
Sorrisi. Di fronte a me Linda comparve sulla porta.
Adesso dorme, bisbigli, prese la sedia e si mise a sedere. Oh, che meraviglia!
Credo che si sia gi un po freddato, dissi accomodandomi allaltro capo del tavolo.
Non fa niente, rispose. Posso cominciare? Ho una fame da lupo".
Serviti pure, dissi, poi mi versai del vino in un bicchiere, misi qualche patata nel piatto, mentre lei prendeva la carne e le verdure.
Parl un po dei progetti delle altre persone che frequentavano la sua classe, di cui ricordavo a stento i nomi, bench fossero solo sei. Era diverso quando aveva iniziato la scuola, allora li vedevo regolarmente, sia alla Filmhuset che nei vari locali in cui si incontravano. Era una classe relativamente in l con gli anni, gente che aveva quasi trentanni ed era gi affermata. Uno di loro, Anders, suonava nei Doktor Kosmos, un altro, zz, era un noto cabarettista stand up. Ma quando era rimasta incinta di Vanja, Linda si era presa un anno di pausa e, quando era tornata, si era ritrovata in una classe nuova, di cui non mi interessava approfondire la conoscenza.
La carne era tenera come burro. Il vino rosso sapeva di terra e legno. Gli occhi di Linda brillavano alla luce delle candele. Posai la forchetta e il coltello nel piatto. Mancavano pochi minuti alle otto.
Vuoi che ascolti il documentario adesso? chiesi.
Non sei obbligato, se non ti va, rispose Linda. Puoi farlo anche domani".
Ma sono curioso, commentai. E poi non  mica lungo, vero?
Scuotendo la testa, si alz.
Allora vado a prendere il registratore. Dove vuoi metterti a sedere?
Mi strinsi nelle spalle.
L, magari? dissi accennando con la testa la sedia davanti alla libreria. Tir fuori il registratore DAT, io andai a prendere carta e penna, poi mi sedetti e mi infilai le cuffie, mi guard con aria interrogativa, io annuii e lei premette play.
Quando ebbe finito di sparecchiare, rimasi seduto ad ascoltare. Conoscevo gi la storia di suo padre, ma sentirla raccontare dalle sue labbra era diverso. Si chiamava Roland ed era nato nel 1941, in una delle citt su al nord, nel Norrland. Era cresciuto senza padre, con la madre e due fratelli pi piccoli. La madre era morta quando lui aveva quindici anni e da quel momento aveva dovuto assumersi la responsabilit dei fratellini. Avevano vissuto da soli, senza la presenza di nessun adulto eccetto una donna che si recava da loro per fare le pulizie e per preparare da mangiare. Era andato a scuola per quattro anni diventando, come si chiamava ai tempi in svedese, un ingegnere del liceo, cio un perito industriale, aveva cominciato a lavorare, nel tempo libero giocava a calcio come portiere nella squadra locale e si trovava bene lass dovera. A un ballo aveva incontrato Ingrid, che aveva la sua stessa et, aveva frequentato la scuola di economia domestica e ora lavorava come segretaria nellufficio di una compagnia mineraria e possedeva una bellezza fuori dal comune. Si erano messi insieme e si erano sposati. Ingrid per sognava di fare lattrice e quando era stata accettata alla Scenskolan, la scuola di recitazione di Stoccolma, Roland aveva abbandonato tutta la sua vita precedente per trasferirsi con lei nella capitale. La vita che la attendeva a Stoccolma, come attrice al Dramaten, non aveva nulla da offrire a lui, esisteva un abisso tra la sua esistenza precedente di portiere di calcio e perito industriale di una cittadina del Norrland e quella di adesso in qualit di marito di una bella attrice che calcava le scene del teatro pi importante del paese. Ebbero due figli uno dopo laltro, ma questo non fu sufficiente per tenerli insieme, presto divorziarono e poco dopo lui si ammal per la prima volta. Si trattava della malattia priva di confini che lo faceva oscillare in continuazione tra picchi maniacali e abissi di depressione, e una volta che lo aveva ghermito non lo lasci pi. Da allora in poi non aveva fatto altro che entrare e uscire dalle cliniche psichiatriche. Quando lo conobbi, nella primavera del 2004, non lavorava pi gi dalla met degli anni settanta. Linda non lo incontrava da diversi anni. Nonostante lo avessi visto in fotografia, non ero comunque preparato a quello che mi aspettava quando aprii la porta e lui era l fuori. Il suo volto trasmetteva unapertura totale, era come se non esistesse niente tra lui e il mondo. Era del tutto privo di protezione contro di esso, era totalmente indifeso e faceva male al cuore vederlo cos.
Sei tu Karl Ove? chiese.
Annuii e gli strinsi la mano.
Roland Bostrm, continu. Il pap di Linda".
Ho sentito molto parlare di te, dissi. Prego, accomodati pure! Dietro di me cera Linda con in braccio Vanja.
Ciao, pap. Questa  Vanja".
Rimase in silenzio a guardare Vanja, che a sua volta lo osserv muta.
Oohh, fece. Aveva gli occhi lucidi.
Dammi il cappotto, gli dissi. Cos andiamo dentro a berci un caff".
Aveva un viso aperto, ma i suoi movimenti erano rigidi e quasi meccanici.
Avete imbiancato? chiese quando ci spostammo in soggiorno.
S, risposi.
Si avvicin alla parete pi vicina e la studi.
Sei stato tu a imbiancare, Karl Ove?
S".
Proprio un bel lavoro! Bisogna essere precisi quando si dipinge, e tu lo sei stato. Anchio sto verniciando il mio appartamento, sai. Turchese in camera da letto e giallino molto chiaro in soggiorno. Ma non sono andato oltre la camera da letto, la parete in fondo".
Bene, comment Linda. Sar sicuramente bello".
S, lo diventer di sicuro".
Linda aveva assunto un atteggiamento che non le avevo mai visto prima. Si adeguava a lui, gli era sottomessa, in un certo senso, era la sua bambina, gli offriva la sua attenzione e la sua presenza, ma al contempo gli era anche superiore, e di questo la riprova era quella forma di vergogna e imbarazzo che tentava sempre di mascherare, senza riuscirci del tutto. Lui si sedette sul divano, io versai il caff, andai in cucina a prendere il vassoio con i dolci alla cannella che avevamo comprato quella mattina. Lui mangi in silenzio. Linda era seduta accanto a lui con Vanja in braccio. Gli mostrava sua figlia, e che per lei questo significasse cos tanto non lo avrei mai creduto.
I dolci erano proprio buoni, disse. E anche il caff. Lhai fatto tu, Karl Ove?
S".
Avete la macchina per fare il caff?
S".
Bene, disse.
Pausa.
Vi auguro ogni bene, prosegu. Linda  la mia unica figlia. Sono felice e riconoscente che mi abbiate dato la possibilit di venirvi a trovare".
Ti va di vedere delle foto, pap? gli domand Linda. Di quando  nata Vanja?
Annu.
Tienimi un attimo Vanja, mi disse. Mi affid quel fagottino caldo che adesso in preda al sonno batteva le palpebre, mentre Linda si alzava per andare a prendere lalbum delle fotografie sullo scaffale.
Mmm, faceva lui a ogni immagine che vedeva.
Quando ebbero sfogliato tutto lalbum, allung la mano per prendere la tazza di caff sul tavolo, se la port alla bocca con un movimento lento, che pareva soppesato e valutato con cura, e bevve due grossi sorsi.
Sono stato in Norvegia soltanto una volta, Karl Ove, disse. A Narvik. Ero il portiere di una squadra di calcio ed eravamo l per giocare contro una squadra norvegese".
Ah! esclamai.
S, disse annuendo.
Anche Karl Ove ha giocato a pallone, comment Linda.
 passato molto tempo, spiegai. E giocavo a livello dilettantesco".
Facevi il portiere?
No".
No".
Pausa.
Bevve un altro sorso di caff, con quel suo modo di fare accurato, quasi progettato nei minimi dettagli.
S,  stato proprio un piacere, disse quando la tazza fu di nuovo sul suo sottotazza. Ma adesso  venuto il momento di congedarmi".
Si alz.
Ma se sei appena arrivato! esclam Linda.
Per oggi va bene cos, disse. Ma per ricambiare mi piacerebbe invitarvi a cena. Vi andrebbe bene marted?
Guardai Linda. Questo doveva deciderlo lei.
Va benissimo, rispose.
Allora restiamo daccordo cos, riprese lui. Marted alle cinque".
Mentre si stava dirigendo verso lingresso sbirci velocemente attraverso la porta aperta della camera da letto e si ferm.
Hai imbiancato anche qui dentro?
S, risposi.
Posso vedere?
Certo".
Entrammo dopo di lui. Si mise davanti alla parete e alz lo sguardo verso quella che si trovava dietro lenorme caminetto.
Non deve essere stato facile verniciare l dietro, non c che dire, comment. Ma  venuto bene!
Vanja emise un vagito. Era sdraiata su una delle mie braccia, non riuscivo a vederle il viso, e la appoggiai sul letto. Sorrise. Roland si sedette sul bordo e le pos la mano su un piedino.
Non vuoi prenderla in braccio? gli domand Linda. Puoi farlo, se vuoi".
No, rispose. Adesso lho vista".
Dopo essersi alzato, and nellingresso per vestirsi. Mentre stava per uscire, mi abbracci. I peli della sua barba incolta mi punsero la guancia.
 stato bello conoscerti, Karl Ove, disse. Abbracci Linda, tocc unaltra volta il piedino di Vanja e spar gi per le scale nel suo lungo cappotto.
Quando mi porse Vanja per andare in soggiorno a sparecchiare, Linda evit il mio sguardo. Le andai dietro.
Cosa ne pensi di lui? disse quasi pronunciando quelle parole nel vuoto mentre sparecchiava.
 un bravuomo, risposi. Ma non ha nessun filtro nei confronti del mondo. Credo di non aver mai visto nessuno che emani tanta vulnerabilit".
 come un bambino, vero?
S, in effetti".
Mi pass davanti con tre tazze in pila luna sopra laltra in una mano e il cestino con i dolci alla cannella nellaltra.
Che begli esempi di nonni maschi si ritrova Vanja, commentai.
S, chiss come andr a finire, disse. Non cera nessuna ironia nella sua voce, quella domanda proveniva dritta dal buio del suo cuore.
Andr benissimo, ovviamente, risposi.
Per non voglio che lui entri nella nostra vita, ribad mentre infilava le tazze nella lavastoviglie.
Se le cose rimangono cos come oggi, va benissimo, dissi. Un caff ogni tanto. E poi qualche cena da lui. Dopo tutto  il nonno di Vanja".
Linda chiuse lo sportello della lavastoviglie, prese un sacchetto di plastica trasparente dallultimo cassetto e ci infil i tre dolci rimasti, gli fece un nodo e mi pass davanti per andare a riporlo dentro il congelatore che si trovava nel corridoio.
Ma non si accontenter di questo, lo so. Una volta che ha allacciato i rapporti, comincer a telefonare. E lo fa solo quando esce di testa. Non ha limiti. Sappilo".
And in soggiorno per prendere gli ultimi piatti.
Non potremmo per lo meno provare, le dissi mentre era nellaltra stanza, e vedere che cosa succede?
Okay".
In quel momento suon il campanello.
E adesso chi era? Di nuovo la nostra vicina pazza?
Invece era Roland. I suoi occhi erano disperati.
Non riesco a uscire, disse. Non trovo il pulsante per aprire. Ho cercato da tutte le parti di sotto. Ma non c. Mi puoi aiutare?
Certo. Fammi solo lasciare Vanja a Linda".
Dopo averle affidato la piccola, mi infilai le scarpe e lo accompagnai gi alluscita, gli mostrai dove si trovava il pulsante, sulla parete a destra, proprio accanto alla prima porta.
Cercher di ricordarmelo, disse. Per la prossima volta. A destra della prima porta".
Tre giorni dopo cenammo nel suo appartamento. Ci mostr la parete che aveva verniciato e, mentre elogiavo il suo lavoro, gongolava soddisfatto. Non aveva ancora cominciato a preparare la cena, e Vanja dormiva nella carrozzina in corridoio, perci io e Linda ci sedemmo da soli in soggiorno a chiacchierare un po mentre lui era affaccendato in cucina. Alla parete erano appese delle foto di Linda e suo fratello da ragazzi e accanto articoli di giornale e interviste che avevano rilasciato al loro esordio. Perch anche suo fratello aveva pubblicato un libro, nel 1996, ma, come nel caso di Linda, dopo non cera stato un seguito.
Com orgoglioso di te, le dissi.
Lei abbass lo sguardo sul tavolo.
Perch non andiamo fuori sulla veranda? propose. Cos puoi fumarti una sigaretta".
Non era una veranda, ma una terrazza da cui, attraverso unapertura in mezzo ad altri due tetti, era possibile vedere stermalm. Una terrazza sul tetto accanto a Stureplan; quanti milioni doveva valere quellappartamento? A dire il vero era buio e annerito dal fumo, ma era un problema di facile soluzione.
Lappartamento  di propriet di tuo padre? le chiesi prima di accendermi una sigaretta riparando la fiammella dellaccendino con la mano.
Annu.
In nessun luogo dove avevo vissuto, gli indirizzi giusti e i begli appartamenti contavano cos tanto come a Stoccolma. In un certo senso tutto si riduceva a questo. Se uno abitava fuori, be, allora non veniva tenuto nella dovuta considerazione. La domanda su dove uno abitava, che veniva sempre posta, acquisiva tutta unaltra valenza rispetto a quella che aveva per esempio a Bergen.
Mi avvicinai al parapetto per guardare di sotto. Lungo il marciapiede erano ancora visibili i mucchietti di neve e di ghiaccio lasciati dallinverno che, ormai quasi dissolti e come molati dallaria tiepida, erano grigi di sabbia e di smog. Anche il cielo sopra di noi era grigio, gonfio di una pioggia fredda che si abbatteva copiosa e con regolarit sulla citt. Grigio, ma con una luminosit intrinseca diversa da quella che aveva il cielo grigio dellinverno, perch era marzo e la luce di marzo era cos chiara e intensa da penetrare attraverso la coltre di nubi persino in una giornata pesante come quella, creando degli squarci in tutte quelle barriere erette dalloscurit. I muri davanti a me scintillavano, e lo stesso valeva per lasfalto della via sottostante. Le auto che vi erano parcheggiate brillavano ognuna dei propri colori. Rosso, blu, verde scuro, bianco.
Abbracciami, disse Linda.
Spensi la sigaretta nel posacenere sul tavolo e la strinsi tra le mie braccia.
Quando rientrammo in casa, un attimo dopo, il soggiorno era ancora vuoto, cos andammo da lui in cucina. In piedi davanti ai fornelli, stava versando il contenuto di una scatola di champignon nella padella. Il liquido prese a sfrigolare a contatto con il calore del tegame. Poi ci aggiunse una zucchina gi tagliata. Accanto bolliva una pentola con degli spaghetti.
Sembra buono, dissi.
E lo , rispose.
Sul ripiano cerano un vasetto di gamberetti in salamoia e una confezione di panna acida.
Di solito ceno al Vikingen. Ma il venerd, il sabato e la domenica mangio qui. Preparo da mangiare per Berit".
Berit era la donna con cui stava.
Possiamo aiutarti? gli domand Linda.
No, rispose. Mettetevi a sedere, arrivo quando  pronto".
Il sapore del cibo ricordava quello che avrei saputo cucinare io quando ero studente e mangiavo da solo nella mia stanza in Absalon Beyers gate il primo anno a Bergen. Il padre di Linda raccont altri episodi di quando faceva il portiere nella squadra di calcio lass nel Norrland. Poi si mise a parlare di quello che una volta era stato il suo lavoro, e cio progettare e disegnare diversi tipi di magazzini. Dopo raccont del cavallo che un tempo possedeva, che aveva subto un infortunio proprio nel momento in cui sembrava che stesse cominciando a vincere. Su ogni cosa forniva spiegazioni accurate e minuziose, come se ogni dettaglio fosse della massima importanza. A un certo punto della conversazione and a prendere carta e penna per mostrarci come fosse arrivato a calcolare il numero esatto di giorni che gli restavano ancora da vivere. In quel momento cercai lo sguardo di Linda, ma lei non cerc il mio. Avevamo gi stabilito che la visita sarebbe stata breve, cos, dopo il dessert, che consisteva di un barattolo da due litri di gelato che appoggi sul tavolo, ci alzammo dicendo che purtroppo era venuto il momento di andare, bisognava portare a casa Vanja perch doveva mangiare ed essere cambiata, spiegazione che sembr gradire. Probabilmente la visita si era protratta a sufficienza anche per lui. Andai in corridoio e cominciai a vestirmi, mentre lui e Linda si scambiavano due parole in privato. Le disse qualcosa sul fatto che lei era la sua bambina e che era diventata cos grande. Vieni qui a sederti per un attimo in braccio a me. Mi allacciai laltra scarpa e, dopo essermi raddrizzato, andai sulla soglia e guardai dentro il soggiorno. Linda si era seduta sulle sue gambe, lui le teneva le braccia intorno alla vita mentre le diceva qualcosa che non riuscivo a capire. Quellimmagine aveva in s un che di grottesco, lei aveva trentadue anni, lelemento infantile implicito in quella posizione era troppo stretto e limitante per lei, cosa di cui ne era tra laltro consapevole, perch le sue labbra comunicavano disapprovazione, tutto in lei gridava e si opponeva a quella ambivalenza. Non voleva subirla, ma al contempo non intendeva respingerlo. Lui non avrebbe compreso quel rifiuto, si sarebbe sentito ferito, cos Linda fu costretta a restare seduta per un po mentre lui le dava delle pacche leggere, fino a quando lalzarsi non sembr pi un gesto di rifiuto e lei si ritrov nuovamente in piedi davanti a lui.
Arretrai di qualche passo in modo che per Linda la situazione non peggiorasse ulteriormente sapendo che cera un testimone. Quando mi raggiunse nel corridoio, stavo guardando le fotografie appese lungo la parete. Si vest. Suo padre venne a salutarci, mi abbracci come la volta prima, poi rimase l in piedi a osservare Vanja che dormiva nella carrozzina, abbracci Linda, ci segu con lo sguardo dalla soglia mentre entravamo nellascensore, sollev la mano unultima volta e si richiuse la porta alle spalle nel momento in cui quella dellascensore faceva lo stesso e noi ci inabissammo lungo ledificio.
Non feci mai parola della scena di cui ero stato testimone. Avevo notato che per il modo in cui si era lasciata assoggettare da lui, si era comportata come una bimba di dieci anni, per il modo in cui aveva opposto resistenza da donna adulta. Ma il solo fatto che fosse stata costretta a opporre resistenza, screditava in un certo senso la componente adulta: nessuna persona adulta finisce in situazioni come quella, no? Lui non aveva simili pensieri, non era in grado di porsi dei limiti, per lui lei era solo sua figlia, una specie di creatura senza et.
E, proprio come lei aveva previsto, dopo quello che era successo cominci a telefonarci. Capitava nelle ore pi disparate del giorno e della notte e quando era in preda agli stati danimo pi diversi, per cui Linda si accord con lui affinch telefonasse a unora precisa in un giorno fisso della settimana. Sembr esserne contento. Ma era anche un impegno: se non rispondevamo allorario prefissato, si sentiva profondamente ferito e considerava nullo laccordo, in questo modo era di nuovo libero di chiamare quando voleva, o di non telefonare affatto. Io ci parlai poche volte. In una di queste occasioni mi chiese il permesso di cantare una canzone. Laveva scritta lui ed era stata eseguita sui palcoscenici di Stoccolma e alla radio, disse. Non sapevo cosa pensare. In ogni caso potevo anche lasciarglielo fare. Inizi, aveva una voce possente, ci mise un grande impegno e anche se non tutte le note erano state eseguite con la stessa limpidezza, la sua prestazione era decisamente notevole. La canzone, che aveva quattro strofe, parlava di uno sterratore errante che stava costruendo una strada nel Norrland. Quando ebbe finito, fui soltanto capace di dirgli che era una bella canzone. Probabilmente si era aspettato qualcosa di pi, perch rimase in silenzio per qualche secondo. Poi comment:
So che scrivi libri, Karl Ove. Non li ho ancora letti, ma ne ho sentito parlare molto bene. Ci tengo a dirtelo. Sono davvero orgoglioso di te, Karl Ove. S, proprio cos..".
Sono contento di sentirlo, risposi.
Tu e Linda state bene insieme?
S".
Sei buono con lei?
S".
Bene. Non devi mai lasciarla. Mai. Hai capito?
S".
Devi prenderti cura di lei. Devi essere gentile con lei, Karl Ove".
Poi si mise a piangere.
Stiamo bene insieme, ripetei. Non c motivo di preoccuparsi".
Sono solo un vecchio, continu. Ma ne ho passate tante, sai. Pi della maggior parte della gente. Adesso la mia vita non  pi un granch. Ma ho contato i giorni che mi restano, lo sapevi?
S, ci hai fatto vedere il modo in cui li hai calcolati, quando siamo venuti a trovarti".
Ah, gi, s, disse. Ma Berit non lhai conosciuta?
No".
 cos buona con me".
Lavevo capito".
Di colpo si fece guardingo.
Lavevi capito? E come?
Volevo dire, Linda mi ha raccontato qualcosa di lei. E Ingrid. Sai..".
Ah, ecco. Non voglio infastidirti oltre, Karl Ove, hai di sicuro cose importanti da sbrigare".
Ma no. Guarda che non mi disturbi affatto".
Di a Linda che ho chiamato. Ciao".
Riattacc prima che avessi avuto il tempo di ricambiare il saluto. Sul display vidi che la conversazione non era durata neanche otto minuti. Linda sbuff quando glielo riferii.
Non devi sentirti costretto a starlo a sentire, disse. Non rispondere la prossima volta che chiama".
Non mi d fastidio, risposi.
Ma d fastidio a me".
Il documentario di Linda era privo di tutte queste connotazioni. Aveva eliminato qualsiasi altro elemento che non fosse la voce di lui. Per essa conteneva tutto. Lui parlava della propria vita e la sua voce si riempiva di dolore quando raccontava della morte della madre, di gioia quando narrava dei suoi primi anni da adulto, di rassegnazione quando riferiva del trasferimento a Stoccolma. Parlava dei problemi che aveva con il telefono, di come per lui quellinvenzione avesse rappresentato una maledizione, di come per lunghi periodi avesse fatto sparire quellaggeggio nascondendolo nellarmadio. Raccontava delle sue routine quotidiane, ma anche dei suoi sogni, il pi grande dei quali era possedere una scuderia tutta sua. Continuava imperterrito e la sua narrazione aveva un che di ipnotico, si veniva risucchiati nel suo mondo gi dalle prime frasi. Ma ovviamente la maggior parte delle considerazioni riguardavano Linda. Ci che lei era emergeva quando ascoltavo quello che faceva o leggevo quello che scriveva. Era come se la sua peculiarit diventasse tangibile solo allora. Nella quotidianit essa spariva tra le cose che facevamo, che erano quelle che facevano tutti, non ci vedevo nulla di quello di cui mi ero tanto innamorato. E, se anche non lo avevo dimenticato, non ci pensavo.
Comera possibile?
La guardai. Cerc di nascondere tutta laspettativa che provava e che trapelava dal suo sguardo quando incrociava il mio. Lo lasciava scivolare con troppa facilit sul registratore appoggiato sul tavolo e sul mucchio di cavi su cui si trovava.
Non hai bisogno di cambiare niente, dissi.  a posto cos".
Secondo te va bene?
Oh, s. Brillante".
Dopo aver appoggiato le cuffie sul registratore, mi stirai battendo pi volte le palpebre.
Mi sono commosso, dissi.
Per cosa?
La sua esistenza  una tragedia, in un certo senso. Ma quando la racconta si riempie di vita, uno si rende conto che questa s che  vita. Con un valore proprio, indipendentemente da quello che gli  successo. Ci sono cose ovvie, ma un conto  saperlo, un altro  sentirlo dentro. Ed  quello che ho provato mentre lo ascoltavo".
Sono cos contenta, disse Linda. Allora mi basta soltanto migliorare il suono. Posso farlo luned. Ma sei sicuro?
Pi sicuro di cos, risposi. Ora vado a fumarmi una sigaretta".
Gi in cortile soffiava un vento freddo. Gli unici due bambini del palazzo, un ragazzino sui nove, dieci anni e sua sorella sugli undici, dodici, si scambiavano il pallone con i piedi davanti al portone che cera sul lato opposto. Una musica alta e intensa proveniva dal Glen Miller Caf, che si trovava nella via oltre il muro alle loro spalle. La madre, che viveva da sola con loro allultimo piano e che sembrava pi stanca del normale, aveva la finestra aperta. Dai tonfi caratteristici e dai tintinnii che venivano da lass capii che stava lavando i piatti. Il bambino era grassottello e sicuramente era per compensare questa caratteristica che si era tagliato i capelli a spazzola, in modo da avere laspetto di un duro. Aveva sempre delle occhiaie bluastre. Quando sua sorella portava a casa delle amiche, lui giocherellava da solo oppure si arrampicava sulle strutture del parco giochi, ostentando indipendenza. In serate come quella, quando erano da soli e lei non aveva niente di meglio da fare se non giocare con suo fratello, lui sembrava stare meglio, era pi vivace, pi positivo. Ogni tanto lass in casa loro urlavano e gridavano, a volte tutti e tre, ma di solito solo lui e la madre. In un paio di occasioni avevo visto il padre venire a prenderli: un tipo piccolo e mingherlino, con i baffi, che indubbiamente aveva il vizio di alzare troppo il gomito.
La sorella and a sedersi vicino al cancelletto. Estrasse un cellulare dalla tasca e nel punto in cui stava era cos buio che la luce blu del display le illumin il viso. Il fratello si mise a calciare la palla contro il muro. Pum, pum, pum.
La mamma si affacci alla finestra.
Dacci un taglio! sbrait. Senza dire una parola il bambino si chin, raccolse il pallone e si accomod accanto alla sorella, che gli gir subito le spalle senza distogliere neanche per un attimo la propria attenzione dal telefonino.
Alzai gli occhi verso le due torri illuminate. Mi sentii pervadere da una scossa al contempo tenera e dolorosa.
Oh, Linda, Linda.
In quello stesso istante la vicina che abitava nellappartamento accanto al nostro entr dal portone. La seguii con lo sguardo mentre, con un certo sforzo, richiudeva il cancelletto. Era sulla cinquantina, nel modo in cui lo erano le cinquantenni ai nostri giorni, cio facendo di tutto per conservare un aspetto giovanile artificiale. Aveva una folta capigliatura tinta di biondo, indossava una giacca di pelliccia e teneva stretto al guinzaglio quel curioso del suo cagnolino. Una volta aveva dichiarato di essere unartista, senza che io fossi mai riuscito a capire cosa facesse in realt. Non era esattamente un tipo alla Munch. A volte era molto loquace, allora venivo a sapere che avrebbe trascorso lestate in Provenza, o un fine settimana a New York o a Londra. A volte non diceva una parola ed era capace di passarmi davanti senza neppure salutare. Aveva una figlia adolescente che aveva avuto un bambino pi o meno contemporaneamente a noi, e che lei comandava a bacchetta.
Non  ora di smetterla di fumare? mi disse senza rallentare.
Non  ancora mezzanotte, replicai.
Ah, fece. Stanotte nevicher. Ricordati delle mie parole!
Apr la porta con la chiave ed entr. Io aspettai un po, poi gettai il mozzicone nel vaso di fiori vuoto che qualcuno aveva capovolto e messo accanto al muro per quello scopo, ed entrai anchio. Avevo le nocche rosse per il freddo. Feci le scale quasi di corsa, aprii la porta, mi tolsi le scarpe e il giaccone e andai da Linda, che stava guardando la tv seduta sul divano. Mi chinai e la baciai.
Cosa stai guardando? chiesi.
Niente di particolare. Vogliamo vedere un film?
S".
Mi diressi verso lo scaffale dei dvd.
Cosa vuoi vedere?
Non ne ho idea. Scegli tu".
Con lo sguardo passai in rassegna i titoli. Quando compravo dei film, lo facevo partendo dallidea che mi dovessero trasmettere qualcosa. Che possedessero un linguaggio figurato particolare che potevo fare mio, o fossero in grado di mettermi in relazione con posti che non avevo mai preso in considerazione come possibilit, o che fossero ambientati in unepoca o in una cultura a me sconosciute. In poche parole sceglievo i film in base ai motivi pi folli perch quando arrivava la sera e volevamo vederne uno, non riuscivamo mai a guardare per due ore di fila una pellicola giapponese degli anni sessanta in bianco e nero, o gli ampi spazi aperti della periferia romana, dove lunica cosa che accadeva era che alcune persone belle e fotogeniche si incontravano, sostanzialmente alienate dal mondo reale come avveniva nei lungometraggi di quel periodo. No, quando arrivava la sera e guardavamo un film, volevamo puro e semplice intrattenimento. Doveva essere qualcosa il pi possibile leggero e impercettibile. Lo stesso valeva per tutto il resto. Non leggevo quasi pi libri: se cera un giornale, preferivo quello. E la soglia non faceva che peggiorare. Era stupido, perch quella vita non offriva niente, serviva solo a far passare il tempo. Se vedevamo un bel film, ci scatenava in noi un turbinio e metteva le cose in movimento, perch  cos, il mondo  sempre lo stesso,  il modo in cui lo osserviamo che cambia. Quella quotidianit che era in grado di opprimerci, cos come un piede schiacciava una testa, poteva anche innalzarci permettendoci di vivere un qualcosa colmo di felicit. Tutto dipendeva dallocchio che guardava. Se locchio vedeva lacqua che per esempio era presente ovunque nei film di Tarkovskij, e che trasformava il mondo in essi rappresentato in una specie di terrario, dove tutto gocciolava e scorreva, fluttuava e si muoveva, dove tutti i personaggi del film potevano lasciare la scena e dove rimaneva soltanto un tavolo con delle tazze da caff che venivano lentamente riempite dalla pioggia cadente mentre sullo sfondo spiccava quella vegetazione di un verde intenso, quasi minaccioso, s, allora locchio era in grado di vedere anche quello stesso abisso selvaggio ed esistenziale aprirsi nella quotidianit. Poich noi eravamo carne e sangue, tendini e ossa, intorno a noi crescevano alberi e piante, ronzavano gli insetti, volavano gli uccelli, correvano le nuvole, cadeva la pioggia. Quello sguardo che donava significato al mondo era sempre presente come possibilit, ma veniva quasi sempre scartato, per lo meno nella nostra vita.
Ce la sentiamo di vedere Stalker? chiesi voltandomi verso Linda.
Io non ho niente in contrario, rispose. Prova a metterlo, poi decidiamo".
Infilai il film nel lettore, spensi il lampadario, mi versai un bicchiere di vino rosso e mi sedetti accanto a Linda, afferrai il telecomando e selezionai la lingua dei sottotitoli. Lei si raggomitol stretta a me.
 un problema se tra un po mi addormento? disse Linda.
No, figurati, risposi cingendola con un braccio.
La scena iniziale con luomo che si sveglia in una stanza umida e buia lavevo gi vista almeno tre volte. Il tavolo con tutti gli oggettini che vibrano mentre passa un treno. Lui che si fa la barba davanti allo specchio, la donna che cerca di trattenerlo, ma senza riuscirci. Molto pi in l non ero mai andato.
Linda pos la mano sul mio petto prima di sollevare lo sguardo verso di me. La baciai e lei chiuse gli occhi. Le accarezzai la schiena, lei sembr quasi avvinghiarsi a me, io la scostai, prima di cominciare a baciarle il collo, la guancia, la bocca, appoggiai la testa sul suo seno, sentivo il suo cuore che batteva forte, le sfilai i morbidi pantaloni della tuta, le baciai la pancia, le cosce... Mi guard con quel suo sguardo scuro, con i suoi begli occhi, che si chiusero quando la penetrai. Non abbiamo nessuna protezione, sussurr. Non vai a prenderla? No, dissi. No. E quando venni, venni dentro di lei. Era la sola cosa che volevo.
Dopo restammo a lungo sdraiati sul divano senza dire niente.
Adesso avremo un altro figlio, dissi dopo un po. Sei pronta?
S, rispose. Oh, s, che lo sono".
La mattina seguente Vanja si svegli come sempre alle cinque. Mentre Linda la spostava nel nostro letto per dormire con lei ancora qualche ora, io mi alzai, tirai fuori il computer e cominciai a lavorare alla traduzione che dovevo valutare. Era un lavoro noioso, e interminabile, avevo gi scritto trenta pagine su una raccolta di racconti che non superava le centocinquanta. Tuttavia era qualcosa che mi allettava e mi piaceva starmene l seduto. Ero solo e lavoravo a un testo. Non avevo bisogno daltro. Poi cerano i piccoli momenti che mi accompagnavano in quelloccupazione: preparare la macchina del caff, sentire il rumore dellacqua che scendeva attraverso il filtro, percepirne laroma quando era appena fatto, stare in cortile avvolto nel buio prima che gli altri si fossero alzati e bersi il caff mentre fumavo la prima sigaretta della giornata. Salire e lavorare mentre allesterno lo spazio esistente tra le case si illuminava gradualmente e lattivit nelle strade cresceva. Quella mattina la luce che arriv era diversa e con essa latmosfera che contrassegnava lappartamento perch nel corso della notte era caduto un sottile strato di neve. Alle otto spensi il computer e, dopo averlo rimesso nella borsa, mi recai alla piccola panetteria che si trovava a un centinaio di metri da casa. Lungo la fila di case i vari teloni svolazzavano sopra di me per via del vento. Sulla carreggiata la neve si era gi sciolta, ma era rimasta sui marciapiedi, piena delle orme di coloro che erano passati da l nellarco della notte. Ora non cera nessuno. La panetteria, di cui un momento dopo aprii la porta, era minuscola e la gestivano due donne della mia et. Entrare l dentro era come mettere piede in uno di quei film noir anni quaranta in cui tutte le donne, persino quelle che lavorano nei chioschi o lavano i pavimenti negli uffici, sono sorprendentemente belle. Una di loro aveva i capelli rossi, la pelle bianca e le lentiggini, i lineamenti del viso marcati e gli occhi verdi. Laltra aveva i capelli lunghi e scuri, il volto lievemente squadrato, occhi cordiali, di color azzurro scuro. Entrambe erano alte e magre, e avevano sempre tracce di farina su qualche parte del corpo. Sulla fronte, sulle guance, sulle mani, sul grembiule. Alla parete erano appesi dei ritagli di giornale da cui si deduceva che entrambe avevano lasciato i propri lavori creativi per passare a quello che era sempre stato il loro sogno.
Quando si sent il tintinnio del campanello sopra la porta, da dietro il bancone spunt la rossa a cui ordinai uno dei grossi filoni di pane a base di lievito madre, sei panini integrali, due panini dolci alla cannella, al contempo glieli indicavo perch persino la pi semplice parola norvegese a Stoccolma veniva accolta da un cosa?, mise tutto in un sacchetto e fece il conto alla cassa. Con in mano quella sporta di carta bianca mi affrettai a tornare a casa, pulii le scarpe sullo zerbino dellingresso per togliere la neve, nellattimo in cui aprii la porta sentii che si erano alzate e che ora erano sedute in cucina a fare colazione.
Quando entrai nella stanza, Vanja agit il cucchiaio per aria mentre mi sorrideva. Aveva tutto il viso impiastricciato di pappa. Era passato ormai molto tempo da quando accettava ancora che la imboccassimo. Io ero portato a reagire distinto, avrei voluto pulire subito lo sporco, anche dal suo viso, non mi piaceva che restasse l tutta appiccicosa. Mi veniva spontaneo. Fin dallinizio Linda si era opposta alla mia reazione, era importante che non ci fossero regole n restrizioni sul cibo, era una questione delicata, Vanja doveva essere libera di fare tutto quello che voleva. Naturalmente aveva ragione, lo capivo, certo, e da un punto di vista puramente teorico apprezzavo la voracit, la vitalit e la libert della piccola mentre masticava rumorosamente e sporcava, ma in pratica limpulso era quello di correggere. Era la presenza di mio padre che albergava dentro di me. Quando ero piccolo, non tollerava neppure una briciola fuori dal piatto. Ma se lo sapevo, se io stesso ne ero stato vittima e lavevo odiato con tutto me stesso, perch mai volevo a tutti i costi imporle quellatteggiamento?
Affettai il pane, lo misi in un cestino con i panini, riempii dacqua il bollitore del t e mi sedetti per fare colazione con loro. Il burro era un po duro e, quando cercai di spalmarlo, la fetta si ruppe. Vanja mi fissava. Voltai rapidamente la testa e posai il mio sguardo su di lei. Sobbalz sulla sedia. Poi fortunatamente cominci a ridere. Lo rifeci, abbassai lo sguardo sul tavolo davanti a me per un po di tempo, fino a quando lei non aveva cominciato a rinunciare alla speranza che potesse succedere qualcosa ed era gi in preda a un altro stato danimo, quando con la velocit di un fulmine incrociai il suo sguardo. Lei sgran gli occhi mentre faceva un salto sulla sedia, poi ricominci a ridere. Anche io e Linda ridemmo.
Vanja  cos divertente, disse Linda. Sei cos divertente! La mia piccola ochetta!
Si chin su di lei e strofin il naso contro il suo. Sgraffignai linserto culturale del giornale, che era aperto sul tavolo davanti a Linda, addentai la fetta di pane, mentre scorrevo i titoli. Sul ripiano alle mie spalle scatt il timer del bollitore che si spense quando lacqua prese a bollire. Mi alzai, misi una bustina di t in una tazza e ci versai sopra lacqua fumante, andai a prendere nel frigorifero un cartone di latte e mi misi a sedere. Agitai leggermente la bustina finch la sostanza marrone e fluttuante in essa contenuta si stacc colorando lacqua. Ci aggiunsi un goccio di latte e sfogliai il giornale.
Hai visto cosa hanno scritto di Arne? dissi guardando Linda. Annu mentre sorrideva appena, ma quel sorriso era rivolto a Vanja, non a me.
La casa editrice ritira il libro. Che smacco".
S, povero Arne. Ma pu ringraziare soltanto se stesso".
Credi che sapesse che erano menzogne?
No, assolutamente no. Non era una cosa calcolata, ne sono certa. Deve aver creduto che fosse cos".
Poveraccio, commentai prima di sollevare la tazza e sorseggiare il t che ricordava il color del fango. Arne era uno dei vicini della madre di Linda a Gnesta. Aveva scritto un libro su Astrid Lindgren che era uscito quellautunno, liberamente basato sulle conversazioni fatte con la scrittrice prima che lei morisse. Arne era una persona spirituale, credeva in Dio, anche se non in maniera tradizionale, e molti rimasero sorpresi dal fatto che anche Astrid Lindgren condividesse quella fede non convenzionale. I giornali cominciarono a indagare sulla questione. Nessun altro era stato presente a quelle conversazioni, quindi, nonostante la Lindgren non avesse mai espresso simili posizioni ad altri, non si poteva dimostrare che fossero state inventate di sana pianta per loccasione. Per nel libro cerano anche altre cose, tra laltro che facevano riferimento alle letture della Lindgren fatte da Arne, che si erano dimostrate anacronistiche, allepoca in cui lui per esempio scriveva di aver letto Mio piccolo Mio, lopera non era ancora stata pubblicata. E questo tipo di imprecisioni era un po troppo frequente nel suo libro. Le persone pi vicine alla Lindgren smentirono le sue affermazioni, lei non avrebbe mai potuto dire certe cose. I giornali non avevano trattato molto bene Arne minando il suo onore, negli articoli veniva sottinteso che fosse un ciarlatano, quasi un mitomane, e adesso la casa editrice aveva pure deciso di ritirare il libro. Quel libro che aveva sostenuto Arne nei suoi ultimi anni di malattia e di cui lui andava cos orgoglioso.
Ma era come aveva detto Linda, poteva ringraziare soltanto se stesso.
Imburrai unaltra fetta. Vanja tese le braccia. Linda la prese e la port in bagno, da dove giunsero poco dopo il rumore dellacqua che scorreva e i gridolini di protesta di Vanja.
In soggiorno squill il telefono. Mi sentii raggelare. Anche se avevo capito immediatamente che doveva trattarsi di Ingrid, la madre di Linda, perch nessun altro ci telefonava a unora simile, il mio cuore prese a battere sempre pi velocemente.
Rimasi immobile finch gli squilli non cessarono altrettanto bruscamente come erano iniziati.
Chi era? chiese Linda quando usc dal bagno con Vanja al collo.
Non ne ho la pi pallida idea, commentai. Non ho risposto. Ma era sicuramente tua madre".
Vado di l a chiamarla, disse lei. Tanto dovevo farlo comunque. Prendi tu Vanja?
Me la porse, come se lunico altro posto in cui potesse stare in quellappartamento fosse in braccio a me.
Puoi anche metterla per terra, risposi.
Cos si mette a piangere".
E tu lasciala piangere. Non muore nessuno".
Oka-ay, disse, in un modo che in realt alludeva al contrario. Non  okay, ma lo faccio perch lo dici tu. Cos vedrai con i tuoi stessi occhi come va a finire.
Ovviamente Vanja cominci a piagnucolare non appena Linda la appoggi a terra. Tese le braccia verso di lei, per poi cadere prima con le mani sul pavimento. Linda non si gir. Aprii il cassetto alla meglio rimanendo seduto e tirai fuori una frusta da cucina. Non le interessava, neppure se la facevo vibrare. Le misi davanti una banana. Scosse la testa mentre le lacrime le rigavano le guance. Alla fine la tirai su e dopo averla portata alla finestra della camera da letto, la piazzai in piedi sul davanzale. Funzion. Pronunciavo il nome di tutto quello che vedevamo, lei guardava interessata mentre indicava tutte le automobili che passavano.
Linda si affacci sulla porta, con la cornetta del telefono premuta contro il petto.
La mamma voleva sapere se domani andiamo a cena da lei. Ci va?
S, dissi. Va bene".
Allora le dico che andiamo?
S".
Sollevai Vanja e la misi delicatamente per terra. Riusciva a stare in piedi, ma non sapeva ancora camminare, quindi si accucci e cominci a gattonare verso Linda.
Quella bambina non aveva neppure il tempo di essere scontenta perch nel giro di un secondo i suoi bisogni venivano soddisfatti in tutto e per tutto. Per quasi tutto il primo anno di vita la notte si svegliava ogni due ore per essere allattata e Linda era quasi impazzita dalla stanchezza, eppure non voleva lasciarla dormire nel letto da sola perch allora si metteva a piangere. Proposi una terapia durto: metterla nel suo lettino e lasciarla urlare per tutta la notte finch ne aveva la forza, cosicch la notte seguente avrebbe capito che tanto non avrebbe ottenuto nulla, qualunque cosa facesse, e rassegnata, e forse anche un po arrabbiata, si sarebbe messa a dormire per conto suo. Quando riferii la mia proposta a Linda fu come se le avessi detto di prenderla a schiaffi finch non fosse rimasta immobile. Il compromesso fu che io telefonai alla sorella della mamma, Ingunn, che era una psicologa infantile e che sapeva come trattare problemi simili. Ci consigli uno svezzamento graduale, sottolineando che dovevamo accarezzare molto Vanja e darle dei buffetti quando voleva il latte o voleva essere presa in braccio, ma non le veniva concesso, e che notte dopo notte dovevamo ritardare il momento della poppata. Fu cos che la notte mi piazzavo davanti al suo lettino armato di taccuino, dove annotavo gli orari precisi e la accarezzavo e le davo dei buffetti mentre strillava e mi guardava furiosa. Ci vollero dieci notti prima che dormisse per tutta la notte ininterrottamente. Avremmo ottenuto lo stesso risultato in una notte sola. Perch sicuramente non le faceva male piangere un po, no? Lo stesso succedeva al parco giochi. Cercavo di fare in modo che giocasse da sola, cos che io potessi sedermi su una panchina a leggere, ma non se ne parlava proprio, qualche secondo da sola, poi mi cercava con gli occhi e mi tendeva le mani implorante.
Dopo aver riattaccato, Linda si ripresent con Vanja in braccio.
Andiamo a fare una passeggiata? domand.
Non mi sembra che ci sia molto altro da fare".
Cosa intendi dire? comment guardinga.
Niente, risposi. Dove andiamo?
Skeppsholmen?
Va bene".
Dato che durante la settimana ero io a prendermi cura di Vanja, adesso fu Linda a occuparsene. Seduta in grembo a lei, le furono infilati un maglioncino rosso fatto a mano che avevamo ereditato dai figli di Yngve, un paio di pantaloni di velluto a coste marroni, il tutone rosso che ci aveva comprato la madre di Linda, il berretto rosso che si allacciava sotto il mento con il velcro e aveva la visiera bianca, e un paio di muffole bianche lavorate a maglia. Fino a un mese prima stava sempre ferma quando la vestivamo, ma negli ultimi tempi aveva cominciato a contorcersi e a cercare di sgusciare via quando la tenevano ferma. Particolarmente difficile era cambiarle i pannolini, la cacca poteva finire ovunque se lei non faceva altro che dimenarsi in continuazione, quindi pi di una volta avevo alzato la voce. STAI FERMA! oppure ALLORA, STAI FERMA, CAZZO! stringendola pi del dovuto. A lei invece sembrava divertente cercare di liberarsi, sorrideva o rideva sempre quando succedeva, e quella voce alta, irritata, era molto semplicemente fuori dalla sua portata di comprensione. Era capace di far finta di non averla sentita o mi fissava stupita come per dire, cosa sta succedendo? Oppure si metteva a piangere. Prima si sollevava il labbro inferiore che iniziava a tremarle, poi spuntavano le lacrime. Ma che cazzo stavo facendo? pensavo in quei momenti, ero completamente impazzito? Aveva un anno, era la pi innocente degli innocenti e io urlavo e inveivo contro di lei?
Per fortuna era facile consolarla, era facile farla ridere e per fortuna dimenticava in fretta. Da quel punto di vista per me era peggio.
Linda aveva pi pazienza e cinque minuti dopo teneva in braccio Vanja che, vestita di tutto punto, sfoggiava un sorriso carico di aspettative. Dentro lascensore cerc di premere i pulsanti, Linda le indic quello giusto e le guid la manina. Il bottone prese a lampeggiare, lascensore a scendere. Mentre Linda si diresse con lei nel vano dove venivano custodite le biciclette, e dove cera anche il passeggino, io uscii per accendermi una sigaretta. Tirava ancora un forte vento e il cielo era pesante e grigio. La temperatura oscillava tra lo zero e meno uno.
Scendemmo per Regeringsgatan, entrammo nel parco di Kungstrdgrden, passammo davanti al Nationalmuseet e svoltammo a sinistra verso lisolotto di Skeppsholmen. Camminammo lungo i moli dove erano ormeggiate tutte le barche che fungevano da case galleggianti. Un paio di esse risalivano al periodo a cavallo tra fine Ottocento e inizio Novecento e avevano prestato servizio come traghetti nellenorme arcipelago di isolotti che si estendeva di fronte alla citt. Cera anche una specie di piccolo cantiere navale che costruiva imbarcazioni di legno, o per lo meno cos sembrava, in cui carene e intelaiature giacevano simili a uno scheletro dentro un edificio in legno che sembrava fungere da magazzino. Ogni tanto al nostro passaggio spuntava la testa di qualche uomo barbuto, per il resto la zona era deserta. In cima a una piccola altura cera il Moderna Museet, dove Vanja aveva trascorso un numero sproporzionatamente alto di giornate, se si teneva conto della ancora breve durata della sua vita. Ma lentrata era gratuita, il ristorante era buono e adatto ai bambini, cerano alcune aree per il gioco e valeva sempre la pena vedere una parte delle opere darte esposte.
Lacqua del porto era nera. La coltre di nubi era fitta e si stendeva bassa nel cielo. Il sottile strato di neve sul terreno sembrava rendere tutto pi duro e nudo, forse perch contribuiva a far sparire quel poco che rimaneva dei colori del paesaggio. Qui tutti gli edifici museali un tempo erano stati adibiti a uso militare, e ne portavano limpronta, alternandosi chiusi e bassi lungo le strade prive di traffico, oppure ergendosi in fondo a quelli che una volta dovevano essere stati i piazzali utilizzati per le esercitazioni.
 stato bello ieri, disse Linda cingendomi con un braccio.
S, risposi. Ma vuoi davvero un altro figlio adesso?
S, lo voglio. Ma le possibilit sono poche".
Io sono sicuro che sei incinta, affermai.
Come quando eri certo che Vanja fosse un maschio?
Ah ah".
Ne sarei felice, continu. Pensa se fosse vero! Pensa se avessimo un altro figlio!
S..". dissi. Tu cosa ne pensi, Vanja? Vuoi una sorellina o un fratellino?
Lei sollev lo sguardo verso di noi. Poi gir la testa di lato e alz la manina indicando tre gabbiani che con le ali strette aderenti al corpo sonnecchiavano facendosi cullare dalle onde.
Ta! esclam.
S, l, dissi. Tre gabbiani!
Oh, avere solo un figlio per me era assolutamente da escludere, averne due era troppo poco e restrittivo, ma tre, avevo pensato, sarebbe stato perfetto. In quel caso i figli sarebbero stati pi numerosi dei genitori, quindi le possibilit di combinazione sarebbero state molte perch saremmo stati una specie di team. Pianificare il momento migliore per realizzare quel progetto, sia per quanto riguardava la nostra vita sia quale fosse let che i figli dovevano avere preferibilmente gli uni rispetto agli altri, mi disgustava, non era mica unazienda quella che volevamo condurre. Desideravo lasciare tutto al caso, prendere quello che veniva e affrontarne le conseguenze a mano a mano che si presentavano. La vita non era forse cos? Perci quando giravo per le strade con Vanja, quando le davo da mangiare e mi prendevo cura di lei, sempre con quellanelito folle di unaltra vita che mi martellava nel petto, si trattava di una delle conseguenze di una scelta con cui ero costretto a convivere. Non cera nessuna via duscita, a parte quella vecchia e gi battuta: resistere. Il fatto che nel frattempo io oscurassi la vita intorno a me mentre lo facevo, be, era solo unaltra conseguenza da sopportare. Se avessimo avuto un altro figlio, e lo avremmo avuto indipendentemente dal fatto che Linda fosse o meno incinta in quel momento, e poi un altro ancora, cosa ugualmente inevitabile, tutto quanto avrebbe travalicato il puro senso del dovere, si sarebbe spinto al di l dellanelito, si sarebbe trasformato in qualcosa di libero e selvaggio? E in caso contrario, che cosa avrei fatto?
Esserci, fare ci che dovevo. Nella mia vita era lunica cosa che avevo a cui attenermi, il mio unico punto fermo, ed era scolpito nella pietra.
Lo era davvero?
Qualche settimana prima mi aveva telefonato Jeppe, era in citt, perch non ci bevevamo un paio di birre insieme? Avevo molta stima di lui, ma non ero mai riuscito a parlarci, come mi succedeva con tante altre persone, eppure quella volta eravamo entrati un po pi in sintonia dopo che avevo tracannato birra a tutta velocit. Gli avevo raccontato comera adesso la mia vita. Guardandomi, aveva detto, con quel tono di supposta autorit che era un tratto tipico della sua persona: ma tu devi scrivere, Karl Ove!
E in fin dei conti, messo alle strette e con un coltello puntato alla gola, era quella la cosa primaria.
Ma perch?
In fondo i figli erano la vita, e chi desiderava voltare le spalle a essa?
E lo scrivere, che altro era se non la morte? Le lettere dellalfabeto, che altro erano se non ossa in un cimitero?
Intorno al promontorio allestremit dellisola stava avanzando il traghetto per Djurgrden, sembrava scivolare sulla superficie dellacqua. Sullaltro lato cera Grna Lund, il grande parco di divertimenti, con tutte le giostre vuote e ferme, alcune coperte da incerate. Pressappoco duecento metri pi in l cera ledificio che ospitava la nave Vasa.
Perch non prendiamo il traghetto e andiamo dallaltra parte? sugger Linda. Cos possiamo pranzare al Bl Porten".
Ma abbiamo appena fatto colazione, commentai.
Un caff, allora".
E vada per il caff. Hai dei contanti?
Annu e ci fermammo ad aspettare allattracco del traghetto. Dopo qualche secondo Vanja cominci a reclamare. Linda prese una banana dalla borsa e gliela porse. Soddisfatta Vanja si rimise seduta nel passeggino a guardare il mare mentre si infilava in bocca i pezzetti di banana. Mi venne da pensare alla prima volta che ero uscito da solo con lei, perch eravamo venuti proprio qui. Lei aveva una settimana. Praticamente avevo girato lisolotto quasi di corsa mentre spingevo la carrozzina, con la paura che lei smettesse di respirare, con la paura che si svegliasse e piangesse. A casa avevamo la situazione sotto controllo, cera da allattarla, farla dormire, cambiarla secondo un sistema sonnolento, eppure carico di silenziosa euforia. Fuori non avevamo pi punti di riferimento. La prima volta che lavevamo portata fuori, aveva tre giorni, doveva andare dal medico per una visita di controllo ed era come se dovessimo trasportare una bomba. Il primo ostacolo fu rappresentato dai tanti vestiti che le avevamo messo, perch fuori cerano quindici gradi sotto zero. Il secondo fu il seggiolino per bambini, come fissarlo dentro il taxi? Il terzo erano gli occhi che ci scrutavano mentre eravamo nella sala dattesa. Ma and bene, ce la cavammo, anche se con una serie infinita di difficolt, ma ne valse la pena quando, finalmente sdraiata sul fasciatoio, fu visitata mentre muoveva in modo lento e pacifico le sue gambette per qualche minuto. Era sana come un pesce, e irresistibilmente di buon umore, perch allimprovviso sorrise allinfermiera che era china su di lei. Era un sorriso, disse linfermiera. Non era per via delle coliche o del mal di pancia. Raramente sorridono cos presto! Ci lasciammo lusingare, e questo la diceva lunga su di noi come genitori, solo parecchi mesi pi tardi realizzai che quel commento, raramente sorridono cos presto, di certo veniva detto a tutti proprio per ottenere lo stesso effetto. Ma, oh, la luce bassa, quasi introversa, di gennaio che penetrava dalla finestra andando a inondare la nostra bimba distesa sul fasciatoio, alla cui presenza non ci eravamo ancora abituati, il ghiaccio che fuori luccicava in quel freddo polare, il viso aperto e rilassato di Linda rendevano quellimmagine una delle poche da ricordare prive di sentimenti ambivalenti. Dur finch non uscimmo in corridoio per andarcene e Vanja inizi a piangere. Che cosa dovevamo fare? Prenderla in braccio? S. Linda doveva allattarla? E in tal caso, come? Aveva indosso talmente tanti vestiti da sembrare un palloncino. Dovevamo spogliarla? Mentre urlava? Era cos che si faceva? E se non fosse bastato a calmarla?
Accidenti, quanto piangeva mentre Linda armeggiava con i vestiti con il suo modo di fare nervoso e indeciso.
Lascia che faccia io, dissi.
Mi fulmin con lo sguardo.
Vanja si calm per qualche secondo mentre le sue labbra si chiudevano intorno al capezzolo. Ma poi, chinata la testa allindietro, riprese a piangere disperata.
Non era questo, disse Linda. E allora cosa pu essere?  malata?
Questo no, di sicuro.  stata appena visitata da un medico".
Vanja non smetteva di piangere. Il suo visino era completamente distorto.
Cosa facciamo? chiese Linda disperata.
Tienila un po in braccio, poi vediamo, risposi.
Laltra coppia, che aveva lappuntamento dopo di noi, usc con il bambino seduto nel seggiolino. Quando ci passarono davanti, evitarono accuratamente di guardarci.
Non possiamo stare qui, commentai. Andiamo. Forza. Che pianga quanto vuole".
Hai chiamato un taxi?
No".
E allora fallo!
Guard Vanja, che strinse a s senza che questo servisse a qualcosa, non cera nulla di tranquillizzante nel contatto tra il suo tutone e la giacca a vento di Linda. Preso il cellulare, composi il numero dei taxi, afferrai il seggiolino con laltra mano e mi diressi verso le scale.
Aspetta un attimo, intervenne Linda. Devo rimetterle il berretto". Mentre aspettavamo il taxi, che per fortuna arriv dopo qualche minuto, lei pianse per tutto il tempo. Aprii la portiera posteriore, ci infilai il seggiolino con lintenzione di fissarlo con la cintura di sicurezza, cosa che unora prima avevo fatto senza problemi, ma che ora tutto a un tratto sembrava impossibile. Cercai in tutti i modi immaginabili di piazzare quel cazzo di seggiolino di traverso, sopra o sotto, senza riuscire a trovare la posizione giusta. Il tutto mentre Vanja strillava e Linda mi guardava con aria ostile. Alla fine il tassista scese per aiutarmi. Allinizio mi rifiutai di spostarmi, dovevo riuscirci da solo, cazzo, ma dopo aver armeggiato per un altro minuto dovetti arrendermi e lasciare che lui, un uomo con la barba allapparenza iracheno, lo fissasse in due secondi.
Vanja pianse per tutto il tragitto attraverso una Stoccolma coperta di neve e scintillante di sole. Solo quando varcammo la soglia di casa e Vanja era distesa sul letto svestita insieme a Linda, il pianto cess.
Eravamo tutti e due madidi di sudore.
 stato quasi un record! esclam Linda alzandosi dal letto mentre Vanja dormiva.
S, dissi. Ma per lo meno  viva".
Pi tardi quel giorno sentii Linda raccontare della visita di controllo a sua madre. Neanche una parola sul pianto, o sul panico che ci aveva assaliti, no, quello che le disse fu che Vanja aveva sorriso mentre veniva visitata distesa sul fasciatoio. Di quanto si era sentita felice e orgogliosa Linda in quel momento! Vanja aveva sorriso, era sana come un pesce e la luce bassa del sole allesterno, che pareva levarsi dalle superfici ricoperte di neve, rendeva tutto quello che cera nella stanza morbido e scintillante, anche Vanja, che si dimenava nuda sulla coperta.
Sorvol su quello che era successo dopo.
Adesso, mentre aspettavamo il traghetto in quel vento freddo e insistente, esattamente un anno dopo, quella scena appariva strana. Comera possibile che fossimo stati cos incapaci? Eppure era andata cos, ricordavo ancora le sensazioni che mi riempirono in quel momento, il fatto che tutto fosse cos fragile, anche la gioia che risplendeva ovunque. Niente nella mia vita mi aveva preparato ad avere un neonato, ne avevo a malapena visto uno prima, e lo stesso valeva per Linda, da adulta non era mai stata neppure nelle vicinanze di un bambino. Tutto era nuovo, dovevamo imparare strada facendo, e questo implicava anche gli errori che potevamo commettere. Abbastanza velocemente cominciai a considerare quei diversi momenti come delle sfide, come se io stessi prendendo parte a una specie di gara dove bisognava fare pi cose possibili in contemporanea, e fu cos anche quando mi assunsi la responsabilit di prendermi cura di lei durante il giorno, e fino a quando non ci sarebbero stati momenti nuovi quel piccolo traguardo era conquistato e non restava altro che la routine.
Davanti a noi il motore del traghetto fece macchina indietro mentre limbarcazione scivolava lentamente percorrendo gli ultimi metri che la separavano dal molo. Il bigliettaio apr il cancelletto e noi, che evidentemente eravamo gli unici passeggeri, salimmo a bordo con il passeggino. Bollicine di acqua verdastra salivano in superficie intorno alle eliche. Linda prese il portafoglio dalla tasca interna della giacca a vento blu che indossava, e pag. Reggendomi al parapetto, guardavo verso la citt. La bianca sporgenza del Dramaten, il piccolo rilievo che divideva Birger Jarlsgatan da Sveavgen, dove si trovava il nostro appartamento. Lenorme massa di edifici che saturava quasi lintero paesaggio. Come unaltra prospettiva, che non conosceva luso a cui erano adibite le case e le strade, ma che le osservava soltanto come forme e masse, alla stessa stregua per esempio di come i piccioni dovevano vedere la citt su cui volavano e atterravano, di colpo il tutto diventava alieno ed estraneo. Un enorme labirinto di vie e spazi vuoti, alcuni a cielo aperto, altri al chiuso, altri ancora sotto terra, in strette gallerie attraversate da treni simili a lombrichi.
Ben pi di un milione di persone vivevano l le loro vite.
La mamma ha detto che potrebbe prendere Vanja luned, se vuoi. Cos avrai la giornata tutta per te".
Chiaro che voglio, dissi.
Non  affatto cos chiaro, replic.
Tra me e me sollevai gli occhi al cielo.
Allora possiamo dormire l, prosegu Linda. E poi rientrare insieme la mattina presto. Se ti va, insomma. E poi la mamma ci raggiunge con Vanja nel pomeriggio".
Sembra una buona idea, dissi.
Quando il traghetto attracc sullaltra sponda, salimmo lungo la strada che costeggiava il lunapark, che durante lestate era sempre gremito di gente, sia che stessero in fila davanti alle biglietterie o ai chioschi di hot dog, sia che mangiassero in uno dei fast food sullaltro lato, o che fossero semplicemente fuori a passeggiare. Allora lasfalto era un tripudio di biglietti e dpliant, carte di gelato e hot dog, tovagliolini e cannucce, bicchieri di Coca-Cola e cartoni di succo darancia e di tutto quello che le persone che si stanno divertendo buttavano per terra. Ora la via si stendeva davanti a noi vuota, silenziosa e pulita. Non si vedeva anima viva, n nei ristoranti da un lato, n nel luna park su quello opposto. Su una collinetta in fondo cera il Cirkus, il palazzo dei concerti. Una volta ero stato al ristorante che si trovava l dentro, insieme ad Anders, eravamo alla ricerca di un posto dove si potesse vedere la Premier League. Alla televisione dentro il locale trasmettevano la partita che ci interessava. Cera soltanto unaltra persona. La luce era fioca, le pareti scure, eppure portava gli occhiali da sole. Era il cantante Tommy Krberg. Quel giorno la sua faccia spiccava sulle prime pagine di tutti i giornali, aveva guidato in stato di ebbrezza e lo avevano fermato, non si poteva fare neanche un metro a Stoccolma senza venire a saperlo. Dunque si era seduto l per nascondersi. I nostri sguardi consapevolmente discreti dovettero sembrargli altrettanto fastidiosi quanto quelli diretti, perch poco dopo che eravamo entrati se ne and bench nessuno di noi due si fosse girato dalla sua parte neanche una volta.
Paragonato a quello che sembrava aver passato, impallidivano perfino i miei peggiori attacchi di ansia da sbornia.
Nella tasca suon il cellulare. Lo presi e guardai il display. Il telefonino di Yngve.
Pronto? dissi.
Ciao, rispose. Come stai?
Bene. E tu?
Bene".
Bene. Senti, in questo momento stiamo per entrare in un posto. Ti posso richiamare pi tardi? Nel pomeriggio? O si trattava di qualcosa di urgente?
No. Niente. Chiamami, ci sentiamo dopo".
Ciao".
Ciao".
Rimisi il cellulare in tasca.
Era Yngve, dissi.
Tutto bene?
Mi strinsi nelle spalle.
Non lo so. Ma gli telefono dopo".
Due settimane dopo aver compiuto quarantanni, Yngve aveva lasciato Kari Anne e si era trasferito in una casa per conto proprio. Era successo alla svelta. Mi aveva confidato quello che aveva in mente, lultima volta che era venuto a trovarmi. Yngve parlava raramente di certe cose, teneva quasi tutto per s, sempre che io non gli facessi domande dirette, ecco. Ma non era sempre il caso di porle. Daltra parte non avevo neppure bisogno della sua confessione per capire che per lungo tempo aveva vissuto una vita che non voleva. Perci, quando mi disse che era finita, fui felice per lui. Al contempo per non potevo fare a meno di pensare a pap, che aveva lasciato la mamma solo poche settimane prima di compiere quarantanni. La coincidenza dellet, che in quel frangente arrivava con una differenza di poche settimane, non era n familiare, n genetica, e la crisi dei quarantanni non era affatto un mito: aveva iniziato a colpire gli uomini che avevo accanto, e in modo pesante. Alcuni erano quasi impazziti dalla disperazione. Per cosa? Pi vita. A quarantanni lesistenza presente, sempre considerata temporanea, era diventata la vita stessa, e questa circostanza escludeva ogni sogno, appiattiva ogni aspettativa nei confronti della vera vita, quella a cui uno era destinato, le grandi imprese che uno poteva fare erano ormai altrove. A quarantanni ti rendevi conto che tutto era l, nella banalit della vita di tutti i giorni, ormai gi plasmata, e che sarebbe sempre stato cos, se uno non ci avesse dato dentro. Non si fosse messo alla prova unultima volta.
Yngve lo aveva fatto per stare meglio. Pap perch voleva un cambiamento radicale. Per questo non mi preoccupavo per Yngve, e a dire il vero non lo avevo mai fatto, lui se la cavava sempre.
Vanja si era addormentata dentro il passeggino. Linda si ferm per abbassare lo schienale. Studi la lavagna su cui era riportato il menu del giorno, e che era esposta sul marciapiede davanti al Bl Porten.
In effetti ho fame, disse. E tu?
Possiamo pranzare, commentai. Le polpette di agnello sono buone".
Era un bel posto. Uno spazio aperto al centro, pieno di piante e di acqua che scorreva dove ci si poteva sedere nei mesi estivi. Dinverno invece ci si accomodava allinterno di una specie di lungo passaggio protetto da pareti di vetro. Lunico punto a sfavore era rappresentato dalla clientela, che per la maggior parte era costituita da donne sui cinquanta, sessantanni dagli spiccati interessi culturali.
Tenni la porta aperta per far passare Linda con il passeggino, poi, afferratolo per la stanga che collegava le ruote, lo sollevai per scendere i tre gradini. Il locale era pieno solo a met. Occupammo il tavolo pi appartato, nel caso in cui Vanja si fosse svegliata, e andammo a ordinare. Al tavolo in fondo vicino alla finestra cera Cora. Si alz quando ci vide, e sorrise.
Ciao! esord. Che piacere vedervi!
Abbracci prima Linda e poi me.
Allora? disse. Come va?
Bene, rispose Linda. E tu?
Bene! Sono qui con mia madre, come potete vedere".
Feci un cenno con la testa in direzione della donna, che avevo conosciuto a una delle feste di Cora. Lei ricambi il saluto.
Siete qui da soli? domand Cora.
No, laggi c Vanja, rispose Linda.
Ah, s. Restate qui un po?
S-..". disse Linda.
Dopo vengo da voi, disse Cora. Cos mi fate vedere la bambina. Va bene?
Certo, rispose Linda prima di proseguire verso il bancone in fondo, dove ci mettemmo in coda.
Cora era una delle amiche di Linda che avevo conosciuto per prime. Amava la Norvegia e tutto quello che era norvegese, ci aveva vissuto per qualche anno, ed era capace di mettersi a parlare norvegese quando era ubriaca. Tra gli svedesi che avevo incontrato, era lunica che capiva che cerano grandi differenze tra i due paesi, e lo capiva nellunico modo in cui era possibile comprenderlo, con il corpo. Come la gente in Norvegia si urtasse in continuazione, per le strade, nei negozi e sui mezzi pubblici. Come la gente in Norvegia chiacchierasse sempre, nei chioschi, in coda e nei taxi. Aveva sgranato gli occhi quando aveva letto i giornali norvegesi e aveva visto come si svolgevano i dibattiti. Urlano e inveiscono tra di loro! esclamava entusiasta. Partecipano anima e corpo! Non hanno paura di niente! Non soltanto esprimono idee e posizioni diverse su tutto, ma arrivano a dire cose che uno svedese non direbbe mai, per giunta urlano e sbraitano mentre lo fanno. Oh,  cos liberatorio! Il fatto che la pensasse a quel modo rendeva pi facile instaurare un rapporto con lei che con gli altri amici di Linda, che dal punto di vista sociale erano formali in un modo molto pi raffinato e controllato, per non parlare delle persone di quellufficio in condivisione che lei mi aveva trovato. Erano buoni e gentili, mi invitavano spesso a pranzo, e io con la stessa frequenza rifiutavo, a parte un paio di volte, in cui ero rimasto in silenzio ad ascoltare le loro conversazioni. In una di queste discussero dellimminente invasione dellIraq e del conflitto limitrofo ed eterno tra Israele e la Palestina. Oddio, pi che una discussione sembrava che stessero parlando del cibo o del tempo. Il giorno seguente incontrai Cora che mi disse che in preda alla rabbia una sua amica aveva disdetto il suo posto nellufficio. Doveva esserci stato uno scambio di opinioni piuttosto duro sulla situazione tra la Palestina e Israele, lei si era infuriata a tal punto da decidere l su due piedi di andarsene da quellufficio. In effetti il giorno dopo la sua postazione era stata sgombrata. Ma io ero presente! E non avevo notato niente! Nessuna aggressivit, nessuna tensione, niente. Soltanto le loro voci amichevoli che conversavano e i gomiti che si aprivano come ali di pollo quando usavano coltello e forchetta. Quella era la Svezia e quelli erano gli svedesi.
Ma anche Cora quel giorno rimase turbata. Le dissi di Geir che due settimane prima si era recato in Iraq per scrivere un libro sulla guerra. Lei afferm che era un idiota e un egoista che pensava soltanto a se stesso. Lei non era di certo una persona che si interessava di politica, quindi rimasi colpito dalla durezza e dallintensit della sua reazione. Mentre lo malediceva, aveva in effetti le lacrime agli occhi. Possedeva una capacit di immedesimazione cos forte?
Negli anni sessanta suo padre era andato in Congo durante gli scontri, mi raccont in seguito. Lavorava come reporter di guerra. Quellesperienza lo aveva distrutto. Non che fosse rimasto ferito o cose simili, e non aveva neppure subito traumi psicologici, anzi, era proprio il contrario, voleva tornarci, voleva di nuovo quellesistenza che aveva vissuto laggi, a contatto con la morte, una pulsione che in Svezia niente era in grado di appagare. Mi raccont una strana storia, che in seguito lui aveva guidato la moto in un circo, lei la chiam ddsmotorcykel, la moto della morte, e ovviamente aveva cominciato a bere. Era distruttivo e si era tolto la vita quando Cora era piccola. Erano per lui le lacrime che le riempivano gli occhi, era per lui che era triste e soffriva.
Allora era una fortuna avere una madre cos forte, autoritaria e severa?
No, non necessariamente... La mia impressione era che la madre guardasse alla vita di Cora con una certa disapprovazione e che Cora se la prendesse pi del dovuto. La madre faceva la contabile ed era palese che le frequentazioni e i legami che Cora aveva verso quel vago paesaggio culturale non corrispondessero alle aspettative su cosa fosse adatto alla figlia. Cora si manteneva lavorando come giornalista in diverse riviste femminili, senza che questo avesse intaccato in maniera degna di nota limmagine che aveva di s, erano poesie quelle che scriveva, era una poetessa. Aveva frequentato Biskops-Arn, la stessa scuola di scrittura di Linda, e componeva poesie molto belle, per quanto fossi in grado di giudicare: una volta lavevo sentita leggere ed ero rimasto stupito. Le sue poesie non erano n materialistiche da un punto di vista linguistico, come quelle della maggior parte degli altri giovani poeti svedesi, n erano delicate e sensibili, come quelle dei rimanenti poeti, ma appartenevano a un terzo tipo, erano esplicite, dinamiche e sperimentali senza mai ricadere nel personale, con un linguaggio espansivo che era difficile ricollegare a lei. Ma pubblicata, questo no. Le case editrici svedesi erano gestite in modo molto pi marcato dalla congiuntura esistente rispetto a quelle norvegesi, ed erano anche molto pi caute, perci, se uno non si posizionava in modo giusto rispetto allambiente circostante, non aveva nessuna possibilit. Se avesse tenuto duro e lavorato sodo, alla fine ci sarebbe riuscita, perch aveva talento, ma a guardarla la prima cosa che balzava allocchio non era di certo la capacit di perseveranza. Si autocommiserava facilmente, parlava a voce bassa, spesso di cose deprimenti, ma poteva anche cambiare in un baleno e diventare vitale e interessante. Era lunica tra gli amici di Linda che quando beveva pretendeva che tutto lo spazio e tutte le attenzioni fossero concentrate su di lei, dando scandalo. Forse era per quello che simpatizzavo con lei?
I lunghi capelli le incorniciavano il viso su entrambi i lati. Gli occhi nascosti da un paio di piccoli occhiali avevano in s qualcosa di triste, come quelli di un cane. Ogni volta che beveva, e ogni tanto anche in altre occasioni, esprimeva la grande ammirazione che provava per Linda e la sua identificazione con lei. Linda non sapeva mai bene come affrontare la cosa.
Le accarezzai la schiena. Il tavolo accanto al nostro era pieno di torte di ogni tipo e dimensione. Cioccolato fondente scuro, vaniglia giallo chiaro, marzapane verdolino, meringhe bianche e rosa. In ogni recipiente cera una bandierina di forma triangolare che ne riportava il nome in base al tipo.
Cosa vuoi? domandai.
Non lo so... Uninsalata di pollo, magari? E tu?
Polpette di agnello. Cos so cosa mi portano. Ma posso ordinare io per te. Vai pure a sederti".
Cos fece. Ordinai, pagai, riempii due bicchieri dacqua, tagliai alcune fette di pane dalle pagnotte che facevano bella mostra di s in fondo allenorme tavolo con i dolci, presi le posate, afferrai un paio di piccole confezioni di burro e qualche tovagliolino, misi tutto su un vassoio e andai al bancone per aspettare che il cibo uscisse dalla cucina, della quale riuscivo a vedere la parte superiore attraverso la porta girevole. Fuori, in quello spazio che somigliava a un atrio, i tavoli e le sedie erano vuoti tra tutte quelle piante verdi, che il pavimento grigio di cemento e il cielo grigio rendevano cos belle. La combinazione di quei due colori precisi, grigio e verde, provocavano una specie di tensione, di afflato. Nessun pittore aveva saputo sfruttarla meglio di Braque. Ricordavo le sue stampe che avevo visto a Barcellona una volta che ci ero andato con Tonje, che ritraevano alcune barche su una spiaggia sotto un cielo imponente, la loro bellezza quasi sconvolgente. Costavano qualche migliaio di corone e avevo pensato che fosse troppo. Quando me ne ero pentito era ormai troppo tardi, il giorno seguente, un sabato, che era la nostra ultima giornata nella citt, avevo scosso invano la porta della galleria.
Grigio e verde.
Ma anche grigio e giallo, come nel fantastico quadro di David Hockney che raffigurava alcuni limoni su un vassoio. Separare il colore dal soggetto era stata loccupazione pi importante del modernismo. Prima dipinti come quelli di Braque o di Hockney erano impensabili. La domanda era se ne valeva la pena, quando uno pensava a tutte le altre conseguenze che ne erano derivate nellarte.
Il caff in cui mi trovavo apparteneva alla galleria darte Liljevalch, il cui retro costituiva la quarta e ultima parete del ristorante allaperto, e di cui latrio di colonne al quale conducevano le scale era parte. Lultima cosa che avevo visto l, era stata una mostra su Andy Warhol, la cui qualit non riuscivo affatto a cogliere indipendentemente da quale prospettiva cercassi di pormi. Questo mi rendeva un conservatore e un reazionario, cosa che assolutamente non volevo essere, e caratteristica che di sicuro non volevo coltivare. Ma cosa potevo farci?
Il passato  solo uno dei tanti possibili futuri, era solito dire Thure Erik. Non era ci che era passato che bisognava evitare e a cui si dovevano voltare le spalle, ma la parte di esso che si era fossilizzata. Lo stesso valeva per il presente. E quando la mobilit che larte coltivava diventava immobile, questo era ci che bisognava evitare e a cui si dovevano voltare le spalle. Non perch fosse moderna, in sintonia con il nostro tempo, ma perch non si muoveva, ed era morta.
Polpette dagnello e insalata di pollo?
Mi girai. Dietro il bancone un ragazzo con brufoli, cappello da cuoco e grembiule teneva un piatto in ogni mano guardandosi intorno.
S, qui, dissi.
Misi i piatti sul vassoio e li portai fino al nostro tavolo, dove Linda era seduta con in braccio Vanja.
Si  svegliata?
Linda annu.
Posso prenderla io, suggerii. Cos puoi mangiare".
Grazie".
Quellofferta non era dettata da altruismo, ma da un interesse personale. Linda soffriva spesso di cali di zucchero e pi durava quello stato pi diventava irritabile. Dopo aver vissuto con lei per quasi tre anni, ne captavo i segnali molto prima che lei stessa li cogliesse, si trattava di particolari, un movimento brusco, unombra nera e improvvisa nello sguardo, la tendenza a non rispondere. Bastava metterle davanti del cibo e tutto passava. Prima di arrivare in Svezia, non avevo mai sentito parlare di qualcosa che si chiamava calo di zuccheri, non avevo idea che esistesse qualcosa del genere e non capii nulla la prima volta che lo notai in Linda, perch rispondeva in modo cos acido a quel cameriere? Perch si limitava ad annuire brevemente mentre guardava altrove se le chiedevo una spiegazione? Secondo Geir questo fenomeno, che era diffuso, ma anche molto parafrasato, era dovuto al fatto che tutti gli svedesi avevano frequentato lasilo, dove per tutto il giorno gli davano i cosiddetti mellanml, piccoli spuntini tra i pasti. Io ero abituato al fatto che uno si arrabbiasse perch qualcosa gli era andato storto, o perch qualcuno avesse detto qualcosa di offensivo, quindi per motivi pi o meno oggettivi, e che fosse lumore dei bambini pi piccoli a venire influenzato dal fatto che avessero o meno fame. Chiaramente avevo ancora molto da imparare sul funzionamento dellanimo umano. O forse su quello degli svedesi? O delle donne? Della classe media intellettuale?
Presi in braccio Vanja e andai a prendere uno dei seggioloni per bambini che si trovavano accanto alla porta dingresso. Tenendo la bambina da un lato e il seggiolone dallaltro, tornai al tavolo, le tolsi il berretto, il tutone e le scarpe e la misi a sedere. Aveva i capelli spettinati e il viso assonnato, ma negli occhi cera una scintilla che faceva sperare in una mezzora di tranquillit.
Tagliai qualche pezzetto di polpette e glieli misi davanti. Lei cerc di spazzarli via con un movimento solo della mano, ma il bordo alto del tavolino in plastica li ferm. Prima che riuscisse a prenderli con le dita e a buttarli per terra, li rimisi uno per uno nel mio piatto. Mi chinai per frugare nella borsa del passeggino alla ricerca di qualcosa che potesse tenerla impegnata per qualche minuto.
Un portapranzo in latta poteva servire allo scopo?
Dopo aver tolto i biscotti e averli appoggiati sul bordo del tavolo, le misi davanti il contenitore, poi presi le chiavi e ce le buttai dentro.
Qualcosa che sferragliasse e si potesse afferrare e spostare, era proprio quello di cui aveva bisogno. Soddisfatto di me, mi sedetti per bene e cominciai a mangiare.
Il locale era tutto un brusio di voci, tintinnare di posate, qualche risata attutita. Nel breve arco di tempo che era trascorso dal nostro arrivo, si era quasi riempito. Nei fine settimana Djurgrden era sempre pieno di gente ed era cos da pi di cento anni. Qui i parchi non solo erano grandi e imponenti, in qualche punto pi boschi che parchi, ma cerano anche numerosi musei. La Thielska Galleriet, con la maschera funeraria di Nietzsche e i dipinti di Munch, Strindberg e Hill; Waldemarsudde, la dimora del principe artista Eugenio, il Nordiska Museet, il Biologiska Museet e ovviamente Skansen, con il suo zoo di animali nordici e di edifici che rappresentavano la storia dellintera Svezia, il tutto risalente a quel fantastico periodo intercorso tra la fine dellOttocento e gli inizi del Novecento, con il suo strano miscuglio di borghesismo, romanticismo nazionale, fanatismo per la salute e culto della decadenza. Lunica cosa rimasta era lossessione per la salute: si prendeva le distanze da tutto il resto, soprattutto dal romanticismo nazionale, adesso lideale non era costituito dallunicit dellessere umano, ma dalluguaglianza, e non dallunicit di ogni cultura, ma dalla multiculturalit, cos che qui tutti i musei erano in realt musei di musei. Questo riguardava in particolare il museo di biologia, ovviamente, che era rimasto immutato fin da quando era stato costruito agli inizi del Novecento ed esponeva gli stessi reperti di allora, diversi animali impagliati in un ambiente che doveva somigliare a quello naturale, su uno sfondo dipinto dal grande pittore di animali e uccelli Bruno Liljefors. A quei tempi esistevano ancora enormi spazi incontaminati, dove la vita non era intaccata dalla presenza delluomo, quindi quella riproduzione non era giustificata da altro bisogno se non la necessit di trasmettere conoscenza, e lo sguardo che dava alla nostra civilt, che tutto dovesse essere attinto dalla componente umana, non per necessit, ma per desiderio, sete, e che quella brama di sapere e quella sete di conoscenza il cui scopo era quello di espandere il mondo, al contempo lo rimpicciolivano, anche fisicamente, dove ci che allora era stato soltanto iniziato, e dunque vistoso, adesso era completo, mi faceva venire voglia di mettermi a piangere ogni volta che ero l. Il fatto che la fiumana di gente, che fluiva lungo i canali e i sentieri di ghiaia, sui prati tagliati e attraverso i boschetti durante il fine settimana in linea di principio fosse la stessa di quella di fine Ottocento, intensificava la sensazione: eravamo come loro, solo ancora pi persi.
Davanti a me si ferm un uomo della mia et. Cera in lui qualcosa di noto, ma non riuscivo a capire cosa. Aveva il mento marcato e sporgente e si era rasato la testa per nascondere le calvizie incipienti. I lobi degli orecchi erano spessi e la pelle del viso aveva una lieve sfumatura di rosa.
 libera questa sedia? chiese.
S, certo, risposi.
La sollev con cura e la port al tavolo accanto, dove erano seduti due signore e un uomo sulla sessantina insieme a una donna sulla trentina e a quelli che dovevano essere i suoi due figli. Una famiglia che era uscita con i nonni.
Vanja cacci uno di quegli strilli terribili che aveva cominciato a fare nelle ultime settimane. Lo emise con tutte le sue forze. Centr il mio sistema nervoso, ed era insopportabile. La guardai. Sia il portapranzo sia le chiavi giacevano per terra accanto alla sedia. Le raccolsi e gliele misi davanti. Lei le prese e le scaravent di nuovo sul pavimento. Avrebbe potuto essere un gioco, se non fosse stato per gli strilli che seguivano.
Non gridare, Vanja, dissi. Per piacere".
Infilzai con la forchetta lultima mezza patata, quasi gialla sul piatto bianco, e la portai alla bocca. Mentre masticavo, riunii gli ultimi pezzi di polpetta, li raccolsi sulla forchetta con laiuto del coltello, insieme a qualche strisciolina di cipolla dellinsalata, ingoiai e portai di nuovo la forchetta alla bocca. Luomo che era venuto a prendere la sedia si stava dirigendo verso il bancone insieme alluomo pi anziano, che immaginai dovesse essere il padre di sua moglie, dal momento che nulla di ci che caratterizzava quel volto era riscontrabile in quello del vecchio, che aveva un aspetto pi comune.
Dove lavevo gi visto?
Vanja strill di nuovo.
Era solo impaziente, non dovevo prendermela, pensai mentre la rabbia mi premeva in petto.
Appoggiate le posate nel piatto, mi alzai, guardai Linda, anche lei aveva quasi finito di mangiare.
La porto a fare un giretto, dissi. Solo fin l nel corridoio. Dopo vuoi un caff o lo prendiamo da unaltra parte?
Possiamo andare da unaltra parte, rispose. Oppure restare qui".
Alzai gli occhi al cielo e mi chinai in avanti per prendere Vanja.
Non alzare gli occhi al cielo con me, esclam Linda.
Ma ti ho fatto una semplice domanda, replicai. Una cui rispondere con un s o con un no. Preferisci questo o quello? E tu non sei capace di rispondere".
Senza aspettare la risposta, posai Vanja a terra, la presi per le manine e mi incamminai tenendola davanti a me.
E tu cosa vuoi fare, allora? domand Linda alle mie spalle. Finsi di essere troppo indaffarato con Vanja per riuscire a sentirla. Pi in preda alleccitazione che mossa da unintenzione precisa mise una gamba davanti allaltra fino a quando non arrivammo alle scale, dove io le lasciai con cautela le mani. Per un attimo rimase in piedi oscillando leggermente. Poi si butt in ginocchio e sal gattoni i tre gradini. Si diresse come un fulmine verso la porta dingresso camminando a quattro zampe, come un cucciolo di cane. Quando si apr, si mise in ginocchio e alz verso le persone che entravano gli occhioni spalancati. Erano due donne anziane. Lultima si ferm prima di lanciarle uno sguardo sorridente. Vanja abbass gli occhi.
 un po timida, o sbaglio? disse la donna.
Sorrisi cortesemente, sollevai Vanja e la portai con me nello spiazzo esterno. Indic alcuni piccioni che stavano becchettando delle briciole sotto un tavolo. Poi alzando lo sguardo punt il dito verso un gabbiano che veleggiava al vento.
Uccelli, dissi. E guarda l, dietro le finestre! L dentro sono sedute tutte quelle persone".
Guard prima me, poi loro. Aveva lo sguardo vivo, tanto espressivo quanto ricettivo. Quando i nostri occhi si incrociavano, avevo sempre la sensazione di chi fosse, questo esserino cos determinato.
Brrr, che freddo, esclamai. Andiamo dentro?
Dalle scale vidi che Cora era venuta al nostro tavolo. Per fortuna non si era messa a sedere. Era in piedi dietro alla sedia con le mani in tasca e un sorriso sulle labbra.
Com diventata grande! comment.
S, risposi. Quanto  grande Vanja?
Di solito Vanja era orgogliosa quando poteva rispondere alla domanda stendendo le braccia sopra la testa. Ora invece si limit ad appoggiare il capo sulla mia spalla.
Stavamo per incamminarci. Giusto? dissi guardando Linda. Adesso ci vorr minimo mezzora per riuscire ad avere un caff".
Lei annu.
S, anche noi tra poco ce ne andiamo, comment Cora. Ma ho appena deciso con Linda di venirvi a trovare tra non molto. Quindi ci vedremo presto".
Con piacere, dissi. Mi misi Vanja sulle ginocchia e iniziai a infilarle il tutone. Lanciai uno sguardo a Cora e sorrisi per non sembrare scostante.
Allora, com essere in permesso di paternit? domand.
Terribile, risposi. Ma resisto".
Sorrise.
Dicevo sul serio, precisai.
Lho capito".
Karl Ove sopporta tutto, intervenne Linda.  il suo metodo di affrontare la vita".
 una questione di sincerit, no? dissi. Preferiresti che mentissi?
No, replic Linda. Mi dispiace solo che tu provi unavversione cos forte".
Ma  forte, precisai.
La mamma mi sta aspettando laggi, interruppe Cora.  stato bello incontrarvi. Allora ci vediamo!
 stato un piacere anche per noi, risposi.
Quando se ne fu andata, incrociai lo sguardo di Linda.
Non mi sembra un grande problema, dissi infilando Vanja nel passeggino, le allacciai bene la cintura e sganciai il freno della ruota.
No, rispose Linda, in modo tanto laconico da farmi capire che intendeva lesatto contrario. Quando arrivammo alle scale, si chin muta per sollevare il passeggino, muta usc dal cortile camminando accanto a me mentre ci avviavamo verso il centro. Il vento gelido sembrava soffiare fin dentro le ossa. Eravamo circondati dalla gente. Le fermate su entrambi i lati erano piene zeppe di persone vestite di nero e congelate dal freddo che per certi versi sembravano quegli uccelli che appiccicati luno contro laltro fissano immobili davanti a s abbarbicati su qualche roccia nellAntartide.
Ieri  stato tutto cos bello e romantico, disse infine Linda quando passammo davanti al museo di biologia, riuscendo a intravedere a malapena il canale che in lontananza scintillava nero tra i rami. E oggi  come se non fosse rimasto niente".
Come sai, non sono una persona romantica, risposi.
No. Ma che persona sei in realt?
Non mi guard mentre lo diceva.
Smettila, ribattei. Non ricominciare con questa storia".
Guardai Vanja negli occhi e le sorrisi. Lei viveva nel suo mondo, che era collegato al nostro tramite sensazioni e sentimenti, il contatto fisico e il suono delle voci. Passare da un mondo allaltro, come stavo facendo adesso, essere per un momento arrabbiato con Linda e un secondo dopo felice davanti a Vanja, era strano, mi sembrava quasi di vivere due esistenze separate. Lei per ne viveva solo una e presto sarebbe cresciuta per essere inclusa nellaltra, dove linnocenza sarebbe scomparsa e lei avrebbe capito che stava avvenendo qualcosa tra me e Linda, come in quellistante.
Raggiungemmo il ponte sopra il canale. Lo sguardo di Vanja vagava avanti e indietro tra i passanti. Ogni volta che sopraggiungeva un cane o vedeva una moto, li indicava.
Il pensiero che forse avremo un altro figlio era cos bello, riprese Linda. Lo era ieri e lo era oggi. Ci ho pensato per quasi tutto il tempo. Una fitta allo stomaco di felicit. Ma tu non provi lo stesso. E mi dispiace".
Ti sbagli, dissi. Anchio ero felice".
Ma adesso non lo sei".
No. Ma ti sembra cos strano?  che non sono particolarmente di buonumore".
Perch sei a casa con Vanja?
Anche per quello, s".
Andrebbe meglio se tu potessi scrivere?
S".
Allora dobbiamo mandare Vanja allasilo, disse.
Parli sul serio? commentai. Ma  ancora piccola".
Era lora in cui la maggior parte della gente faceva una passeggiata, cos sul ponte, che rappresentava una strozzatura lungo il tratto di strada che bisognava compiere per raggiungere Djurgrden, fummo costretti a rallentare. Linda teneva il passeggino con una mano. Anche se era una cosa che odiavo, non dissi niente, era troppo meschina perch ne valesse la pena, soprattutto adesso che stavamo affrontando certi argomenti.
S,  troppo piccola, rispose Linda. Ma c un periodo di attesa di tre mesi. Quindi avrebbe sedici mesi. Sarebbe troppo piccola anche allora, ma..".
Quando arrivammo sullaltro lato del ponte, svoltammo a sinistra prima di costeggiare il molo.
Cosa vuoi dire, in realt? domandai. Da un lato dici che andr allasilo. Dallaltro che  troppo piccola".
Penso che sia troppo piccola. Ma per te  assolutamente necessario lavorare, quindi deve andarci comunque. E io non posso certo lasciare la scuola".
Questo  fuori discussione. Ho detto che mi occuper di Vanja fino allestate. E che poi lei comincer lasilo in autunno. Non  cambiato niente".
Ma a te non piace".
No. Ma magari non  un problema cos grande. Di sicuro non ho nessuna voglia di apparire come luomo crudele che contro la volont della sua donna buona manda la figlia allasilo troppo presto, per diletto".
Lei mi guard.
Se tu potessi scegliere, cosa sceglieresti?
Se potessi scegliere, Vanja comincia lasilo luned".
Anche se ritieni che sia troppo piccola?
S. Ma la scelta non spetta soltanto a me, suppongo".
No. Ma io sono daccordo. Telefono luned e la iscrivo alla lista di attesa".
Proseguimmo per un po in silenzio. Alla nostra destra cerano gli appartamenti pi costosi ed esclusivi di Stoccolma. Non cera indirizzo migliore in tutta la citt. E questo si rifletteva anche nellaspetto delle case. Le facciate non lasciavano trapelare niente, da esse non era possibile intuire niente, somigliavano perlopi a castelli o fortezze. Al loro interno cerano appartamenti enormi di dodici o quattordici stanze. Lampadari, nobilt, quantit enormi di denaro. Unesistenza di cui non avevo la pi pallida idea.
Sullaltro lato cera il porto, completamente nero fino al bordo del molo, con punte di schiuma biancastra pi al largo. Il cielo era scuro e pesante, il bagliore della massa di edifici sullaltro lato era paragonabile a piccole punte di luce in quel grigio imponente.
Vanja piagnucol un poco mentre si rigirava nel passeggino e cos scivol di lato. La cosa la fece piagnucolare ancora di pi. Quando Linda si chin per raddrizzarla, Vanja si illuse per un attimo che sarebbe potuta uscire dal passeggino, ma quando si rese conto che non era cos lanci uno strillo di frustrazione.
Fermati un attimo, disse Linda. Voglio vedere se c una mela o qualcosa da darle nella borsa".
Cera, e un attimo dopo fu come se la frustrazione fosse stata spazzata via di colpo. Soddisfatta sbocconcellava la mela verde mentre noi proseguivamo verso linterno.
Tre mesi, quindi sarebbe stato maggio. Ero riuscito a ottenere soltanto due mesi. Ma era meglio che niente.
Forse la mamma pu tenere Vanja qualche giorno fisso alla settimana, sugger Linda.
S, sarebbe fantastico, dissi.
Domani glielo chiediamo".
Ho il sospetto che dir di s, commentai con un sorriso.
La madre di Linda mollava tutto quello che aveva tra le mani e arrivava di corsa non appena uno dei suoi figli aveva bisogno di aiuto. E se prima ci potevano essere dei limiti alla sua disponibilit, adesso essi erano del tutto spariti da quando era venuta alla luce una nipotina. Adorava Vanja e voleva fare tutto, assolutamente tutto, per lei.
Sei contento adesso? chiese Linda accarezzandomi la schiena.
S, risposi.
Sar molto pi grande quando arriver il momento, disse. Sedici mesi. Non sono cos pochi".
Torje aveva dieci mesi quando ha cominciato ad andare allasilo, aggiunsi. E la cosa non gli ha provocato danni visibili, a quanto pare".
E se sono incinta, partorir a ottobre. E quindi sar un bene se esistono gi dei punti di riferimento per Vanja".
Secondo me lo sei".
Lo credo anchio. Anzi, lo so. Lo so fin da ieri".
Quando arrivammo alla piazza davanti al Dramaten e ci fermammo per aspettare che scattasse il verde, inizi a nevicare. Il vento premeva da dietro gli angoli e sopra i tetti, i rami spogli ondeggiavano, le banderuole sbattevano. I poveri uccelli in volo veleggiavano indifesi in balia del vento sopra di noi. Arrivammo fino alla piazza in fondo a Biblioteksgatan, dove si era svolto nei candidi anni settanta il dramma degli ostaggi che aveva scosso tutta la Svezia dando vita allespressione sindrome di Stoccolma, e seguimmo una delle vie secondarie fino ai grandi magazzini NK, dove dovevamo fermarci a fare la spesa per la cena.
Se vuoi, va pure a casa con lei mentre io faccio la spesa, dissi, perch sapevo quanto Linda odiava i supermercati e i centri commerciali.
No, voglio stare con te, rispose.
Scendemmo con lascensore fino al negozio di alimentari nel seminterrato, comprammo salsiccia, pomodori, cipolla, prezzemolo e due pacchi di rigatoni, gelato e more congelate, salimmo con lascensore al piano dove cera il Systembolaget, lo spaccio statale per la vendita degli alcolici, e comprammo un piccolo cartone di vino bianco per la salsa di pomodoro, un cartone di vino rosso e una piccola bottiglia di cognac. Per strada acquistai i giornali norvegesi appena arrivati, Aftenposten, Dagbladet, Dagens Nringsliv e VG, oltre al Guardian e The Times: probabilmente, ma non era sicuro, sarei riuscito a ricavarmi unora di tempo per leggerli nellarco del fine settimana.
Quando arrivammo a casa, mancavano pochi minuti alluna. Per pulire e sistemare lappartamento ci sarebbero volute esattamente due ore. E poi toccava a quel mucchio abnormemente grande di panni da lavare. Ma di tempo ce nera in abbondanza: Fredrik e Karin non sarebbero arrivati prima delle sei.
Linda mise Vanja sul seggiolone prima di riscaldare nel microonde un vasetto di omogeneizzato, mentre io prendevo tutti i sacchetti di spazzatura che si erano accumulati, non ultimo quello del bagno, dove i pannolini non solo riempivano il cestino tanto da tenere in verticale il coperchio, ma erano anche ammucchiati sul pavimento, e li portai gi al pianterreno, nel vano dove si raccoglieva limmondizia. Dato che era la fine della settimana, tutti quei bidoni squadrati erano stracolmi. Li aprii tutti e cominciai a buttare la spazzatura suddividendola in base al tipo: l il cartone, il vetro colorato l, quello trasparente qua, la plastica qui, il metallo l, il resto l. Come sempre, constatai che si beveva un bel po in quella palazzina: un quantitativo consistente dei rifiuti di carta era rappresentato dai cartoni di vino, e quasi tutto il vetro che buttavamo erano bottiglie di vino o di alcolici. Inoltre cerano sempre grosse pile di settimanali, sia di quelli che facevano da inserto nei quotidiani e costavano poco, sia di quelli pi alti, tipo riviste specializzate e patinate. In particolare moda, arredamento e case di campagna: ecco cosa si leggeva nel nostro palazzo. Allangolo della parete pi corta cera un buco, provvisoriamente sigillato con delle assi, che una notte i ladri avevano aperto servendosi di una sega per entrare nel salone della parrucchiera accanto. Per poco non mi ero imbattuto in loro: una delle mattine in cui mi svegliavo alle cinque ero uscito con in mano una tazza di caff e, non appena arrivato in corridoio, avevo sentito subito il suono dellantifurto provenire dal negozio della parrucchiera. Di sotto cera una guardia giurata con il telefono allorecchio. La donna termin la conversazione nellattimo stesso in cui feci la mia apparizione e mi chiese se abitavo l. Annuii. Disse che cerano appena stati i ladri dalla parrucchiera e che stava arrivando la polizia. La accompagnai nel vano delle biciclette: la porta era stata forzata e vidi il buco di mezzo metro nella parete di gesso. Avevo sulla punta della lingua alcune barzellette dove i protagonisti erano dei ladri vanitosi, ma lasciai perdere, la tipa era svedese e non avrebbe capito n quello che dicevo, n il senso della barzelletta. Era una delle conseguenze del fatto di vivere l, pensai mentre aprivo tutti i lucchetti e la porta per andare fuori a fumare, che di fatto io parlavo di meno. In pratica avevo smesso di condurre quelle brevi conversazioni, quelle cose che si dicono ai commessi dei negozi e nei bar, ai controllori sul treno, alle persone con cui casualmente si condivide una certa situazione. Una delle cose migliori di quando tornavo in Norvegia era proprio questa, che ritornava quella confidenza con le persone che non conoscevo, e mi rilassavo. Per non parlare delle conoscenze che si possedevano sui propri connazionali, che quasi mi sopraffacevano quando uscivo nella sala degli arrivi dellaeroporto di Gardermoen, a Oslo: quello viene da Bergen, quella da Trondheim, ecco uno di Arendal, e quella non viene forse da Birkeland? Lo stesso valeva per tutte le sfumature che riguardavano limmagine sociale. Che lavoro facevano, qual era il tipo di background di quelle persone: bastavano pochi secondi per capirlo, mentre in Svezia restava sempre nascosto. In questo modo scompariva un mondo intero. Come sarebbe mai stato allora vivere in una citt africana? O giapponese?
Fui colpito da una folata di vento. La neve che era caduta scivolava fitta e serpeggiante sullasfalto, qua e l veniva strappata via come se si trattasse di un velo, come se io mi fossi inerpicato in cima a un altopiano tra le montagne e non mi trovassi invece in un quartiere di una citt sul Mar Baltico. Trovai riparo sotto la sporgenza di un portone, dove i chicchi pungenti di neve arrivavano solo in modo sporadico, in particolari raffiche violente. Il piccione stava immobile al suo posto, per nulla turbato da me e dai miei movimenti. Vidi che il caff sul lato opposto della strada era gremito, per lo pi di giovani. Qualche pedone passava sul marciapiede antistante, curvo contro il vento. Tutti giravano la testa verso di me.
La violazione di domicilio di cui per poco non ero stato testimone non era lunica. Dato che il palazzo si trovava nel mezzo della City, a volte era usato come meta dai barboni. Una mattina ne avevo sorpreso uno nella lavanderia, dormiva in fondo alla stanza, accanto a una lavatrice, di cui forse aveva cercato il calore, come un gatto. Avevo sbattuto la porta, ero andato di sopra e avevo aspettato qualche minuto e, quando ero tornato, era sparito. Anche nella cantina avevo trovato un senzatetto, era una sera verso le dieci, ero sceso in cantina per prendere qualcosa nel nostro ripostiglio, lui era l, seduto appoggiato alla parete, con la barba e gli occhi intensi e mi guardava. Gli feci un cenno con il capo, aprii la porta del ripostiglio e, dopo aver preso quello di cui avevo bisogno, me ne andai. Naturalmente si sarebbe dovuta chiamare la polizia, cera per esempio il pericolo dincendio, ma a me non davano fastidio e quindi li lasciavo stare.
Spento il mozzicone sul muro, lo portai fino al vaso che fungeva da grande posacenere mentre pensavo che dovevo cercare sul serio di smettere alla svelta di fumare, mi sembrava che ultimamente mi bruciassero i polmoni. E da quanti anni non mi svegliavo la mattina con la gola piena di spesso catarro? Ma non oggi, mai oggi, dissi a me stesso a mezza voce, come avevo preso labitudine di fare ultimamente, e tornai dentro aprendo la porta con la chiave.
Mentre stavo pulendo la casa, sentivo tutto il tempo quello che facevano Linda e Vanja: Linda leggeva per lei, le trovava dei giocattoli, che per lo pi venivano buttati in continuazione per terra, cosa per cui pi volte ero stato sul punto di intervenire, ma evidentemente la vicina non era in casa, quindi lasciai stare, le cantava delle canzoni, faceva con lei merenda. Ogni tanto venivano a vedere cosa facevo, con Vanja in braccio a Linda, ogni tanto Linda cercava di leggere il giornale mentre Vanja giocava da sola, ma non passavano molti minuti prima che lei richiedesse la totale attenzione di Linda. Che lei le concedeva sempre! Ma dovevo essere cauto nellintervenire e farle presente la mia opinione al riguardo, bastava cos poco perch venisse interpretata come una critica. Avere un altro figlio avrebbe forse risolto quella dinamica cos rigida. Un terzo lavrebbe risolta sicuramente.
Quando ebbi finito, mi sedetti sul divano con il mucchio dei giornali. Mancava solo stirare la tovaglia, apparecchiare e cucinare. Ma era un piatto semplice, non ci voleva pi di mezzora, e quindi avevo tempo. Fuori si era fatto buio. Dallappartamento di sopra si sent il suono di una chitarra, era il quarantenne con la barba che si esercitava con le sue canzoni blues.
Linda era in piedi sulla soglia.
Prendi tu Vanja? disse. Vorrei fare anchio una pausa".
Mi sono appena messo a sedere, risposi. Ho lavato da cima a fondo tutto questo appartamento del cazzo, come sicuramente avrai notato".
E io ho tenuto Vanja, replic. Pensi che richieda meno fatica?
S, lo pensavo. Avrei potuto tenere Vanja da solo e pulire la casa. Ci sarebbe stato qualche pianto, ma sarebbe andato tutto bene. Ma non potevo inoltrarmi su questa strada, se non volevo uno scontro aperto.
No, non credo, risposi. Ma io mi occupo di Vanja tutta la settimana".
Anchio. La mattina e il pomeriggio".
Ma dai. Sono io che sto a casa con lei".
E quando ero io a casa con lei, tu cosa facevi? Forse la guardavi la mattina e il pomeriggio? E io andavo forse al caff tutti i giorni quando tornavi a casa, come fai tu adesso?
Okay, dissi. Me ne occupo io. Siediti".
No, se quello  il tuo atteggiamento. Allora ci penso io da sola".
Mi sembra che non faccia nessuna differenza in che modo io la prenda. Io mi occupo di lei, tu fai una pausa. Fine".
E poi ti prendi sempre delle pause quando esci per andare a fumare. Io non lo faccio. Ci hai mai pensato?
Allora dovresti cominciare a fumare anche tu, risposi.
Magari lo faccio".
Le passai accanto senza guardarla negli occhi e mi diressi verso Vanja che, seduta per terra, stava soffiando in un flauto dolce che reggeva con una mano mentre muoveva laltra su e gi. Mi piazzai al davanzale della finestra e incrociai le braccia al petto. A soddisfare ogni minimo desiderio di Vanja non ci pensavo neppure. Doveva pur riuscire a trascorrere qualche minuto senza essere sempre impegnata a far qualcosa, come gli altri bambini.
Dal soggiorno sentivo Linda sfogliare un giornale.
Avrei dovuto dirle che doveva stirare la tovaglia, apparecchiare la tavola e preparare la cena? Oppure, quando fosse tornata per riprendere Vanja, dirle quasi con stupore che adesso era quello il suo compito? Perch avevamo fatto cambio, no?
Un forte odore di putrido prese in quel momento a diffondersi nella stanza. Vanja aveva smesso di soffiare nel flauto e sedeva muta e immobile con lo sguardo fisso davanti a s. Mi voltai e diedi unocchiata fuori dalla finestra. I fiocchi di neve che fluttuavano attraverso la via sottostante, catturati dal bagliore proveniente dai lampioni che oscillavano, ma che al di sopra di quella luce rimanevano invisibili fino al momento in cui colpivano la finestra con il loro tonfo leggero, appena percettibile. La porta dello US VIDEO che si apriva in continuazione. Le automobili che passavano a intervalli fissi, regolati da un semaforo a me invisibile. Le finestre degli appartamenti sullaltro lato della strada, cos lontani che gli abitanti erano visibili solo sotto forma di vaghe interferenze che si agitavano dietro la tenue luce dei vetri.
Mi voltai di nuovo.
Allora hai finito? chiesi a Vanja guardandola. Sorrise. La presi sotto le braccia e la buttai sul letto. Si mise a ridere.
Ora per un attimo ti devo cambiare, esclamai. Quindi  importante che tu stia ferma. Capito?
La sollevai e la ributtai di nuovo gi.
Capito, piccola troll?
Rise fino a rimanere quasi senza fiato. Le sfilai i pantaloni e lei si contorse tutta mentre strisciava verso il centro del letto fino a dove riusc ad arrivare. La afferrai per la caviglia e la riportai indietro.
Devi stare ferma, capisci? dissi e per un attimo sembr che avesse davvero compreso perch rimase immobile, guardandomi con i suoi occhioni rotondi. Con una mano le sollevai le gambe mentre con laltra staccavo le linguette e le toglievo il pannolino. Poi cerc di liberarsi, si gir su se stessa e, dato che la stringevo saldamente, si tir su con la schiena curva come unepilettica.
No, no, no, dissi, ributtandola al suo posto. Rise, strappai pi veloce che potei alcune salviettine inumidite dal pacchetto, lei si divincol, io la spinsi gi e la pulii respirando dalla bocca mentre cercavo di ignorare lirritazione che mi teneva imprigionato. Avevo dimenticato di mettere via il pannolino sporco, Vanja ci infil dentro tutto il piede, lo allontanai e le pulii il piede alquanto scoraggiato perch sapevo che adesso le salviette non bastavano pi. La tirai su e la portai in bagno, dove, con lei che scalciava sotto braccio, staccai il soffione della doccia, aprii lacqua, regolai il calore sul dorso della mano e cominciai e sciacquare con cautela Vanja dal pancino in gi, mentre lei cercava di afferrare i bordi gialli della tenda. Quando ebbi finito, la asciugai e, dopo avere evitato un altro paio di tentativi di fuga, le misi un pannolino pulito. Adesso bisognava impacchettare quello vecchio, infilarlo in un sacchetto di plastica, richiuderlo e buttarlo davanti alla porta dingresso.
Linda intanto sfogliava il giornale. Vanja picchi per terra uno dei mattoncini da costruzione che aveva avuto in regalo da llegrd quando aveva compiuto un anno. Mi distesi sul letto con le braccia sotto la testa. Un attimo dopo sentii rimbombare nelle tubature.
Non ti preoccupare di lei, disse Linda. Lascia che Vanja giochi come le pare".
Ma non potevo. Mi alzai, andai da Vanja e le presi il mattoncino. In cambio le diedi un agnellino di peluche. Lo gett via. Anche quando iniziai a parlare con una vocina artefatta e a muoverlo avanti e indietro, continu a non mostrare nessun interesse. Voleva il mattoncino, il suono di quando sbatteva sul parquet, era quello che la attraeva. Se questo era quello che voleva, allora prego. Ne prese due dalla cassa e cominci a picchiarli sul pavimento. Un secondo dopo si sent di nuovo rumoreggiare nelle tubature. Ma che faceva, se ne stava l sotto in agguato? Presi uno dei mattoncini dalla cassa e lo sbattei con tutte le mie forze. Vanja mi guard e rise. Un attimo dopo sentii la porta del piano di sotto che veniva sbattuta con fragore. Andai in soggiorno e poi nellingresso. Quando suon il campanello, aprii di colpo. La russa mi guard furibonda. Feci un passo fuori in modo da trovarmi a solo qualche centimetro da lei.
Che CAZZO vuoi? gridai. Che CAZZO pensi di fare venendo quass? Non ti voglio qui. HAI CAPITO?
Non se lo aspettava. Arretr di un passo, cerc di dire qualcosa, ma nel momento in cui stava per uscirle la prima parola di bocca, tornai allattacco.
ORA VEDI DI SPARIRE, PORCA TROIA! gridai. SE TI AZZARDI ANCORA A FARTI VEDERE DAVANTI A QUESTA PORTA, CHIAMO LA POLIZIA!
In quel momento stava salendo su per le scale una donna sulla cinquantina. Era una degli inquilini che abitavano al piano di sopra. Mentre passava, abbass la sguardo. Comunque era una testimone. Forse la cosa diede coraggio alla russa perch non se ne andava.
NON CAPISCI QUELLO CHE DICO? SEI DURA DI COMPRENDONIO, CAZZO? VATTENE, TI DICO, VATTENE! SPARISCI!
Mentre pronunciavo quelle parole, avanzai ancora di un passo verso di lei. Si volt e cominci a scendere le scale. Dopo un paio di gradini si gir di nuovo.
Non finisce qui, disse.
Me ne sbatto, risposi. A chi pensi che crederanno? A una russa sola e alcolizzata o a una coppia felice con una bambina piccola?
Poi chiusi la porta ed entrai. Linda era sulla soglia della porta del soggiorno e mi guardava. Le passai accanto senza incrociare il suo sguardo.
Forse non  stata una mossa intelligente, dissi. Ma mi ha fatto sentire meglio".
Lo capisco, comment.
Andai in camera da letto e tolsi i mattoncini dalle mani di Vanja, li infilai nella cassa, che piazzai sul cassettone perch lei non ci arrivasse. Per distrarla dalla disperazione che laveva assalita, la sollevai e la misi sul davanzale della finestra. Restammo per un po a guardare le automobili. Ma ero troppo fuori di me per riuscire a restare immobile a lungo e quindi la rimisi a terra e andai in bagno, dove mi sciacquai le mani, sempre cos fredde in inverno, con lacqua calda, le asciugai, guardai la mia immagine riflessa nello specchio, che non faceva trapelare neppure uno dei sentimenti o dei pensieri che si agitavano dentro di me. Leredit forse pi evidente dellinfanzia risiedeva nel fatto che lalzare la voce e laggressivit mi facevano paura. Non cera niente di peggio per me di liti e scenate. E a lungo ero riuscito a evitarle nella mia vita di adulto. In nessuna delle relazioni che avevo avuto precedentemente cerano state litigate ad alta voce, tutto procedeva in un certo senso secondo il mio metodo, che era basato su ironia, sarcasmo, scortesia, broncio, silenzio. Solo quando Linda era arrivata nella mia vita le cose erano cambiate. E come erano cambiate. E io, io avevo paura. Non era una paura razionale, la mia forza fisica era ovviamente del tutto superiore alla sua, e per quanto riguardava la situazione dequilibrio nella nostra relazione, lei aveva bisogno di me pi di quanto io ne avessi di lei, nel senso che io potevo stare benissimo da solo, che questo stare solo non era per me solo una possibilit, ma anche una tentazione, mentre lei temeva di restare da sola pi di qualunque altra cosa, tuttavia, nonostante fosse questo il rapporto di forza, quello che provavo era paura quando si scagliava su di me. Paura, avevo paura come quando ero piccolo. Oh, non ne ero di certo orgoglioso, ma tanto a che serviva? Non era qualcosa che potevo dominare con i pensieri o la volont, era qualcosa di diverso ci che in quei momenti si liberava dentro di me, era radicato nel profondo, in quello che forse era il fondamento del mio carattere. Ma tutto questo restava sconosciuto a Linda. Non era possibile vedere dal mio modo di fare che avevo paura. Quando rispondevo a tono e reagivo, capitava che mi si spezzasse la voce, perch avevo le lacrime in gola, ma per lei questo poteva benissimo essere provocato dalla rabbia, per quanto ne sapevo. No, a proposito, da qualche parte dentro di s doveva intuirlo. Ma forse non abbastanza da capire quanto fosse terribile per me.
Per qualcosa avevo imparato. Fare una scenata a qualcuno come quella che avevo appena fatto alla russa sarebbe stato per me impensabile soltanto un anno prima. Naturalmente nel suo caso non si sarebbe verificata nessuna riconciliazione. Dopo quanto era successo, era possibile solo che la situazione degenerasse ulteriormente.
E allora?
Presi le quattro borse blu dellIkea con i panni sporchi, di cui mi ero totalmente dimenticato, e le portai nellingresso. Mentre mi infilavo le scarpe, dissi a voce alta che andavo in lavanderia a fare il bucato. Linda venne alla porta.
Devi farlo proprio adesso? disse. Saranno qui tra poco. E non abbiamo ancora cominciato a preparare da mangiare..".
Sono solo le quattro e mezzo, risposi. E non ci sono altri turni liberi fino a gioved".
Okay, disse. Siamo di nuovo amici?
S, risposi. Ovvio".
Si avvicin e ci baciammo.
Ti amo, capisci, disse.
Dal soggiorno arriv Vanja strisciando. Si afferr alla gamba dei pantaloni di Linda e si tir su.
Ehi, vuoi venire anche tu? commentai prendendola in braccio. Appoggi la testa tra le nostre. Linda rise.
Bene, dissi. Allora vado a fare una lavatrice".
Scesi le scale dondolando con due borse in ogni mano. Linquietudine che mi creava il pensiero della vicina, il fatto che fosse totalmente imprevedibile e adesso per giunta profondamente ferita, me la scacciai di dosso. Qual era la cosa peggiore che poteva accadere? Di sicuro non era il tipo da avventarsi su di me con un coltello. Era una che si vendica di nascosto.
Vuote le scale, vuoto il corridoio, vuota la lavanderia. Accesi la luce, suddivisi gli indumenti in quattro mucchi, colori a quaranta, colori a sessanta, bianco a quaranta, bianco a sessanta, e spinsi due di quei mucchi dentro le due enormi lavatrici, versai il detersivo in polvere nella vaschetta apribile del pannello e le accesi.
Quando tornai di sopra, Linda aveva messo della musica, uno dei dischi di Tom Waits che erano usciti dopo che era svanito il mio interesse per lui e che di conseguenza non ricollegavo ad altro se non al fatto che fossero alla Tom Waits. Una volta Linda aveva riscritto i testi delle sue canzoni per una rappresentazione a Stoccolma, cosa che disse fu tra le pi divertenti e soddisfacenti che avesse mai fatto, e aveva ancora un rapporto intenso, per non dire intimo, con la sua musica.
Era andata a prendere in cucina i bicchieri, le posate e i piatti e li aveva appoggiati sul tavolo. Cera anche una tovaglia, ancora piegata, e un mucchio di tovaglioli spiegazzati.
Sarebbe meglio stirarli, vero? disse.
S, se vogliamo la tovaglia. Non potresti stirarla tu, cos io comincio a preparare da mangiare?
S".
And a prendere lasse da stiro nel ripostiglio mentre io mi recavo in cucina per tirare fuori gli ingredienti. Misi la pentola di ferro sul fornello e lo accesi, ci versai un po dolio, sbucciai laglio e lo stavo tritando quando Linda entr per prendere la bottiglietta spray dallarmadietto sotto il ripiano. Lagit leggermente per capire se dentro ci fosse dellacqua.
Lo prepari senza la ricetta? mi chiese.
Con il tempo ho imparato, risposi. Quante volte abbiamo gi servito questo piatto? Venti?
Ma loro non lo hanno mai assaggiato prima, comment.
No, dissi, tenendo il tagliere sopra la pentola per farci cadere laglio tritato, mentre lei tornava in soggiorno.
Fuori continuava a nevicare, ora in modo meno intenso. Pensai che tra due giorni mi sarei trovato nuovamente nel mio ufficio e mi sentii attraversare da una scossa di felicit. Magari Ingrid avrebbe potuto occuparsi di Vanja tre e non solo due giorni alla settimana? In effetti non bramavo altro dalla vita. Volevo starmene in pace, e volevo scrivere.
Fredrik era lamico che Linda conosceva da pi tempo. Si erano conosciuti a sedici anni, quando entrambi lavoravano al guardaroba del Dramaten, e da allora si erano mantenuti in contatto. Lui era un regista cinematografico e al momento lavorava soprattutto con la pubblicit mentre aspettava di poter girare il suo primo vero film. Aveva clienti importanti, i suoi spot venivano trasmessi in continuazione alla tv e quindi ne deducevo che fosse bravo e dovesse guadagnare pi della media. Aveva girato tre cortometraggi per cui Linda aveva scritto la sceneggiatura, e un breve film basato su un racconto. Aveva gli occhi ravvicinati, di colore azzurro, e i capelli chiari. La testa era grossa, il corpo magro, nel suo carattere cera qualcosa di sfuggente, forse persino indistinto, che rendeva difficile capire chi era e cosa pensasse. Pi che ridere sghignazzava e aveva un temperamento leggero, caratteristiche che messe insieme potevano portare a farsi unidea sbagliata su di lui. Non era necessariamente il caso che quella leggerezza dovesse nascondere una grande profondit o un grande spessore, ma essa agiva in modi che non risultavano palesi. In Fredrik albergava qualcosa, non avevo idea di che, ma il solo fatto che ci fosse qualcosa, forse un giorno trasformato in un film sensazionale, o forse no, stuzzicava la curiosit che nutrivo per lui. Era scaltro e impavido e doveva aver scoperto molti anni prima che non aveva molto da perdere. Per lo meno era cos che io interpretavo il suo carattere. Linda diceva che il suo maggior punto di forza come regista era la bravura che aveva nel trattare gli attori, dava loro esattamente quello di cui avevano bisogno per interpretare il proprio ruolo in maniera magistrale e, quando lo vedevo, lo capivo, era unanima gentile che blandiva tutti quelli che vedeva, e il suo modo di comportarsi inoffensivo induceva gli altri a credere di sentirsi forti, mentre la sua parte calcolatrice ne sapeva cogliere i vantaggi. Gli attori potevano benissimo discutere del loro ruolo e cercare di penetrarlo fino in fondo, ma linsieme, dove era riposto il vero significato, non era permesso loro di vederlo durante le riprese, quello lo conosceva soltanto lui.
Mi piaceva, ma non riuscivo a parlarci e cercavo di eludere ogni situazione dove ci ritrovavamo a tu per tu. Da quanto mi sembrava di capire, anche lui faceva lo stesso.
Conoscevo meno la sua compagna, Karin. Frequentava la stessa scuola di Linda, Dramatiska Instituttet, ma aveva preso lindirizzo di drammaturgia. Dato che anchio scrivevo, avrei dovuto essere in grado di relazionarmi al suo lavoro, ma dal momento che lelemento artigianale era cos evidente nei copioni cinematografici, dove tutto era incentrato sui vari andamenti dei picchi di tensione e dei colpi di scena, sullo sviluppo dei personaggi, su trame principali e trame secondarie, su complotti e punti di svolta, mi sembrava di avere poco su cui intervenire in quel senso e non mobilitai nientaltro se non il mio cordiale interesse. Lei aveva i capelli neri, gli occhi sottili e castani, la pelle del viso, anchesso sottile, era bianca. Dava limpressione di possedere una certa obiettivit e razionalit che si combinavano bene con il carattere pi fatuo e infantile di Fredrik. Avevano un figlio e adesso ne aspettavano un altro. Al contrario di noi, riuscivano a portare a termine le cose, tenevano la casa in ordine, uscivano con il bambino e facevano le cose come si deve. Dopo essere stati da loro, o dopo che loro erano venuti da noi, io e Linda ne parlavamo spesso, perch mai quello che per loro era tanto semplice doveva essere al di fuori della nostra portata?
Molte cose potevano far pensare che saremmo diventati amici come coppie: avevamo la stessa et, ci occupavamo delle stesse cose, facevamo parte della stessa cultura, e avevamo figli. Ma sembrava sempre che mancasse qualcosa, era come se ci fosse un piccolo divario tra noi, cercavamo sempre di dare il via alla conversazione, che scorresse fluida, senza mai riuscire a svilupparla davvero. Ma le poche volte che succedeva, era con gioia e sollievo di tutti. Il fatto che spesso non decollasse era in gran parte dovuto a me, sia per i miei lunghi intervalli di silenzio sia per il leggero senso di disagio che mi assaliva non appena dicevo qualcosa. Quella serata si svolse pi o meno allo stesso modo. Arrivarono qualche minuto dopo le sei, scambiammo qualche parola di cortesia, Fredrik e io bevemmo un gin tonic, ci sedemmo per mangiare, ci aggiornammo sulle rispettive situazioni personali, come andava questo e questaltro e come sempre era palese quanto fossero pi scafati di noi, o per lo meno di me, che non mi sognavo neppure di fare la prima mossa, mettendomi a raccontare di qualcosa che avevo vissuto o pensato, nel tentativo di dar vita a una conversazione. Neppure Linda lo faceva cos spesso, la sua strategia era pi che altro quella di adattarsi in un certo senso a loro, fare domande e da l portare avanti la conversazione, sempre che non si sentisse talmente sicura di s e a proprio agio da parlare di s con la stessa naturalezza con cui io evitavo di farlo. Se lo faceva, passavamo una bella serata, allora cerano tre giocatori che non si preoccupavano per landamento del gioco.
Lodarono la cena, io sparecchiai, misi su il caff e riapparecchiai per il dessert, mentre Karin e Fredrik coricavano il bambino in camera accanto al lettino con le sponde dentro cui Vanja stava gi dormendo.
A proposito, il tuo appartamento era alla tv norvegese poco prima di Natale, dissi quando il loro figlio si era addormentato e si furono rimessi entrambi a sedere e si erano serviti del gelato con le more calde.
Lappartamento era il mio ufficio, in realt un monolocale, corredato di bagno e un piccolo angolo cottura, che avevo preso in affitto da Fredrik.
Ah s? esclam.
Sono stato intervistato da Dagsrevyen, un telegiornale simile allo svedese Aktuelt. Allinizio volevano venire qui a casa. Ovviamente ho detto di no. E poi dato che avevano sentito dire che al momento ero a casa con la bambina, mi hanno chiesto se potevano riprendermi con Vanja. Naturalmente ho risposto di no anche questa volta. Ma hanno continuato a insistere. Non cera bisogno che riprendessero lei, bastava il passeggino. Se magari potevo spingere il passeggino per la citt e poi lasciarlo per esempio a Linda, come dire prima dellinizio dellintervista? Cosa potevo rispondere?
Un No, per esempio? sugger Fredrik.
Ma dovevo dare loro qualcosa. Non volevano assolutamente farlo in un caff o qualcosa del genere. Doveva prendere spunto da qualcosa. Cos mi sono fatto intervistare nel tuo ufficio, e inoltre sono andato in giro a cercare un angelo da comprare per Vanja a Gamle Stan. Oh,  stata una cosa cos stupida che mi viene voglia di piangere. Ma cos . Adesso hanno qualcosa".
Ma  venuta bene, intervenne Linda.
No, niente affatto, risposi. Ma mi riesce difficile immaginare come sarebbe potuta venire meglio, in realt. Date le premesse".
Quindi in Norvegia sei famoso, comment Fredrik guardandomi con aria furba.
No, no, no, dissi.  solo perch mi hanno nominato per quel premio".
Okay, fece lui. Poi rise. Ti stavo solo prendendo un po in giro. In realt ho letto uno stralcio del tuo romanzo in una rivista svedese. Era molto suggestivo".
Gli sorrisi.
Per distogliere lattenzione dal fatto che largomento che avevo appena introdotto fosse per me fonte di un certo autocompiacimento, mi alzai e dissi:
Ah, s. Oggi abbiamo comprato una bottiglia pi piccola di cognac. Ne vuoi un po? ed ero gi diretto in cucina prima di dargli il tempo di rispondermi. Quando ritornai, la conversazione si era spostata sullalcol e lallattamento, che un dottore aveva detto a Linda non essere pericoloso, perlomeno in quantit moderate, ma lei non voleva correre nessun rischio dato che il presidio svedese per la salute pubblica consigliava totale astinenza. Un conto era lalcol durante la gravidanza, allora il feto era a contatto diretto con il sangue della madre, altra cosa era lallattamento. Da l il passo per arrivare a parlare di gravidanza in generale e poi del parto fu breve. Io mi dichiarai daccordo su alcune cose, feci qualche commento, per il resto rimasi seduto in silenzio ad ascoltare. Il parto  un argomento di conversazione intimo e vulnerabile per le donne, dietro pu celarsi una questione di prestigio nascosta, e come uomo la sola possibilit  starsene alla larga. Non esprimere neanche unopinione. E non lo facemmo n io n Fredrik. Fino a quando non si arriv al tema del parto cesareo. Allora non potei piu trattenermi.
 assurdo che il parto cesareo esista come metodo alternativo al parto naturale, affermai. Quando ci sono di mezzo motivi clinici, non ho difficolt a capirlo. Ma quando non ci sono problemi, quando la madre  sana e sta bene, perch si dovrebbe tagliarle la pancia per far uscire il bambino in quel modo? Lho visto in televisione una volta e cazzo, che brutalit: un attimo prima il bambino era dentro la pancia, un attimo dopo era fuori alla luce. Deve essere davvero scioccante per il neonato. E per la madre. Il parto  un momento di passaggio, e il fatto che avvenga lentamente rappresenta un modo per prepararsi, sia per la madre sia per il nascituro. Che ci sia in questo un significato, che avvenga cos, non ne dubito affatto. E invece si rinuncia a tutto questo processo, e a tutto quello che si attiva nel bambino in quel momento e che succede al di fuori del nostro controllo, perch  pi semplice tagliare la pancia ed estrarre il bambino.  davvero folle, se volete sapere come la penso".
Si fece silenzio. Latmosfera si era rotta. Linda sembrava imbarazzata. Capii di aver oltrepassato un limite senza rendermene conto. La situazione andava salvata ma, dato che non sapevo cosa avevo fatto di sbagliato, non potevo farlo io. Ci pens invece Fredrik.
Un vero norvegese reazionario! esclam sorridendo. E per giunta scrittore. Salve, Knut Hamsun!
Lo guardai stupito. Mi strizz locchio sorridendomi di nuovo. Per tutto il resto della serata mi chiam Hamsun. Salve Hamsun, laggi hai ancora un altro po di caff? diceva per esempio. Oppure, tu cosa ne pensi, Hamsun? Andiamo a vivere in mezzo alla natura, o restiamo ad abitare in citt?
Lultima era una questione di cui discutevamo spesso, perch non solo io e Linda pensavamo di andarcene da Stoccolma e di trasferirci magari su una delle isolette al largo della costa meridionale o orientale della Norvegia, ma anche Fredrik e Karin stavano prendendo in considerazione la stessa ipotesi, soprattutto Fredrik, che nutriva delle idee quasi romantiche su una esistenza da trascorrere in una piccola fattoria nel bosco e qualche volta ci mostrava addirittura le foto di posti simili che aveva trovato in vendita su internet. Ma la trovata su Hamsun aveva finito per porre le nostre motivazioni sotto una luce nuova. E tutto perch avevo sostenuto che forse il taglio cesareo non era il modo migliore per partorire un figlio.
Comera possibile?
Quando se ne furono andati, prodighi di ringraziamenti per la bella serata e con molte esortazioni a ripeterla presto, e dopo che ebbi rassettato il soggiorno, sparecchiato la tavola e acceso la lavastoviglie, rimasi sveglio ancora un po mentre Linda e Vanja dormivano nella stanza accanto. Non ero pi abituato a bere, cos avvertivo leffetto del cognac, una fiamma tiepida che ardeva proprio dietro i pensieri gettando su di essi una patina di sconsideratezza. Ma non ero ubriaco. Dopo essere rimasto immobile per una mezzora sul divano, senza pensare a niente di speciale, andai in cucina per bere qualche bicchiere dacqua, presi una mela e mi sedetti davanti al computer. Quando si fu acceso, entrai su Google Earth. Feci ruotare piano il globo, giunsi fino alla punta dellAmerica del Sud prima di scivolare lentamente verso lalto, allinizio a grande distanza, fino a quando non vidi un fiordo che si incuneava nellentroterra e lo ingrandii con lo zoom. Un fiume scendeva lungo una valle, da un lato le montagne si innalzavano ripide e frastagliate verso il cielo, dallaltro il fiume si ramificava in quella che doveva essere una zona acquitrinosa. Molto pi in l, al limitare del fiordo, sorgeva una citt, Rio Gallegos. Le strade che la suddividevano in isolati erano linee rette. Dalla dimensione delle macchine capii che le case erano basse. Avevano per la maggior parte tetti piatti. Ampie strade, case basse, tetti piatti: provincia. Le costruzioni diventavano sempre pi sporadiche a mano a mano che ci si avvicinava al mare. Le spiagge pi lontane sembravano abbandonate, se si escludevano alcuni impianti portuali. Con lo zoom allargai di nuovo limmagine e vidi lombra verde dei fondali che qua e l si estendevano partendo dalla terraferma e il blu scuro dove cominciavano gli abissi. Le nuvole tese sopra la superficie del mare. Poi proseguii su per la costa, in quel paesaggio deserto che doveva essere la Patagonia, e mi fermai vicino a unaltra citt, Puerto Deseado. Era piccola e aveva qualcosa di dorato in s che ricordava il deserto. Nel mezzo della citt cera una montagna, quasi priva di costruzioni, e due laghetti che sembravano morti. Sul mare cerano raffinerie e moli con grosse petroliere. Il paesaggio intorno alla citt era privo di abitazioni, montagne alte e senza vegetazione, qualche stradina stretta che si snodava verso linterno, qualche corso dacqua, qualche valle con fiumi, alberi e case. Allargai limmagine prima di zoomare su Buenos Aires, che si ergeva nella baia, con Montevideo sul litorale opposto, scelsi un posto periferico lungo la linea costiera, e arrivai allaeroporto. Gli aerei erano simili a uno stormo di uccelli bianchi stretti intorno al terminal, a un tiro di schioppo dal mare, costeggiato da una strada alberata. La seguii e giunsi a qualcosa che assomigliava a tre enormi piscine nel mezzo di un parco. Cosa poteva essere? Ingrandii di nuovo. Aha! Un parco acquatico! Sapevo che pi in l, dallaltro lato della strada in quella vasta area aperta, cera lEstadion River Plate. Era eccezionalmente grande, non solo era contornato da una pista datletica, ma oltre a essa cera una zona di terreno, prima che si levassero le tribune. La finale della Coppa del Mondo tra lOlanda e lArgentina, che fu giocata l nel 1978, fu una delle prime cose che ricordavo di aver visto in televisione. Tutte quelle stelle filanti bianche, lenorme folla di spettatori, le divise bianco-celesti dellArgentina e quelle arancioni dellOlanda che si stagliavano sul verde dellerba. LOlanda che perse la sua seconda finale di fila. Poi allargai di nuovo limmagine, ritrovai il fiume un pezzo pi in su e lo seguii per un po nella sua discesa. Industria pesante su entrambe le rive, impianti portuali con gru e grosse barche, attraversati da ponti sia per il passaggio della ferrovia sia per le auto. Numerosi campi da calcio anche l. Dove il fiume scorreva nel centro, cerano imbarcazioni probabilmente un po da diporto. Allinterno sapevo che cera il quartiere con le casette in legno colorate. La Boca. Sotto cera unautostrada a otto corsie sopra il fiume e scelsi di seguire quella. Per un pezzo costeggiava il porto. Grosse chiatte su entrambi i lati. Il centro era forse a una decina di isolati pi verso linterno, con i suoi parchi, i monumenti e gli edifici fastosi. Ingrandii con lo zoom nel punto in cui doveva trovarsi il Teatro Cervantes, ma la risoluzione in pixel non era per niente buona, tutto sfumava in un verde e un grigio privo di contorni, e quindi decisi che tanto valeva spegnere il computer, bevvi un ultimo bicchiere dacqua in cucina e andai in camera dove mi sdraiai sul letto accanto a Linda.
La mattina seguente ci recammo di buonora alla Stazione centrale per prendere il treno per Gnesta, dove abitava la madre di Linda. Uno strato di neve di circa cinque centimetri copriva le strade e i tetti. Anche il cielo sopra di noi era grigio piombo, in alcuni punti quasi scintillante. Fuori cera poca gente, naturalmente, era domenica mattina presto. Qualcuno che tornava a casa da una festa, qualche persona anziana con il cane e, mentre ci avvicinavamo alla stazione, qualche viaggiatore che si trascinava dietro un trolley. Sul binario era seduto un giovane che dormiva con il mento che gli pendeva sul petto. Un po pi in l cera un corvo che beccava dentro un cestino della spazzatura. Qualche piattaforma pi in l un treno scivol senza fermarsi. Il tabellone elettronico sopra di noi era morto. Linda andava avanti e indietro sul limitare dei binari, con indosso la giacca bianca trequarti che le avevo comprato a Londra per i suoi trentanni, un berretto di maglia bianco fatto a mano e una sciarpa bianca di lana con dei ricami a forma di rosa che le avevo regalato per Natale e, da quello che avevo capito, non le piaceva pi di tanto, anche se le stava bene. Sia per il colore, tutte le cose bianche le donavano, sia per il motivo, che era romantico quanto lei. Il freddo le imporporava le guance e le faceva luccicare gli occhi. Sbatt insieme le mani per qualche volta, e saltell sul posto. Sulla scala mobile cera una donna corpulenta sui cinquantanni, con due borse con le rotelline, una per parte. Dietro di lei cera una ragazza vestita di nero sui sedici anni forse, con gli occhi truccati di nero e i guanti neri, un berretto nero e capelli lunghi e biondi. Si misero luna accanto allaltra allinizio del binario. Dovevano essere madre e figlia, anche se era difficile riscontrare una somiglianza.
Uh, uh! fece Vanja indicando due piccioni che saltellavano. Aveva appena imparato a imitare la civetta che si trovava in uno dei libri che le leggevamo, e adesso era diventato il verso di tutti gli uccelli.
I suoi lineamenti erano cos minuti, pensai. Occhi piccoli, naso piccolo, bocca piccola. Non perch fosse ancora una bambina, avrebbe sempre avuto dei tratti del viso cos delicati, lo si poteva gi vedere. Soprattutto se la si osservava quando era accanto a Linda. Non si assomigliavano in maniera diretta, eclatante, tuttavia era evidente la loro parentela, soprattutto nelle proporzioni dei lineamenti del volto. Anche Linda aveva gli occhi piccoli, e quella boccuccia e quel nasino. I miei tratti erano del tutto assenti, a parte per il colore degli occhi e forse per la forma a mandorla della parte superiore dellocchio. Ma a volte vedevo apparire sul suo viso unespressione che riconoscevo, era quella di Yngve, cos come era quando eravamo piccoli.
S, sono due piccioni, dissi accucciandomi davanti a lei. Mi guard speranzosa e in attesa. Sollevai uno dei paraorecchi del suo berretto di pelle imbottito e glielo infilai delicatamente nellorecchio. Rise. In quello stesso istante il tabellone sopra di noi si accese. Gnesta, binario due, tre minuti.
Non sembra che abbia voglia di addormentarsi, dissi.
No, rispose Linda.  ancora presto".
Una delle cose che a Vanja piaceva meno era starsene seduta ferma e allacciata, a parte quando era nel passeggino era in movimento, quindi durante i viaggi a Gnesta, che duravano unora, dovevamo tenerla continuamente in attivit. Avanti e indietro per il corridoio centrale, tenerla sollevata ai finestrini e al vetro delle porte, sempre che non riuscissimo a catturare la sua attenzione con laiuto di un libro, di un giocattolo o di una scatoletta di uvetta, che riuscivano a tenerla occupata anche mezzora. Quando cerano poche persone, non cerano problemi, a parte quando uno aveva pianificato di leggere dei giornali, come me quel giorno, avevo in borsa tutto il mucchio del giorno prima, ma durante lora di punta, quando le carrozze erano stracolme di gente, poteva essere un problema avere una bambina stanca che continuava a piangere per unora e con cui non si poteva andare da nessuna parte, era faticoso da gestire. Anche perch facevamo spesso quel viaggio. Non solo perch la madre di Linda poteva occuparsi di Vanja e noi avere qualche ora per stare da soli, ma anche perch ci piaceva molto, o per lo meno a me piaceva, stare l in campagna. Fattorie, animali che pascolavano, grandi boschi, stradine di ghiaia, laghetti, aria tersa e pulita. Buio pesto di notte, cielo stellato, silenzio totale.
Il treno arriv lentamente al binario, salimmo e ci sedemmo accanto alla porta, dove cera posto per il passeggino, sollevai Vanja e le permisi di stare in piedi sul sedile, con le mani appoggiate al finestrino per guardare fuori mentre il treno entrava nel tunnel e usciva sul ponte sopra Slussen. Lacqua ghiacciata coperta di neve scintillava bianca contro il giallo e il marrone rossiccio delle case, e contro il pendio nero della montagna di Mariaberget, dove la neve non aveva fatto presa. A est le nuvole in cielo erano leggermente dorate, come se fossero illuminate dallinterno dal sole, che era dietro di esse. Entrammo nel tunnel sotto Sder e quando ne uscimmo ci trovammo sopra il ponte che si levava a una certa altezza dallacqua e che conduceva verso la terraferma sulla riva opposta, riempita prima dai condomini dei quartieri periferici che si susseguivano luno dopo laltro, poi da aree residenziali e da zone con sole villette, fino a quando il rapporto tra le superfici abitate e la natura non si invertiva ed erano soltanto minuscoli centri abitati formati da poche case a spuntare simili a piccole entit tra estensioni di bosco e laghi.
Bianco, grigio, nero, qualche striscia di verde scuro, questi erano i colori del paesaggio che stavamo attraversando. Lestate precedente ci passavo tutti i giorni. Nelle ultime due settimane di giugno avevamo abitato da Ingrid e Vidar e io facevo il pendolare avanti e indietro da Stoccolma, dove andavo per scrivere. Era unesistenza perfetta. Sveglia alle sei, una fetta di pane imburrata a colazione, una sigaretta e una tazza di caff sui gradini davanti a casa, che il sole stava gi scaldando, da dove si godeva la vista sul prato fino al limitare del bosco, poi una pedalata fino alla stazione, con nello zaino il pranzo al sacco che Ingrid mi aveva preparato, leggere in treno, salire in ufficio a scrivere, tornare a casa verso le sei, attraverso il bosco reso come denso e luccicante di colori dalla luce del sole, pedalare tra i campi fino alla casetta, dove mi aspettavano con la cena pronta, magari fare un tuffo serale nel lago insieme a Linda, sedermi fuori a leggere un po, andare a letto presto.
Un giorno era scoppiato un incendio nel bosco lungo la ferrovia. Ma era anche stato fantastico. Lintero fianco di una collina, a solo pochi metri di distanza dal treno, era in preda alle fiamme. Esse avevano lambito alcuni tronchi, altri alberi erano completamente avvolti dal fuoco. Lingue arancioni si muovevano sui campi, si levavano dalla boscaglia e dai cespugli, il tutto illuminato dallo stesso sole estivo che, insieme al cielo azzurro e sottile, rendeva come trasparente quello che stava accadendo.
Oh, mi sentivo riempire da tutto questo, era sublime, era il mondo che si apriva.
Nel parcheggio accanto alla stazione di Gnesta Vidar scese dalla macchina quando il treno giunse a destinazione, e rest ad aspettarci con un lieve sorriso sulle labbra quando gli andammo incontro un attimo dopo. Aveva poco pi di settantanni, barba e capelli bianchi, era un tantino curvo, ma in pieno vigore, testimoniato sia dal colorito bruno della pelle, dovuto a una vita trascorsa in gran parte allaria aperta, sia dallo sguardo azzurro penetrante e intelligente, ma al contempo un po sfuggente. Non sapevo quasi nulla di ci che aveva fatto nella vita, a parte le poche cose che mi aveva raccontato Linda e quello che potevo intuire da quello che vedevo. Erano molti i temi che affrontava nellarco di un fine settimana, ma solo raramente riguardavano se stesso. Era cresciuto in Finlandia e la sua famiglia viveva ancora l, ma parlava fluentemente svedese. Era un uomo autoritario, ma per niente dominante, e gli piaceva parlare con la gente. Leggeva molto, sia i quotidiani, che ogni giorno studiava con attenzione dalla prima allultima pagina, sia i romanzi, su cui era oltremodo ben informato. Che fosse vecchio, lo si vedeva forse prima di tutto dalle posizioni in cui si era irrigidito, che non erano molte, ma che, avevo capito, potevano occupare molto spazio. Questi suoi lati non toccavano me, ma andavano solo a discapito di Ingrid e Linda, che lui trattava come se fosse di tutta lerba un fascio, e il fratello di Linda. Che fosse cos era sicuramente in parte perch ero nuovo della famiglia e in parte, supponevo, perch mi piaceva ascoltarlo quando raccontava ed ero genuinamente interessato a quello che aveva da dire. Il fatto che le nostre conversazioni non fossero alla pari, dato che i miei interventi consistevano per lo pi di domande e di una serie infinita di s, ah, s, davvero, mmm, capisco, interessante ecc., mi sembrava assolutamente appropriato, perch infatti non eravamo sullo stesso piano, lui aveva il doppio dei miei anni e aveva alle spalle una lunga vita. Linda non capiva molto bene questa cosa, erano numerose le volte in cui mi chiamava o veniva a prendermi, spinta dalla convinzione che dovevo essere salvato da una conversazione noiosa da cui non sapevo svincolarmi da solo perch ero troppo gentile. A volte era cos, ma il pi delle volte linteresse era genuino.
Ciao, Vidar, esord Linda spingendo il passeggino verso il retro dellauto.
Ciao, rispose.  bello rivedervi".
Linda sollev Vanja, io ripiegai il passeggino e lo infilai nel bagagliaio, che Vidar mi apr.
E poi c il seggiolino, dissi appoggiandolo sul sedile posteriore, ci misi a sedere Vanja e la allacciai con la cintura di sicurezza. Vidar guidava come molti uomini anziani, leggermente curvo sullo sterzo, come se quegli scarsi centimetri in pi di vicinanza al parabrezza fossero essenziali per riuscire a vederci meglio. Alla luce del giorno era un buon guidatore, quella primavera per esempio avevamo trascorso quattro ore di fila in macchina con lui, quando eravamo diretti a Id, dove cera la sua casa di campagna, ma quando le strade si facevano buie non mi sentivo altrettanto sicuro. Infatti solo poche settimane prima stavamo per investire uno dei vicini, che stava camminando sulla strada coperta di ghiaia. Io lo avevo visto da lontano e credevo che lo avesse fatto anche Vidar, che mantenesse la stessa rotta per svoltare nella via qualche metro prima, ma non fu cos, non lo aveva visto, e solo la combinazione del mio urlo e della prontezza del vicino, che si gett tra i cespugli, scongiur un incidente.
Uscimmo dalla stazione e svoltammo nella strada principale, che era lunica di Gnesta.
Tutto bene? chiese Vidar.
Diciamo di s, risposi. Non possiamo lamentarci".
Qui stanotte c stato un tempaccio, disse. Parecchi alberi sono stati divelti. E poi a casa  saltata la corrente. Ma sicuramente la riattiveranno in mattinata. In citt com andata?
Mah, anche da noi ce stato un po di vento, risposi.
Svoltammo a sinistra, passammo sul ponticello e sbucammo davanti al grande campo coltivato dove, sul ciglio della strada, erano ancora accatastate le balle bianche di fieno. Dopo un chilometro girammo di nuovo per imboccare la strada di ghiaia che attraversava il bosco, composto per lo pi di alberi caducifogli, tra i cui tronchi si riusciva a vedere da un lato un praticello che ricordava un laghetto, il cui confine era delimitato naturalmente dalla nuda roccia della montagna e da una zona di conifere che ci crescevano sopra. Qui pascolava tutto lanno una razza di bestiame robusta, dalle corna lunghe. Cento metri pi avanti una stradina secondaria coperta derba saliva verso la casa di Vidar e Ingrid, mentre la via principale proseguiva per circa due chilometri fino a terminare in un terrapieno nel mezzo del bosco.
Quando arrivammo, Ingrid ci stava aspettando davanti casa. Si avvicin quasi di corsa verso lauto quando ci fermammo, e apr lo sportello posteriore dalla parte dove era seduta Vanja.
Oh, tesoro mio! esclam posandosi la mano sul petto. Non vedevo lora di vederti!
Prendila pure in braccio se vuoi, disse Linda, aprendo la portiera sullaltro lato. Mentre Ingrid sollevava Vanja, un po la teneva lontana da s per guardarla, un po se la stringeva al petto, io tirai fuori il passeggino, lo aprii e lo spinsi fino alla porta dingresso.
Spero che abbiate fame, disse Ingrid. Perch il pranzo  pronto".
La casa era piccola e vecchia. La propriet era circondata su ogni lato dal bosco, eccetto la facciata della casa, dove cera un prato aperto. Su di esso la sera o la mattina presto a volte si vedevano balzare dei cervi fuori dal bosco che si trovava sul margine opposto. Vi avevo visto delle volpi passare di corsa e anche saltare delle lepri. Originariamente era stata la casa di un mezzadro, e ne portava ancora le tracce: anche se alle due stanze di cui allora era composta labitazione erano stati aggiunti il bagno e la cucina, non erano molti i metri quadrati in cui vivevano. Il soggiorno era buio e pieno di ogni tipo di oggetti, e nella camera allinterno cera a malapena posto per le due panche incassate che fungevano da letto e qualche mensola con i libri su una delle pareti pi corte. Cera inoltre una cantina interrata, che si trovava sulla collina dietro casa, uno stanzino di nuova costruzione dotato di due posti letto e un televisore e, in cima, un altro locale che per met fungeva da ripostiglio per gli attrezzi e per met come rimessa per la legna. Quando andavamo a trovarli, Vidar e Ingrid si trasferivano di sopra nello stanzino, di modo che la sera io e Linda potessimo avere la casa tutta per noi. Erano poche le cose che allora mi piacevano di pi, stare l, sdraiarmi sul letto sotto le vecchie travi di legno grezze con il cielo stellato che si vedeva dalla finestra sovrastante, circondato dalloscurit e dal silenzio. Lultima volta che ci eravamo stati, avevo letto Il barone rampante di Calvino e quella prima Dressinen di Wijkmark, e il fantastico di queste duplici esperienze di lettura era dovuto probabilmente tanto allambiente in cui erano state fatte, alle emozioni e allatmosfera che mi colmavano, quanto a quello che di fatto si trovava nelle opere. O forse era piuttosto che lo spazio creato da questi libri trovava uneco particolare nel posto in cui mi trovavo? Perch prima di Wijkmark avevo letto un romanzo di Thomas Bernhard in cui nulla riusciva a coinvolgermi allo stesso modo. In Bernhard nessuno spazio era aperto, tutto era chiuso nei piccoli ripostigli della riflessione e, bench avesse scritto uno dei romanzi pi angoscianti e sconvolgenti che avessi mai letto, Estinzione, non era quella la direzione che volevo vedere, non era quella la direzione in cui volevo andare. No, cazzo, quello che volevo era allontanarmi il pi possibile dal chiuso e dal costretto. Esci fuori allaperto, amico mio, come aveva scritto Hlderlin da qualche parte. Ma come, come?
Mi sedetti vicino alla finestra. Una pentola di zuppa di carne fumava al centro della tavola. Accanto cera un cestino di panini fatti in casa appena sfornati, oltre a una bottiglia di acqua minerale e a tre lattine di birra. Linda infil Vanja nel seggiolone al bordo del tavolo, affett un panino e glielo diede prima di andare a riscaldare un vasetto di omogeneizzato nel microonde. Sua madre prese il suo posto per controllare e Linda si sedette accanto a me. Vidar si era accomodato allaltra estremit del tavolo e si strofinava la barba del mento tra il pollice e lindice, guardandoci con un lieve sorriso sulle labbra.
Prego, esclam Ingrid dalla cucina. Cominciate pure!
Linda mi accarezz il braccio. Vidar le fece un cenno di assenso. Lei cominci a versare la zuppa nei piatti. Anelli verde chiaro di porro, fettine arancioni di carota, pezzetti di cavolo rapa giallognoli e grossi pezzi grigi di carne, in alcuni punti rossicci nelle fibre e in altri dalle superfici lucide quasi bluastre. Le ossa piatte e bianche a cui era attaccata, alcune lisce come pietre levigate, altre ruvide e porose. Tutto era immerso nel brodo caldo, con il grasso che avrebbe cominciato a solidificarsi non appena il calore se ne fosse andato, ma che adesso galleggiava in piccole perle e minuscole bollicine quasi trasparenti in quel liquido torbido.
Buono come sempre, commentai guardando Ingrid, che si era seduta vicino a Vanja e stava soffiando sulla sua cena.
Bene, disse sfiorandomi appena con lo sguardo prima di affondare il cucchiaio di plastica nella ciotola di plastica, e portarlo alle labbra di Vanja, che tanto per cambiare spalanc la bocca come un uccellino. Quando arrivavamo da loro, Ingrid cominciava automaticamente a occuparsi di tutto quello che cera da fare per Vanja. Cibo, pannolini, vestiti, sonnellino, passeggiate, voleva fare tutto lei. Aveva comprato un seggiolone, piatti e posate per bambini piccoli, biberon e giocattoli e addirittura un passeggino in pi, che restava sempre pronto qui ad aspettarla, oltre ai vasetti di omogeneizzati, pappe e farine per le creme che si trovavano nella credenza. Se mancava qualcosa, se per esempio Linda le chiedeva una mela o si agitava perch Vanja era forse un po troppo calda, montava sulla bicicletta e pedalava per i tre chilometri che la separavano dal supermercato o dalla farmacia per poi tornare con le mele o il termometro o un farmaco contro la febbre nel cestino che aveva sul manubrio. E quando ci recavamo da loro aveva gi programmato per filo e per segno tutti i pasti, che spesso consistevano di due portate a pranzo e tre a cena, e aveva gi fatto la spesa. Si alzava quando si svegliava Vanja verso le sei, preparava e infornava i suoi panini, magari andava con lei a fare un giretto, cominciava a fare qualche piccolo preparativo in vista del pranzo. Quando noi ci alzavamo verso le nove, ci trovavamo il tavolo della colazione riccamente imbandito, con panini caldi, uova sode, magari una frittata, se per esempio si era messa in testa che mi piaceva, caff e succhi vari, e quando mi sedevo mi metteva sempre davanti il giornale che era scesa a prendere per me nella cassetta apposita. Era insolitamente ottimista, comprensiva verso qualunque cosa, non cera mai un no sulle sue labbra, n esisteva cosa in cui non potesse aiutarci. A casa nostra il congelatore era stato riempito da un numero quasi infinito di vecchi contenitori del gelato e di aringhe che aveva colmato delle pietanze che aveva preparato e contrassegnato con cura: Rag di carne, Gratin di patate, cipolle e acciughe, Filetto con patate, Polpette di carne, Peperoni ripieni, Crpes ripiene, Zuppa di piselli, Arrosto dagnello con patate Chateau, Spezzatino, Pudding di salmone, Torta al formaggio e porri... Se cera una bava di aria fredda mentre era fuori con Vanja, be, era capace di entrare in un negozio di scarpe e comprarle degli scarponcini nuovi.
Come sta tua madre? mi domand. Tutto bene?
S, credo di s, risposi. Da quel che ho capito ha quasi finito la tesi".
Mi pulii con il tovagliolo alcune gocce di zuppa dal mento.
Ma si rifiuta di farmela leggere, aggiunsi sorridendo.
Gode del mio pi grande rispetto, intervenne Vidar. Non sono molti i sessantenni che hanno ancora la curiosit sufficiente per iscriversi alluniversit, questo  certo".
Su questo nutre sentimenti contrastanti, dissi. Ha sempre voluto farlo, no, e adesso capita quando la sua carriera  quasi agli sgoccioli".
Comunque sia, comment Ingrid,  unimpresa mica da ridere.  una tosta, la tua mamma".
Sorrisi di nuovo. La distanza tra Svezia e Norvegia era assai maggiore di quella di cui erano a conoscenza e in quel momento vidi per un attimo mia madre con occhi svedesi.
S, forse lo , dissi.
Devi salutarcela, prosegu Vidar. E anche il resto della famiglia. Mi piacciono molto".
Vidar non ha fatto che parlare di loro da quando siamo stati al battesimo, disse Ingrid.
Ma erano veramente dei personaggi! spieg Vidar. Kjartan, il poeta. Era un uomo interessante e fuori dal comune. E quelli di Alesund, come si chiamavano, gli psicologi dellinfanzia?
Ingunn e Mard?
Esatto. Che carini! E Magne, non si chiamava cosi? Il pap di tuo cugino Jon Olav? Il direttore per lo sviluppo".
S, dissi.
Un uomo autorevole, disse Vidar.
S".
E il fratello di tuo padre. Linsegnante di Trondheim. Anche lui una brava persona. Assomiglia a tuo padre?
No, risposi.  quello che gli somiglia meno, direi. Ha sempre mantenuto un po le distanze, e credo che sia stata una mossa saggia".
Ci fu una pausa. La zuppa che veniva sorbita con un certo rumore, Vanja che sbatteva la tazza sul tavolo, la sua risata gorgogliante.
Parlano ancora di voi, dissi guardando Ingrid. Soprattutto di quello che cucini!
 cos diverso in Norvegia, comment Linda.  davvero tutta unaltra cosa. Soprattutto in occasione del diciassette maggio. La gente andava in giro con i costumi tradizionali e aveva le medaglie al petto".
Rise.
Allinizio ho pensato che fosse un gesto ironico, e invece no, non lo era. Era genuino. E le medaglie venivano portate con dignit. Uno svedese non lavrebbe mai fatto, questo  certo".
Ma nel caso ne sarebbe stato orgoglioso? chiesi.
S, certo, rispose Linda. Ma nessuno svedese al mondo lo avrebbe ammesso, neppure a se stesso".
Inclinai il piatto per raccogliere gli ultimi resti della zuppa mentre al contempo guardavo fuori dalla finestra, la superficie allungata del campo coperto di neve sotto il cielo grigio, la fila di latifoglie nere sul limitare del bosco in lontananza, interrotta qua e l dal verde corposo degli abeti. Il terreno scuro, coperto di rametti secchi su cui crescevano.
Henrik Ibsen aveva unossessione per le medaglie, dissi. Non esisteva ordine per il quale non fosse disposto a umiliarsi per riceverle. Scriveva lettere a tutti i re e reggenti possibili e immaginabili pur di averle. E poi le indossava nel salotto di casa sua. Gironzolava pavoneggiandosi con quel suo petto striminzito pieno di medaglie. Ah, ah, ah. Aveva persino uno specchio dentro il cappello a cilindro. Cos quando era seduto al suo caff, si rimirava di nascosto".
Ibsen faceva queste cose? domand Ingrid.
Certo, risposi. Era estremamente vanitoso. E questa non  forse una forma di trasgressione molto pi astrusa ed estrema di quella di Strindberg? In lui cerano alchimia e follia, assenzio e misoginia, in fondo il mito tipico di un artista. Invece in Ibsen si trattava della vanit borghese portata agli estremi. Era molto pi pazzo di Strindberg".
A proposito, intervenne Vidar. Avete sentito le ultime novit sul libro di Arne? Alla fine leditore lo ha ritirato".
E lo hanno fatto a ragione veduta, commentai. Con tutti gli errori che cerano".
S, per carit, disse Vidar. Ma in questo leditore avrebbe dovuto aiutarlo. In fondo, era malato. Non  riuscito del tutto a distinguere tra le sue fantasie, o i suoi pii desideri, e la realt".
Quindi secondo te lui credeva davvero che le cose stessero in quel modo?
Oh s, senza dubbio.  una brava persona. Ma in lui si cela anche qualcosa del mitomane. Nel senso che dopo un po le sue storie per lui diventano vere".
E come lha presa?
Non lo so. Non  la prima cosa di cui uno parla con Arne in questo momento".
Capisco, dissi, e sorrisi. Bevvi lultimo goccio di folkl, la birra svedese a bassa percentuale alcolica che vendevano anche nei negozi, finii di mangiare il panino e mi appoggiai allo schienale della sedia. Sapevo che di dare una mano a lavare i piatti non se ne parlava proprio, cos non feci neppure lo sforzo di propormi.
Perch non andiamo a fare due passi? disse Linda lanciandomi unocchiata. Cos magari Vanja si addormenta".
Per me va bene, risposi.
Pu anche restate qui con me, intervenne Ingrid. Se volete andare da soli".
No, la portiamo con noi. Su, piccola troll, vieni che andiamo, le disse prendendo in braccio Vanja per andare a lavarle la bocca e le mani mentre io mi vestivo e preparavo il passeggino.
Seguimmo la strada che scendeva verso il laghetto. Sopra i campi tirava un vento freddo. Alcuni corvi o forse gazze saltellavano sulla riva opposta. In cima tra gli alberi sopra gli uccelli cerano delle grosse mucche con lo sguardo fisso davanti a s. Alcune di quelle piante erano querce ed erano antiche, forse risalivano addirittura al Settecento, avevo pensato, forse erano ancora pi vecchie, chiss? Dietro passava la linea ferroviaria, da cui si alzava ogni volta che transitava un treno un ronzio che si diffondeva nel paesaggio. La strada che sboccava in quel punto finiva nei pressi di una bella casa in muratura. Ci viveva un vecchio prete, padre del leader del Partito della Sinistra svedese Lars Ohly, si diceva che fosse stato nazista. Se ci corrispondesse a verit, non ne avevo idea, voci simili sorgevano facilmente quando si trattava di persone famose. Ogni tanto arrancava zoppicando nei dintorni, con la schiena curva e la testa bassa.
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FINE Parte 3.